La rivolta in Iran e la tentazione della forza

L’opzione bellica pare un azzardo spericolato, che potrebbe costare altre carneficine. Di fronte all’ingiustizia e all’impotenza, rimane tuttavia per molti un tentativo da compiere. Ma nel mondo multipolare di oggi serve soprattutto la capacità di mediazione
January 15, 2026
La rivolta in Iran e la tentazione della forza
Un corteo a Berlino in sostegno della rivolta in corso in Iran /Reuters
Le stime delle vittime nella repressione delle proteste in Iran variano considerevolmente. Ma anche alcune tra le più prudenti sono agghiaccianti: si parla di oltre tremila morti, un bilancio già più alto degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, per dare solo un elemento di paragone. Fonti non verificate indicano dodicimila uccisi sotto il fuoco delle Guardie della Rivoluzione e di altre milizie filogovernative. Forse non sapremo mai il numero esatto, perché i regimi fanno dell’occultamento della verità e della manipolazione le loro armi più pervasive. Ancora oggi, dopo oltre 35 anni, non esiste una versione ufficiale o definitiva della strage di Piazza Tienanmen. I carri armati o i fucili, però, massacrano davvero i manifestanti, malgrado il tentativo di oscurare le immagini.
Persino nella società della comunicazione immediata e senza barriere, la leadership di Teheran è riuscita a costruire un muro efficace per filtrare drasticamente le notizie in entrata e in uscita. Quello che tuttavia trapela dal grande Paese asiatico turba le nostre coscienze e agita la politica internazionale. C’è una domanda che non si può eludere: come possiamo dare concreto sostegno a chi chiede condizioni di vita migliori, libertà e diritti rischiando nelle strade di essere ucciso o arrestato per poi finire al patibolo? Le risposte finora prospettate sono molto diverse e riflettono quella frammentazione globale che si sta manifestando con sempre maggiore evidenza.
Mobilitarci a nostra volta con eventi pubblici di solidarietà rappresenta una modalità consueta – e positiva –, che in questo caso non incrinerà nel breve periodo la linea dura decisa dalla Guida Suprema Ali Khamenei e dal suo circolo di potere. Né il messaggio di appoggio arriverà facilmente a chi li sta sfidando. Direbbe il filosofo Immanuel Kant che abbiamo un dovere di farlo più per noi, se vogliamo rimanere all’altezza dello status di individui morali, che non per le persone alle quali ci dichiariamo vicini. Nelle democrazie, le piazze piene servono per stimolare i rappresentanti politici a prendere a cuore una causa e ad agire di conseguenza. Che cosa potrebbe quindi fare la nostra diplomazia insieme a quella dell’Unione Europea?
Qui emergono le differenze di prospettiva cui si accennava in precedenza. Una via è la protesta ufficiale, il ritiro dei diplomatici, le sanzioni commerciali (peraltro, l’Iran è già oggetto di ampie limitazioni dovute alle violazioni degli accordi sul nucleare). Servono tali provvedimenti drastici? Al di là del fatto che spesso colpiscono più la popolazione che le élite, sono in grado di agire sul lungo termine, mentre rischiano di minare ogni opportunità di dialogo immediato. Se non avessimo avuto canali aperti con Teheran, sarebbe stata impossibile la liberazione in tempi rapidi della giornalista Cecilia Sala, arrestata in modo illegittimo a Teheran nel dicembre 2024.
D’altra parte, la crisi attuale è scaturita proprio da un movente economico che ha riattivato l’opposizione sociale agli ayatollah. Inflazione, salari fermi, benefici revocati, scarsità di beni disponibili a fronte di un’amministrazione inefficiente e corrotta – che favorisce una minoranza di privilegiati, in controllo delle leve finanziarie, indipendentemente dall’appartenenza ideologica – hanno scatenato la sollevazione. Che risulta composita e non tutta orientata a un cambiamento radicale. Se si leggono le cronache dei media non occidentali, a risaltare non è la richiesta di elezioni o l’allentamento dei divieti imposti dalla legge islamica, bensì la rivendicazione di un sistema capace di proteggere (si considerino gli attacchi ai siti atomici portati da Usa e Israele nel giugno 2025) e di condurre in modo giusto ed efficiente la nazione. Con buona probabilità entrambe le letture colgono una parte della profonda insoddisfazione che percorre almeno una parte dell’Iran.
Veniamo quindi a tre modelli schematici che possono riassumere le attuali prospettive geopolitiche, rimesse in gioco negli ultimi anni. In primo luogo, almeno per l’Europa, c’è ancora l’idea di un ordine liberale, con l’attenzione ai diritti umani e il ruolo delle istituzioni sovranazionali, come le Nazioni Unite, per cercare di garantire attraverso pressioni legittime una dialettica interna che non degeneri nella violenza. Viene poi la concezione del confronto tra potenze, nel quale prevale l’interesse ad allargare le proprie zone di influenza e a utilizzare la logica della deterrenza e della forza militare. Le dichiarazioni di Donald Trump che lasciano intravedere un intervento armato vanno in questa direzione. Infine, la visione di un assetto post-occidentale (per esempio come descritto dallo studioso Amitav Acharya) propone una pluralità di centri di governance, di modelli di legittimità politica e di fonti normative. Ciò include le posizioni di Cina e Russia che difendono la sovranità di Teheran e la non interferenza nei suoi affari da parte di altri Stati, anche se Mosca pare più incline a salvaguardare un forte partner nel settore degli armamenti, assai rilevante per la guerra d’invasione in Ucraina, che a tutelare principi generali.
Questa partizione ci dice come purtroppo gli appelli all’Onu o un sentire comune verso le sofferenze di chi si solleva e viene represso nel sangue rischino facilmente di cadere nel vuoto. Ciò non vuole dire che dobbiamo rassegnarci di fronte alla tragedia. I piani del regime di Teheran sono abbastanza chiari. Si vuole in primo luogo criminalizzare la protesta dipingendola come sabotaggio sobillato dall’esterno e “offesa a Dio”. Si usa una strategia di violenza estrema e concentrata per terrorizzare e dividere il movimento. Intanto, il blackout comunicativo impedisce il coordinamento e riduce l’impatto emotivo delle vicende in corso. Nel clima di intimidazione instaurato, si proverà infine a introdurre qualche riforma di facciata per riportare una parvenza di normalità. Non è detto che questa volta funzioni, soprattutto se l’Occidente farà sapere con fermezza che non accetta di tornare a quella “normalità” e sollecita invece aperture significative.
Bombardare il quartier generale potrebbe essere l’avvio della soluzione? Magari per riportare in patria il figlio dello Scià, come vorrebbero alcune frange dell’opposizione. L’opzione bellica pare un azzardo spericolato, che potrebbe costare altre carneficine. Di fronte all’ingiustizia e all’impotenza, rimane tuttavia per molti la tentazione di ritenerla un tentativo da compiere. Nel mondo multipolare di oggi, serve soprattutto la capacità di mediazione e una lungimirante determinazione che i dimostranti a Teheran accoglierebbero, si presume, con più soddisfazione del cinismo di Russia e Cina e dei potenziali missili americani.

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