Parisa Nazari: «Perché scendere in piazza in Italia aiuta gli oppositori iraniani»
Oggi a Roma la manifestazione promossa da Amnesty e da Donna Vita Libertà. L'attivista: sapere che tante persone in Paesi stranieri ci sono vicine dà coraggio a chi rischia la vita per la democrazia

Nelle stesse ore in cui i riflettori sui massacri di manifestanti in Iran rischiano di spegnersi, è necessario «che chi lotta per la libertà a rischio della vita sappia che in Europa e in Italia si scende in piazza per dire basta a questa mattanza». Parisa Nazari è arrivata in Italia 30 anni fa: ne aveva 21 quando ha lasciato l’Iran e oggi è tra le attiviste più impegnate nella difesa del suo popolo. Nominata difensora dei diritti umani da Amnesty, è una esponente del movimento “Donna Vita Libertà” e tra le organizzatrici della manifestazione di questo pomeriggio in piazza del Campidoglio a Roma, a cui hanno aderito decine di associazioni, da Rete Italiana Pace e Disarmo ad Articolo 21, dalla Cgil Lazio alla Uil.
Parisa Nazari, perché è importante che le diverse manifestazioni di piazza, organizzate oggi e nei prossimi giorni, siano partecipate?
Perché questo dà coraggio alle persone che in Iran stanno lottando e rischiano la vita. Quando in un sistema dittatoriale un oppositore viene arrestato, la prima cosa è fargli credere che è solo, che il mondo l’ha dimenticato, che sarà l’unico a pagare un prezzo e quindi gli conviene collaborare. Al contrario, sapere che ci sono tanti cittadini di Paesi anche lontani che scendono in piazza per lui e per gli altri come lui dà coraggio. D’altro canto il regime di Teheran deve sapere che il mondo non crede alla sua narrativa, che la società civile è viva, sorveglia e giudica e fa pressione sui governi.
Perché questo dà coraggio alle persone che in Iran stanno lottando e rischiano la vita. Quando in un sistema dittatoriale un oppositore viene arrestato, la prima cosa è fargli credere che è solo, che il mondo l’ha dimenticato, che sarà l’unico a pagare un prezzo e quindi gli conviene collaborare. Al contrario, sapere che ci sono tanti cittadini di Paesi anche lontani che scendono in piazza per lui e per gli altri come lui dà coraggio. D’altro canto il regime di Teheran deve sapere che il mondo non crede alla sua narrativa, che la società civile è viva, sorveglia e giudica e fa pressione sui governi.
L’opposizione iraniana è divisa e questo si riflette anche all’estero: c’è chi auspica il ritorno del figlio dello scià, Reza Pahlavi, chi auspica l’intervento americano, chi invece conta sul popolo iraniano. Qual è la sua idea?
Come esponente di Donna Vita Libertà, penso che questo movimento, nato tre anni fa con la convinzione che una pressione dirompente sul regime ne avrebbe prima o poi causato l’implosione dall’interno, non possa essere a favore di un intervento straniero. Certo, le cose sono cambiate: negli ultimi tre anni la repressione è stata feroce, si vive nel terrore e qualsiasi voce di dissenso rischia di essere spenta per sempre. Perciò non biasimo la parte dell’opposizione iraniana convinta che dall’interno non si possa fare nulla e che sia necessaria una spallata dall’esterno. Un’altra parte dell’opposizione invece sostiene un progetto politico di transizione che passi attraverso un referendum e chiede che la comunità e le istituzioni internazionali e l’Europa facciano pressioni per questo obiettivo. È questa la posizione della Nobel per la pace Narges Mohammadi (detenuta in un luogo non precisato dopo l’arresto del 12 dicembre scorso a Mashhad, ndr) che in ogni suo discorso ribadisce che la Repubblica islamica non è riformabile e che gli iraniani meritano un sistema democratico basato sulla volontà popolare. L’Iran è stato distrutto da una classe dirigente che da 47 anni opprime la popolazione: noi riteniamo che il cambiamento debba avvenire dall’interno del Paese.
Come esponente di Donna Vita Libertà, penso che questo movimento, nato tre anni fa con la convinzione che una pressione dirompente sul regime ne avrebbe prima o poi causato l’implosione dall’interno, non possa essere a favore di un intervento straniero. Certo, le cose sono cambiate: negli ultimi tre anni la repressione è stata feroce, si vive nel terrore e qualsiasi voce di dissenso rischia di essere spenta per sempre. Perciò non biasimo la parte dell’opposizione iraniana convinta che dall’interno non si possa fare nulla e che sia necessaria una spallata dall’esterno. Un’altra parte dell’opposizione invece sostiene un progetto politico di transizione che passi attraverso un referendum e chiede che la comunità e le istituzioni internazionali e l’Europa facciano pressioni per questo obiettivo. È questa la posizione della Nobel per la pace Narges Mohammadi (detenuta in un luogo non precisato dopo l’arresto del 12 dicembre scorso a Mashhad, ndr) che in ogni suo discorso ribadisce che la Repubblica islamica non è riformabile e che gli iraniani meritano un sistema democratico basato sulla volontà popolare. L’Iran è stato distrutto da una classe dirigente che da 47 anni opprime la popolazione: noi riteniamo che il cambiamento debba avvenire dall’interno del Paese.
Il regime di terrore degli ayatollah non ha permesso a nuovi leader di emergere. Potrà essere decisivo il contributo di coloro che sono in carcere da prigionieri politici e quello degli attivisti della diaspora?
Il fatto che non emergano nuovi leader è il motivo per cui molti si rivolgono a personaggi già conosciuti, come Reza Pahlavi. Ma a mio avviso la società iraniana è pronta per avviare il passaggio da una Repubblica disastrosa a una Repubblica democratica. I nuovi rappresentanti del popolo devono emergere grazie a libere elezioni e sono convinta che esistano già tante risorse importanti per il futuro del Paese, personalità che oggi sono in carcere o sotto processo perché sfidano il regime. E poi ci sarà il contributo della diaspora: oggi quasi il 10 per cento degli iraniani vive fuori dai confini, in tutto 8 milioni su 90, e molti di loro non vedono l’ora di tornare in Iran per mettere a disposizione le proprie competenze. Ci sarà una pluralità di idee che è la prerogativa della democrazia.
Il fatto che non emergano nuovi leader è il motivo per cui molti si rivolgono a personaggi già conosciuti, come Reza Pahlavi. Ma a mio avviso la società iraniana è pronta per avviare il passaggio da una Repubblica disastrosa a una Repubblica democratica. I nuovi rappresentanti del popolo devono emergere grazie a libere elezioni e sono convinta che esistano già tante risorse importanti per il futuro del Paese, personalità che oggi sono in carcere o sotto processo perché sfidano il regime. E poi ci sarà il contributo della diaspora: oggi quasi il 10 per cento degli iraniani vive fuori dai confini, in tutto 8 milioni su 90, e molti di loro non vedono l’ora di tornare in Iran per mettere a disposizione le proprie competenze. Ci sarà una pluralità di idee che è la prerogativa della democrazia.
Parisa, lei corre lontano. Ma la rivolta sembra già sedata, il presidente Trump ha avuto assicurazioni sul fatto che non ci saranno esecuzioni di manifestanti… Il rischio è che ancora una volta, come per le proteste di “Donna Vita Libertà”, il sacrificio di migliaia di persone sia ancora una volta vano…
Il rischio c’è. Del resto, non credo affatto che la macchina repressiva della Repubblica islamica si sia fermata. Ma anche se fosse, chi risponde per le 15mila persone uccise nei disordini stimate dalla tv basata a Londra Iran International? Ora il regime dice: non uccidiamo più e noi facciamo finta di crederci?
Il rischio c’è. Del resto, non credo affatto che la macchina repressiva della Repubblica islamica si sia fermata. Ma anche se fosse, chi risponde per le 15mila persone uccise nei disordini stimate dalla tv basata a Londra Iran International? Ora il regime dice: non uccidiamo più e noi facciamo finta di crederci?
Il ministro Tajani ha comunicato che l’ambasciata italiana non chiuderà. Molti chiedono invece che si interrompano i rapporti diplomatici. Come la pensa?
Penso che in momenti di crisi le ambasciate possano aiutare chi deve scappare perché rischia la vita. Inoltre possono essere presidi di Europa all’interno di un Paese ostile. Si può pensare, come sta accadendo, di ridurre il livello di rappresentanza, richiamare forse l’ambasciatrice per dare un segno tangibile alla Repubblica islamica che l’Italia non crede alla sua narrazione, per la quale sono i manifestanti a sparare sulla folla.
Penso che in momenti di crisi le ambasciate possano aiutare chi deve scappare perché rischia la vita. Inoltre possono essere presidi di Europa all’interno di un Paese ostile. Si può pensare, come sta accadendo, di ridurre il livello di rappresentanza, richiamare forse l’ambasciatrice per dare un segno tangibile alla Repubblica islamica che l’Italia non crede alla sua narrazione, per la quale sono i manifestanti a sparare sulla folla.
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