martedì 19 dicembre 2023
L’arcivescovo Kulbokas: così le famiglie dei prigionieri di guerra e dei bimbi deportati si sentono sostenute dalla Santa Sede. Le mie giornate a stilare le liste dei nomi da liberare
Le conseguenze dell'ultimo attacco con missili e droni a Kiev a metà dicembre

Le conseguenze dell'ultimo attacco con missili e droni a Kiev a metà dicembre - Ansa

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«Oggi il Papa è l’unico leader morale al mondo in grado di favorire soluzioni inaspettate di pace in Ucraina». L’arcivescovo Visvaldas Kulbokas sa che non ci sono ricette a buon mercato quando si tratta di fermare le bombe che cadono. «Ogni tanto – racconta il nunzio apostolico a Kiev – guardo alcune discussioni televisive in Occidente su questa guerra. Sono show in cui tutti capiscono tutto o spiegano con estrema facilità ciò che succede. E mi rendo conto che viviamo in mondi paralleli: uno teorico, l’altro reale». Originario della Lituania, 49 anni, è il solo ambasciatore a non avere mai chiuso nella capitale la sua sede diplomatica da quando è iniziata l’invasione voluta dal Cremlino. Celebrerà il Natale con la comunità latina e con quella greco-cattolica a Kharkiv, seconda città del Paese, tornata nel mirino di Mosca e bersagliata dai missili che partono al di là del confine con la Russia, a cinquanta chilometri.

Eccellenza, il Papa cita sempre la «martoriata Ucraina». Lei lo ha incontrato a novembre.

In tutte le occasioni possibili, papa Francesco rinnova il suo appello per la nostra gente invitando alla preghiera ma anche alla diplomazia creativa. Non si tratta di espressioni di circostanza ma di parole che gli scaturiscono dal cuore. Perché è innegabile che il cuore del Pontefice sia con il popolo ucraino sofferente. Conviene che tutti accompagniamo il Papa con la preghiera e con le opere. Qui in Ucraina ho ricevuto tanti ringraziamenti soprattutto da parte dei familiari dei bambini deportati in Russia o dei prigionieri di guerra i quali sanno che il Papa e la Santa Sede sono fra le poche istituzioni che possono fare qualcosa per i loro cari.

L’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico a Kiev

L’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico a Kiev - Gambassi

Civili o militari catturati durante il conflitto e ragazzi trasferiti a forza oltre confine sono i due grandi filoni della missione che il Papa ha affidato al cardinale Matteo Zuppi. Come sta proseguendo?

Alcuni giorni fa, in una conferenza, il rappresentante del patriarcato ecumenico di Costantinopoli ha citato la missione come uno degli esempi incoraggianti di ciò che possono fare le Chiese in tempo di guerra. Al di là di questo riconoscimento, tocco con mano la concretezza dell’iniziativa. Non si tratta di visitare una capitale o un’altra, ma di aprire canali per riflettere, comunicare e cercare meccanismi nuovi. Alcuni frutti si vedono già.

Si moltiplicano in Ucraina le proteste di quanti hanno un congiunto detenuto in Russia.

Le manifestazioni ci sono perché il numero dei prigionieri, compresi quelli civili, è molto alto. I familiari sono disperati. Spesso aspettano di avere almeno la certezza che siano vivi o di sapere il luogo in cui si trovino. Nella maggioranza dei casi sono informazioni che neppure attraverso le organizzazioni internazionali si ottengono. Ecco perché i parenti hanno l’impressione che non si stia facendo abbastanza. Personalmente dedico molto tempo a questo dramma nel dramma: incontrando i familiari, sentendo le loro storie, trasmettendo le liste dei nomi che poi saranno ritrasmesse a chi di dovere. Talvolta è papa Francesco in persona a intervenire.

A Kiev una manifestazione dei familiari dei prigionieri di guerra

A Kiev una manifestazione dei familiari dei prigionieri di guerra - Ansa

È così difficile liberare i bambini ostaggio della Russia?

Il cardinale Zuppi è consapevole di tutto ciò. I primi risultati ci sono. Perciò occorrono ulteriori sforzi.

Si avvicina il primo Natale che l’Ucraina festeggerà con l’Occidente il 25 dicembre.

Non do troppo peso alla questione della data. Negli anni scorsi lo celebravo il 25 dicembre con la comunità latina; poi lo ricelebravo con gli armeni il 6 gennaio secondo la loro antica tradizione; e quindi lo celebravo ancora il giorno successivo, il 7 gennaio, con i greco-cattolici. Un Natale dilatato. La scelta di festeggiarlo il 25 dicembre è un segno: richiama la volontà di camminare insieme e di essere uniti.

Una donna di Kiev che ha visto la sua casa danneggiata nell'ultimo attacco missilistico sulla capitale

Una donna di Kiev che ha visto la sua casa danneggiata nell'ultimo attacco missilistico sulla capitale - Ansa

“Pace in terra agli uomini amati dal Signore”, si proclamerà nel Vangelo. Come annunciare la pace in un Paese aggredito?

Nelle letture di Avvento abbiamo ricordato le parole del profeta Isaia che in un periodo teso diceva di non fidarsi delle potenze, ma del Signore. È Gesù il principe della pace e della giustizia. Allora non possiamo pretendere che la concordia venga soltanto dall’azione politica. Questo non significa che dobbiamo smettere di spenderci per la pace.

Dopo quasi 700 giorni di guerra la nazione è stanca?

Il termine “stanchezza” non rende bene ciò che si vive. Quanto sperimentano le famiglie che hanno perso un figlio, un genitore, un coniuge, sia esso militare o civile, oppure che hanno un parente disperso, deportato o rinchiuso chissà dove è una tragedia. Certo, la stanchezza va di pari passo con la consapevolezza che non c’è altro modo di sopravvivere se non questo. La chiamerei la perseveranza della nostra gente.

A Maidan, piazza principale di Kiev, le bandiere e le foto in memoria dei militari uccisi al fronte

A Maidan, piazza principale di Kiev, le bandiere e le foto in memoria dei militari uccisi al fronte - Gambassi

La fede è sostegno in tempo di guerra?

Sicuramente. È aumentata la domanda religiosa: altrimenti non si riesce a spiegare una follia come questa. Sulle spalle della Chiesa c’è anche la responsabilità, la missione di farsi interprete di una nuova ricerca di senso. San Giovanni Crisostomo diceva che viviamo in questo mondo come in un esilio. In una terra di lacrime c’è chi uccide, chi non rispetta l'altro, chi sparge sangue: proprio ciò che accade qui.

Gli studenti nella metropolitana di Kiev che diventa un rifugio anti-aereo durante gli allarmi missilistici

Gli studenti nella metropolitana di Kiev che diventa un rifugio anti-aereo durante gli allarmi missilistici - Reuters

L’Ucraina teme di essere abbandonata dall’Occidente?

Stando fuori da uno scenario di guerra, non è mai facile sentire con tutto se stesso la realtà come propria. Lo faceva e lo fa soltanto chi davvero vuole accompagnare spiritualmente, umanamente, umanitariamente o politicamente questo popolo. Ma c’è bisogno di un salto di qualità perché ciò avvenga.

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