Lo sciopero della fame in carcere di Heba e Kamran è finito (ed è già nella storia)
I due attivisti palestinesi hanno superato il record di giorni senza cibo, che nel Regno Unito costò la vita a Bobby Sands: non si sono alimentati rispettivamente per 73 e 67 giorni consecutivi, contro i 66 del militante repubblicano irlandese. Decisiva la decisione del governo inglese di non assegnare un mega-contratto alla filiale britannica di una società israeliana di armi

Si è concluso a un passo dall’esito irreversibile lo sciopero della fame di un gruppo di attivisti di Palestine Action rinchiusi da mesi nelle carceri britanniche. La decisione del governo di Londra di non assegnare un contratto da 2 miliardi di sterline alla filiale britannica della società israeliana di armamenti Elbit Systems ha portato alla sospensione della protesta, avvenuta quando due dei detenuti in sciopero stavano ormai morendo e il timore per le loro condizioni si era fatto sempre più pressante.
La 31enne Heba Muraisi aveva raggiunto il 73° giorno consecutivo senza assumere cibo; Kamran Ahmed, 28 anni, era invece al 67° giorno di digiuno prolungato. Entrambi avevano dunque oltrepassato il limite simbolico e fisiologico che nel 1981 segnò la fine della vita di Bobby Sands, il militante repubblicano irlandese morto nel carcere di Belfast dopo 66 giorni di sciopero della fame. A quel punto, secondo ogni letteratura medica, il rischio di collasso degli organi vitali, danni neurologici permanenti e morte improvvisa è estremamente elevato. Il parallelo con lo sciopero della fame del 1981 non è solo storico ma anche clinico: la prima morte di allora avvenne dopo 46 giorni, e l’ultimo prigioniero, Kieran Doherty, resistette per 73 giorni. Lo stesso numero raggiunto da Muraisi. In quel lasso di tempo, il corpo entra in una fase di consumo irreversibile, in cui anche una ripresa dell’alimentazione comporta rischi elevati.
È in questo contesto che il Ministero della Difesa di Londra ha comunicato la decisione di non concedere a Elbit Systems UK il contratto per l’addestramento di circa 60mila soldati britannici all’anno. Per gli scioperanti si tratta del soddisfacimento di una richiesta centrale della protesta. Dal 2012 la società aveva ottenuto infatti più di dieci contratti pubblici, rendendo la scelta attuale un segnale di discontinuità nelle politiche governative.
Oltre a Muraisi e Ahmed, hanno interrotto lo sciopero Lewie Chiaramello, 22 anni, affetto da diabete di tipo 1, che aveva digiunato a giorni alterni arrivando al 46° giorno, e altri quattro detenuti – Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib – che si erano chiamati fuori dalla protesta dopo l’aggravamento delle loro condizioni di salute. Tutti hanno iniziato la fase di rialimentazione seguendo protocolli sanitari, una procedura che, dopo digiuni così prolungati, comporta rischi significativi se non è gestita con estrema cautela. Rimane invece in sciopero il 22enne Umar Khalid, che dopo una sospensione ha ripreso il digiuno e continua a rifiutare il cibo, mantenendo aperta una situazione di grave criticità.
Tra le richieste accolte figura il trasferimento di Heba Muraisi dal carcere di New Hall, a Wakefield, a quello di Bronzefield, nel Surrey, più vicino alla sua famiglia. Il gruppo rivendica infine una serie di risultati politici: nelle ultime settimane, centinaia di persone avrebbero dichiarato l’intenzione di intraprendere azioni dirette contro quello che definiscono il “complesso militare-industriale”, superando il numero complessivo di attivisti coinvolti nei precedenti cinque anni di campagna. In questo arco di tempo, affermano, quattro fabbriche di armi israeliane hanno cessato l’attività nel Regno Unito.
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