Colombia, nella capitale della droga la guerra tra bande fa 87mila sfollati. E c'entra il Venezuela
di Lucia Capuzzi, inviata a Tibù
A Tibú, nel Catatumbo, si concentrano 22mila ettari di coltivazioni: il record mondiale. Cominciato esattamente un anno fa, si riaccende lo scontro per il loro controllo

La moto giace adagiata sul viottolo sterrato. Appena due ruote e un telaio mal coperto dai frammenti superstiti di carenatura. «Ma il motore funziona», assicura Julia – il nome è ovviamente di fantasia – che, nella notte di sabato, è saltata sul sellino con i tre figli di 11, 8 e 5 anni aggrappati al corpo. Ha respirato profondamente ed è partita, lasciandosi alle spalle la comunità “Chilometro 16” e il tonfo sordo delle bombe scagliate dai droni. Stretta al petto la “carpeta”, la cartella, il kit di emergenza che ogni contadino del Catatumbo tiene pronto: un sacchetto con i documenti di ogni componente della famiglia. Sa che non ci sarà il tempo di prendere altro appena la guerra uscirà dalla selva ancora una volta. Allora non resterà che fuggire. Julia lo ha fatto già tre volte da quando – un anno esatto a domani – la violenza è riesplosa con forza inedita in questa regione della Colombia nord-orientale al confine con il Venezuela. La prima, il 16 gennaio 2025, quando i guerriglieri marxisteggianti dell’Ejercito de liberación nacional (Eln) hanno lanciato un’offensiva senza precedenti contro i “compagni” rivali del Fronte 33, gruppo di dissidenti delle Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc) che ha ripreso le armi dopo gli accordi di pace con il governo del 2016. La seconda, la notte di Natale. «Ero tornata da una settimana ed eccomi di nuovo per strada». «L’esodo intermittente», lo chiamano a Tibú, il principale centro del Catatumbo e meta dei profughi. Un anno fa sono arrivati in 40mila nell’arco di qualche settimana. Quando la tensione si è allentata un po’, la gran parte è tornata indietro. Per poi fuggire di nuovo a ogni ripresa dei combattimenti che vanno avanti a geografia e intensità variabili. Finora il ministero della Difesa ha contato oltre 87mila sfollati. A cui si sommano i 28 appena approdati nel quartiere Elias Torres di Tibú. Come Julia e i suoi bimbi. La donna è andata a impegnare il cellulare e racimolare così i soldi per pagare un affitto. Nel mentre, i piccoli aspettano in casa della coppia – lui colombiano, lei venezuelana, da tre anni nel Paese senza documenti – che li ha accolti. «Per quale ragione? Li abbiamo visti fuori di notte, smarriti. Come facevamo a lasciarli là?», dice la moglie mentre il marito annuisce. «Le cose si mettono male – dice Jaime Botero, presidente della Junta de acción comunal, organizzazione creata dai cittadini per gestire i 36 quartieri di Tibú –. Ne arriveranno altri».
Invisibile sullo scacchiere geopolitico, la guerra del Catatumbo riassume in scala le tensioni internazionali. Per questo non accenna a concludersi. Anzi, dal colpo di mano di Washington a Caracas, è in atto un’escalation, i cui risultati vanno ben oltre la fascia di remoti villaggi abbandonati tra la Cordigliera orientale e il Lago Maracaibo. «E a soffrire sono sempre i civili, già stremati», afferma il vescovo Israel Bravo che, insieme al pastore di Ocaña, Orlando Olave, rappresentanti dell’Onu e la Defensoria del Pueblo, lavorano a ritmo continuo alla gestione dell’emergenza attraverso Commissione umanitaria. Tibú – una selva di ambulanti, baracchini, mototaxi, negozi di fertilizzanti e carburante, compro oro aperti h 24 – è la capitale globale della coca. Le coltivazioni iniziano una quarantina di chilometri a nord e si estendono per 22mila ettari, il record mondiale. Nel resto del Catatumbo, secondo il sistema di monitoraggio Onu, si celano altri 20mila ettari. A questo si sommano ingenti giacimenti di petrolio, carbone, acqua. Un bottino che, dagli anni Settanta, ha attirato i vari gruppi armati protagonisti dell’interminabile violenza colombiana. Eln, Farc, paramilitari d’ultradestra creati in funzione anti-guerriglia che in Catatumbo hanno perpetrato alcuni dei massacri più efferati. La smobilitazione delle Farc, in seguito all’intesa di dieci anni fa, doveva preludere all’arrivo dello Stato in termini di istituzioni e infrastrutture. Non è, però, accaduto. E i miliziani sono tornati. «L’Eln, già radicato lungo il confine, ha colmato il vuoto lasciato dal disarmo delle Farc – sottolinea Gerson Arias de la Fundación Ideas para la paz, esperto tra i più accreditati nel Paese –. E ha ottenuto il controllo della regione, delle sue risorse e dei commerci, legali e illegali. Anche grazie ai forti legami con il chavismo». Poi una parte delle Farc è tornata a combattere. In breve ha cercato di recuperare il terreno perduto in Catatumbo mediante la conquista del consenso popolare attraverso la realizzazione di opere pubbliche e l’apertura di un canale con il governo. Da qui la reazione feroce dell’Eln che ha sentito vacillare il suo impero. Ora il gruppo si sente minacciato dal nuovo corso in Venezuela nonché dal possibile riavvicinamento tra Bogotà e la Casa Bianca. Da una parte, dunque, rilancia il dialogo con il governo di Gustavo Petro, interrotto proprio in seguito al conflitto in Catatumbo. Dall’altra aumenta la pressione sulla popolazione, sottoposta a un’asfissiante vigilanza per paura di infiltrazioni. Soprattutto i contadini. «La coca è un business per tutti tranne che per chi la coltiva: guadagna poco e paga un prezzo altissimo in termini di violenza. Per un chilo di pasta base riceve poco più di mille dollari – spiega Junior Maldonado, portavoce dell’Associazione contadina del Catatumbo (Ascamcat) –. I gruppi armati le rivendono a sei volte tanto». Il cartello messicano di Sinaloa, il compratore dominante, incassa infinitamente di più: è questo - insieme ai rivali di Jalisco - a gestire l’export verso il Nord del mondo dove un grammo di cocaina costa una cinquantina di dollari e, dunque ad avere in mano - retorica a parte - il traffico globale.
Eln e altre formazioni colombiane hanno un ruolo secondario di fornitori, con la facilitazione – remunerata – delle forze armate venezuelane. All’estremo opposto della narco-economia ci sono i raccoglitori o “raspachines”. «Mi davano due dollari per ogni sacco da 12 chili. In una settimana ne guadagnavo 40», racconta Licín che, per nove anni, ha lavorato con i tre bambini nelle coltivazioni di La Gabarra, a 70 chilometri da Tibú, prima di fuggire per paura che i figli fossero reclutati dai miliziani. Tutti, a forza di “raspar”, hanno perso la sensibilità nelle dita. «Lo fanno per mancanza di alternative. La coca è l’unico prodotto acquistato a domicilio – sottolinea Maldonado -. Un dettaglio fondamentale: cacao, caffè, avocado marciscono nei campi perché la mancanza di collegamenti impedisce l’accesso al mercato». Le voragini aperte sulla strada per Tibú ne sono appena un minimo esempio. L’asfalto che conduce a Vertrania, alla periferia del municipio, invece, è impeccabile. «Ci hanno pensato loro», afferma Jesús mentre sfreccia sulla carreggiata dove, su ogni palo, c’è la firma dei dissidenti delle Farc che controllano quasi tutto il centro urbano. «Loro», appunto. Per percorrerla è necessaria «l’autorizzazione». Jesús, per il lavoro umanitario, l’ha ottenuta. Avanza, dunque, con i finestrini abbassati per essere identificato, fino al Rifugio umanitario di pace. Là dal 3 aprile vivono accampati 161 profughi che si auto-organizzazione grazie alle associazioni Asuncat e Asorepacol. Tra loro una trentina di attivisti minacciati dai gruppi armati, come Aldemar Pinilla, Orangel Galbis e Paulo Téllez. «Già settanta sono stati assassinati nel conflitto dell’ultimo anno – conclude Pinilla –. Ma rifiutiamo di andarcene anche se è dura: coltiviamo quello che possiamo, alleviamo polli... L’esistenza del rifugio, però, è un atto di resistenza per restare dove siamo nati. Per non farci privare del diritto alla vita, alla terra, alla pace. Per questo andiamo avanti».

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