martedì 14 marzo 2017
Una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea stabilisce che «non è discriminatorio» proibire di indossare visibilmente, sul lavoro, simboli politici, religiosi e filosofici
«L'azienda può vietare il velo islamico. E simboli visibili»
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Le aziende europee possono proibire ai dipendenti di indossare il velo islamico e più in generale di indossare in maniera visibile simboli politici, religiosi o filosofici. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell'Unione Europea.

La sentenza nasce da due casi, uno francese e uno belga, sull'uso del velo islamico nel mondo del lavoro. Le Corti Costituzionali di entrambi i Paesi avevano chiesto alla massima istanza giudiziaria europea di chiarire la sua interpretazione della direttiva europea 2000 sulla parità di trattamento in materia di occupazione.

La sentenza: «Non è discriminazione»

"Il divieto di indossare un velo islamico, se deriva da una norma interna di un'impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali" ha stabilito la Corte di Giustizia Ue. La sentenza è destinata ad armonizzare le pratiche dei datori di lavoro sui simboli religiosi in tutta l'Unione Europea.

Licenziate perché rifiutarono di togliere il velo

Entrambi i casi in esame, quello francese e quello belga, riguardavano donne musulmane licenziate per essersi rifiutate di togliere il velo sul luogo di lavoro.

Il 22 giugno 2009 Micropole SA, un'impresa privata con sede in Francia, ha licenziato Asma Bougnaoui, progettista per l'azienda dal 15 luglio 2008, perché voleva continuare a indossare il velo durante la fornitura dei servizi ai clienti. Nella lettera di licenziamento Micropole SA aveva evidenziato che gli impiegati dovevano rispettare una politica di "neutralità" di fronte ai clienti.

La sentenza belga riguarda una donna musulmana, Samira Achbita, assunta nel 2003 come receptionist dall'impresa G4S in Belgio. All'epoca dell'assunzione, una regola non scritta interna alla G4S vietava ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose. Nell'aprile 2006, la signora Achbita ha informato il datore di lavoro del fatto che intendeva indossare il velo islamico durante l'orario di lavoro. La direzione le ha comunicato che non sarebbe stato tollerato, in quanto portare in modo visibile segni politici, filosofici o religiosi era contrario alla neutralità cui si atteneva l'impresa nei suoi contatti con i clienti. La signora ha insistito, e l'azienda ha modificato il regolamento interno per mettere nero su bianco "il divieto ai dipendenti di indossare sul luogo di lavoro segni visibili delle loro convinzioni politiche, filosofiche o religiose e/o manifestare qualsiasi rituale che ne derivi". Dopo il rifiuto di rispettare la norma, la signora Achbita è stata licenziata e ha contestato tale licenziamento dinanzi ai giudici del Belgio, che a loro volta hanno chiamato in causa la Corte Ue.

Amnesty International: è discriminatorio

Amnesty International, insieme con la Rete Europea contro il Razzismo, ha già sottoposto alla Corte le proprie osservazioni secondo le quali entrambe le misure imposte dalla G4S Secure Solutions NV e dalla Micropole SA nei confronti dei loro dipendenti costituiscono discriminazione basata sulla religione o sul credo.

Crocifisso al collo sul lavoro: 2 casi

La sentenza riporta alla mente due casi riguardanti simboli cristiani indossati sul luogo di lavoro. Un caso riguarda una hostess britannica, di fede cristiana copta, licenziata per avere portato la croce insieme con la divisa del lavoro. Dopo 7 anni vinse il ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo. L'altro caso fece discutere in Norvegia nel novembre del 2013: una nota giornalista aveva condotto il telegiornale indossando una piccola croce al collo, ma dopo le proteste di alcuni telespettatori islamici il direttore le aveva chiesto di toglierla.

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