venerdì 7 aprile 2023
Il vescovo Mokrzycki: «Abbiamo pregato affinché la guerra finisca. Viviamo sulla nostra pelle la Passione, ma la preghiera è soccorso nella sofferenza»
È tornata per strada la sacra rappresentazione della Passione organizzata dalla parrocchia latinanella cittàdi Bibrka, a 40 chilometri da Leopoli

È tornata per strada la sacra rappresentazione della Passione organizzata dalla parrocchia latinanella cittàdi Bibrka, a 40 chilometri da Leopoli - Gambassi

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«Ormai siamo abituati agli allarmi antiaerei». Sapeva bene l’arcivescovo Mieczysław Mokrzycki che il rischio c’era tutto a organizzare una processione all’aperto. «Ma la preghiera è soccorso nella sofferenza», tiene a ribadire. Anche per strada. E c’è bisogno di dare un segno di speranza. Soprattutto dopo un anno di guerra. La Via Crucis è tornata lungo le vie di Leopoli con due giorni di anticipo, il Mercoledì Santo. A piedi, dalla cattedrale alla chiesa di Sant’Antonio, sfidando anche le sirene. «È stata una Via Crucis per la pace, come ogni mercoledì e giovedì di Quaresima abbiamo invitato al digiuno a pane e acqua per la pace», afferma il pastore di 61 anni che guida la Chiesa latina di Leopoli dal 2008, dopo essere stato segretario aggiunto di Giovanni Paolo II e poi di Benedetto XVI. Appuntamenti che si aggiungono ai “Vespri amari” voluti in preparazione alla Pasqua.

Già lo scorso fine settimana nella città di Bibrka, a quaranta chilometri dal capoluogo, la parrocchia di San Nicola aveva portato in strada le ultime ore della vita del Signore: fra due ali di folla, come non si vedevano da prima dell’invasione, era andata in scena la sacra rappresentazione in costume che si era conclusa con la crocifissione accanto alla chiesa. Una sorta di prova dell’iniziativa di mercoledì. «C’è voglia di pace fra la gente», avverte l’arcivescovo Mokrzycki. E a Leopoli la guerra non si declina soltanto nella paura dei missili, ma si tocca con mano soprattutto nei volti degli sfollati che «in città sono oltre 200mila», dice il presule, nella «povertà che cresce» e nei funerali dei militari uccisi al fronte che si susseguono sempre più di frequente. «Ne ho celebrati diversi in questi giorni, anche a Ternopil», racconta l’arcivescovo. E subito confida: «Sentiamo di vivere sulla nostra pelle la passione di Cristo, consapevoli comunque che le prove e il dolore non sono mai vani. Sappiamo che la morte è stata vinta. Perciò attendiamo con fiducia che qui si traducano nel quotidiano le parole del Risorto ai discepoli pieni di timore: “Pace a voi”».

Una pausa. «Siamo in un inferno – sospira Mokrzycki –. La pace è davvero nelle mani di Dio. Nessuno sa quanto potrà durare il conflitto». Attacchi massicci, voci di offensive e controffensive, combattimenti lungo le trincee quasi come nella prima guerra mondiale dicono la follia di un’aggressione senza prospettive. «La Russia ha come obiettivo la conquista dell’Ucraina. E la gente ritiene inaccettabile questa prospettiva. Penso che il Cremlino abbia un intento: vuole sfiancarci e prendersi sempre più nostri figli così da costringerci nei prossimi mesi ad accettare la cessione di una parte dei territori». Una strategia di logoramento che congela ogni tentativo di mediazione. «Ma l’Ucraina non è sola. Può contare sul sostegno fattivo di molti Paesi del mondo. Ad esempio, l’Italia ci ha fatto sentire la sua vicinanza fin dai primi giorni e ha significato sia invii massicci di aiuti, sia ospitalità fraterna dei profughi nella Penisola».

Parole che l’arcivescovo dice davanti ai rappresentanti della missione italiana di “umanità e pace” voluta dai frati conventuali, dalla cooperativa Auxilium, dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Federazione italiana gioco calcio. Una spedizione “benedetta” da papa Francesco, come ricorda padre Enzo Fortunato che con Angelo Chiorazzo, fondatore di Auxilium, ha incontrato il Pontefice alla vigilia del viaggio. «Il Papa prega per noi e soffre con noi – riflette Mokrzycki –. Auspichiamo che, anche grazie ai suoi continui appelli, la guerra possa finire al più presto».

Leopoli, con la sua regione, rimane la terra dell’accoglienza per chi fugge dagli attacchi russi. «L’intera oblast conta oggi un milione e 800mila rifugiati», dice il sindaco Andrij Sadovyj dialogando con il gruppo italiano. «E tutto ciò conferma la tradizione di umanesimo di questo angolo dell’Ucraina profondamente segnato dalla cultura dell’incontro», osserva il vice-presidente di Sant’Egidio, Adriano Roccucci. Ma negli ultimi mesi è cominciato anche il controesodo, ossia il ritorno degli sfollati verso le località d’origine benché ancora a rischio «Le persone che restano qui fra noi sono i più fragili, gli anziani, i malati, coloro che hanno perso la casa per i bombardamenti o che non sono in grado di ricostruirsi una vita – conclude il presule –. Noi cerchiamo di creare un clima per cui ciascuno possa sentire in famiglia. E la Chiesa è in prima linea. Perché, come discepoli di Gesù, sono chiamati a essere testimoni di fraternità e di vita nuova».


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