mercoledì 20 gennaio 2010
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«Siamo molto preoccupati. Ci stiamo rendendo conto che molti bambini stanno lasciando il Paese per essere "deportati" o venduti all’estero». Le parole di Matteo Perrone, coordinatore dell’urgenza per l’Unicef a Port au Prince, sconvolgono nella loro brutale semplicità. La sua denuncia arriva ad Avvenire via e mail. Per giorni, Perrone è stato impegnato giorno e notte ad aiutare i piccoli sopravvissuti del dramma. «Scrivo appena un momento», aveva detto. E, ieri, ha trovato qualche minuto per lanciare il suo grido d’allarme. «I piccoli si imbarcano in voli che si recano un po’ ovunque nel mondo - si legge -. Ufficialmente i bambini vengono fatti uscire dal Paese con documenti regolari ma è molto strano che non siano accompagnati dalle loro nuove famiglie ma solo da una o due persone arrivate dall’estero». Il sistema - scrive il funzionario - «è avvolto nella nebbia. Ma non è normale che i bambini viaggino senza essere accompagnati dai genitori adottivi». Perrone formula un’ipotesi agghiacciante. «Si sta venendo a creare un vero e proprio mercato di minori. Il tutto senza rispettare la Convenzione dell’Aja e dei bambini. Il problema è molto serio». Unicef sta cercando di registrare tutti i piccoli non accompagnati, in modo da poter mantenere un controllo e vigilare sulla loro sicurezza. «Non è facile in questo inferno», aggiunge il funzionario Unicef. L’organizzazione sta anche cercando di raccogliere i bambini in una struttura adeguata dove i loro diritti siano rispettati. Un posto sicuro e protetto. Lontano, dunque, dalle tendopoli allestite spontaneamente nella capitale devastata dal sisma, dove la condizione dell’infanzia è a rischio.«Si stanno moltiplicando le notizie di abusi sui minori nei vari campi che si sono venuti a creare un po’ dappertutto», sostiene Perrone. Da sempre, l’infanzia è la vittima più debole della crudele realtà haitiana. Nel Paese più povero dell’emisfero occidentale e più degradato, i bambini subiscono abusi e violenze a casa e fuori. Non è difficile, poi, per mediatori senza scrupoli strappare i figli a famiglie disperate con la promessa vaga di portarli all’estero dove avranno un futuro migliore. Spesso, però, si tratta di "specchietti per le allodole". I piccoli scompaiono nel nulla. Forse, ingoiati nel terribile mercato della pedofilia o del traffico di organi. Già prima del terremoto - data l’estrema povertà - Haiti era considerato uno dei "produttori emergenti" di figli a buon mercato per l’Occidente. Più di 1800 bambini venivano adottati legalmente ogni anno. Circa un terzo di questi in Francia. L’esodo di minori era cresciuto esponenzialmente negli ultimi tempi. Data la scelta del Guatemala di chiudere le porte agli adottanti stranieri, Haiti aveva preso il suo posto. Due le ragioni: l’estrema povertà e la debolezza dell’autorità statale. Haiti era considerato il luogo ideale per ogni genere di traffico. Il terremoto ha reso ancor più terribile la situazione, distruggendo anche quel minimo di controllo da parte delle forze di sicurezza. Migliaia di minori - il loro numero non è stato ancora quantificato - hanno perso casa e genitori. Tanti, poi - almeno il 40 per cento dei minori - non hanno documenti perché non sono mai stati iscritti all’anagrafe. Nelle zone rurali non esistono uffici comunali, la maggior parte della popolazione - che non sa né leggere né scrivere - non è al corrente della procedura. Chi lo sa, poi, preferisce lasciar perdere per non correre il rischio di dover pagare la mazzetta al funzionario di turno. Una pratica drammaticamente diffusa nell’isola, al quarto posto nel mondo - secondo Transparency International - per tasso di corruzione. C’è poi il problema degli orfanotrofi fantasma. «Quelli ufficialmente riconosciuti dalle autorità haitiane sono il 10 per cento», scrive Perrone. Il resto sono abusivi. Controllare che i piccoli da loro ospitati vengano affidati a famiglie e non venduti al miglior offerente è da sempre quasi impossibile. Col terremoto il rischio è ancora più grande.
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