giovedì 6 gennaio 2022
La Corte Costituzionale ha accettato il ricorso della Procura e ribaltato la decisione di un anno fa. Ora si potranno perseguire gli autori intellettuali del massacro dei sei religiosi della Uca
Una veglia all'Uca per i sei gesuiti uccisi il 16 novembre 1989

Una veglia all'Uca per i sei gesuiti uccisi il 16 novembre 1989 - Ansa

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«Finalmente avremo giustizia», ha esultato il procuratore generale Rodolfo Delgado. Alcuni minuti prima, la Corte Costituzionale di El Salvador aveva accettato il suo ricorso e dato il via libera alla riapertura del caso del "massacro dei gesuiti" . Così è conosciuta nel Paese la strage del 16 novembre 1989 in cui morirono sei sacerdoti dell’Università Centramericana José Simeón Cañas (Uca) – gli spagnoli Ignacio Ellacuría, Segundo Montes, Ignacio Martín-Baró, Amando López e Juan Ramón Moreno e il salvadoregno Joaquín López –, assassinati a sangue freddo insieme alla cuoca Elda Ramos e a sua figlia adolescente Celina. Un eccidio perpetrato – in base all’analisi della Commissione Verità, realizzata con il sostegno dell’Onu – dal battaglione Atlacatl, braccio armato del regime all’epoca della guerra civile, terminata nel 1992. I nove militari responsabili sono stati condannati giudicati e condannati nel 1991. Due anni dopo, hanno ricevuto l’amnistia. Solo uno di loro, l’ex colonnello Guillermo Benavides è, al momento, in cella, dopo essere stato arrestato di nuovo nel 2016. Gli autori intellettuali, in ogni caso, sono rimasti nell’ombra. Fra i sospettati figurano vari leader delle forze armate e perfino l’allora presidente Alfredo Cristiani. Costoro, secondo le più accreditate ricostruzioni storiche, avrebbero voluto fermare con il delitto la mediazione portata avanti dai gesuiti per mettere fine al conflitto tra il governo e la guerriglia, costato oltre ottantamila morti.

Murale ricorda i gesuiti assassinati e l'arcivescovo Romero

Murale ricorda i gesuiti assassinati e l'arcivescovo Romero - Ansa

In realtà, la strage e il suo forte impatto nell’opinione pubblica internazionale finì per accelerare la firma degli accordi di pace. Di fronte alla riluttanza delle istituzioni nazionali, per avere piena giustizia, i familiari dei religiosi hanno avviato, dal 2009, un processo in Spagna, patria di cinque delle vittime. Basandosi sul principio della giustizia universale, nel settembre del 2020, la Audiencia nacional ha inflitto al colonnello Inocente Orlando Montano la pena di 133 anni di carcere. Quasi in contemporanea, invece, nel Paese centroamericano, la Sala penale della Corte Suprema ordinava la chiusura delle indagini per trovare i mandanti del massacro. Una decisione ora ribaltata con la sentenza del Tribunale costituzionale in quanto «lesiva del diritto di accesso alla giustizia e alla verità delle vittime».



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