mercoledì 23 febbraio 2011
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Le immagini di corpi carbonizzati, straziati, ammassati per le strade di Bengasi scorrono lente. Sono le vittime – dice la voce in sottofondo – della repressione libica. Il video-choc diffuso ieri dalla tv al-Jazeera ha indignato l’opinione pubblica di tutto il mondo. Che si muove. La Corte penale internazionale ha denunciato la morte di «600 manifestanti in cinque giorni». Fonti locali parlano addirittura di mille. Il massacro potrebbe costare al colonnello una condanna dall’Onu per genocidio. Il tribunale dell’Aja – ha riportato al-Arabiya starebbe cercando prove per incriminarlo. Di certo, le Nazioni Unite, stanno valutando attentamente la questione. Due giorni fa, il Segretario generale Ban Ki-moon aveva chiesto direttamente a Gheddafi di mettere fine alle violenze. L’appello, però, sembra essere caduto nel vuoto. Per questo, l’Onu ha deciso di essere più energica. Navi Pillay, Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, vorrebbe l’apertura di un’indagine internazionale. Gli attacchi contro i dimostranti – ha detto – potrebbero costituire «un crimine contro l’umanità». Parole pesanti. E presto potrebbero arrivare i fatti. Nel pomeriggio di ieri, si sono svolte le prime consultazioni a porte chiuse. Ad avere l’ultima parola su quali azioni concrete intraprendere, è il Consiglio di sicurezza. Questo si è riunito nella tarda serata di ieri, quando in Italia era già notte. I cinque membri permanenti sono spaccati. Da una parte, Usa, Francia e Gran Bretagna sono favorevoli alla linea dura. Proprio Londra ha fatto “mea culpa” – per bocca del premier Cameron – del sostegno garantito a lungo dall’Occidente ai regimi del Maghreb. Dall’altra, Cina e Russia sono poco propense a «interferire negli affari interni», nel timore che questa prassi finisca per ritorcersi loro contro. Pechino e Mosca, del resto, risultano poco credibili come difensori dei diritti umani. Per il Cremlino, poi, la questione è ancor più delicata: il timore dell’effetto-contagio è forte. Lo ha detto lo stesso presidente Medvedev, con insolita franchezza, durante una riunione del comitato nazionale antiterrorismo a Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord. La disintegrazione dei grandi Stati – ha detto il leader russo – porterà all’ascesa «dei fanatici e dell’estremismo». «Uno scenario simile lo preparavano prima anche per noi e tanto più ora cercheranno di realizzarlo», ha aggiunto, anche se «non riusciranno». In realtà, oltre alla solidarietà politica, c’è anche un forte interesse economico: la Russia rischia di perdere sino a due miliardi di dollari di contratti per forniture di armi alla Libia. Solidarietà al colonnello «assediato» è arrivata anche dal “dinosauro” Fidel Castro. Che ha accusato Washington di alimentare le violenze e di pianificare l’invasione della Libia. La Casa Bianca ha mantenuto, al contrario, un basso profilo. Il portavoce Jay Carney ha condannato la «spaventosa violenza» del governo mentre il segretario di Stato Clinton ha chiesto l’avvio di una transizione democratica. Obama, però, ha mantenuto il silenzio. Dura la Lega Araba che ha deciso di bandire la Libia dalle prossime riunioni fino a quando non dialogherà coi manifestanti. L’Ue, invece, sembra in difficoltà. Che i Ventisette siano divisi è ormai palese. Un tentativo di ricomposizione è stato fatto due giorni fa con un documento di condanna che non prevede, però, sanzioni. Ieri la Finlandia è tornata alla carica, chiedendo misure drastiche. L’Alto rappresentante per la politica estera Ashton ha condannato la Libia e ha annunciato che l’Europa «reagirà con tutti i mezzi a disposizione» per fermare la repressione. Come prima passo, Bruxelles ha congelato l’accordo quadro con la Libia ora in discussione.
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