mercoledì 18 agosto 2010
Agenzie umanitarie e governo locale implorano la comunità internazionale di fare di più. Raccolti 184 dei 460 milioni di dollari per le necessità impellenti Evacuati 150 villaggi nella zona del Sindh.
- Appello del Papa: non manchino aiuti al Pakistan
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«Sono arrivato a Peshawar in auto, da Islamabad. Guardando dal finestrino, si vede solo acqua, acqua ovunque. La gente si è accampata nella corsia centrale dell’autostrada, l’unico tratto di terra asciutto». La voce di Matteo Perrone, logista del Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam), va e viene. La linea telefonica è disturbata, ma l’emozione si percepisce con chiarezza. «La gente entra nelle case sepolte dall’acqua per cercare di salvare qualcosa. Afferrano coperte, lenzuola, e le stendono ad asciugare sugli alberi. Il resto è una palude», racconta ad Avvenire. Perrone è abituato alle catastrofi: quest’inverno ha lavorato nella devastata Haiti post-terremoto. «Qui è ancora peggio. Lì i colpiti erano tre milioni. In Pakistan sono almeno cinque volte tanto». Il governo di Islamabad parla di 20 milioni, per le Nazioni Unite sono 15, di cui la metà sono minori. Almeno 8 milioni – dice l’Onu – rischiano la vita se non saranno soccorsi. I danni sono incalcolabili: I raccolti sono stati inondati, oltre 800mila case sono state distrutte. «Quelle di fango sono crollate subito. Le poche rimaste in piedi mostrano i segni dell’acqua», racconta Diana Bassani, del Cesvi.Secondo l’esecutivo, ci vorranno almeno 5 anni perché il Paese possa riprendersi. Il Pakistan è in ginocchio. Da settimane, gli appelli delle organizzazioni umanitarie si aggiungono a quelli sempre più disperati del governo locale. Il segretario generale Onu Ban Ki-moon e i portavoce delle varie agenzie – per i rifugiati (Acnur), per l’infanzia (Unicef) e per gli aiuti umanitari (Ocha) –, il rappresentante dell’Oms a Islamabad hanno chiesto, o meglio implorato, alla comunità internazionale di inviare fondi. «In termini di numero di persone che necessitano di assistenza salvavita questa emergenza è più grande dello tsunami, di Haiti e dell’ultimo terremoto in Pakistan sommati insieme», ha affermato Martin Mogwanja, responsabile di Unicef in Pakistan. «Ci vogliono aiuti primari e medicinali per milioni di alluvionati, altrimenti nei prossimi mesi avremo un’altra ondata di morti», ha dichiarato Guido Sabatinelli, rappresentante dell’Oms a Islamabad. Eppure il mondo sembra non rendersi conto delle proporzioni della catastrofe. Forse perché il numero di morti è ancora “contenuto” a 1.500. «Probabilmente non suscita emozioni forti nell’opinione pubblica», ha sottolineato Maurizio Giuliano, responsabile di Ocha in Pakistan.L’Onu ha stanziato 460 milioni di dollari per la prima emergenza. Finora, però, ne sono arrivati solo 184. Banca mondiale, Turchia, Giappone, Australia, Arabia Saudita e Afghanistan si sono appena uniti alla lista dei sottoscrittori. Mancano, però, sempre 276 milioni per tamponare, almeno, le prime necessità. Risultato: solo uno dei sei milioni di colpiti in gravi condizioni ha ricevuto soccorsi, denuncia l’Ocha. Alla scarsità di fondi, si sommano le difficoltà tecniche di raggiungere la popolazione isolata dai crolli e dalle inondazioni. «Nel Nord, nella Valle di Swat, la prima ad essere flagellata dalle piogge, sono crollati strade e ponti. Migliaia di persone sono intrappolate, ma non possiamo raggiungerle via terra. L’unico mezzo per trasportare il cibo sono gli elicotteri – racconta Perrone –. Dovremmo portarne 3mila tonnellate. Ma nei velivoli non ce ne stanno più di tre. Le condizioni meteo, poi, certi giorni sono pessime e gli elicotteri non possono volare».Nel Sud – Punjab e Sindh – le principali arterie sono ancora agibili. Convincere gli oltre 200 camion del Pam a recarsi lì, però, è complicato: molti hanno paura di non poter tornare in caso l’acqua “divori” le strade. Fatto che può accadere da un momento all’altro. Proprio il Sindh è minacciato dall’esondazione dell’Indo. Oltre 150 villaggi sono stati evacuati. File interminabili di persone si muovono a piedi per fuggire da Jacobabad verso Karachi. Un’odissea che rischia di durare ancora a lungo.
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