Heba e Kamran, i due attivisti palestinesi che si stanno lasciando morire di fame

I giovani sono rinchiusi nella prigione di New Hall, nel Regno Unito, con altri attivisti di Palestine Action per presunti atti di sabotaggio contro l’industria militare israeliana. La donna rifiuta del tutto il cibo da 68 giorni: Bobby Sands morì dopo 66
January 9, 2026
Heba Muraisi, 31 anni, e Kamran Ahmed, 28 anni
Heba Muraisi, 31 anni, e Kamran Ahmed, 28 anni
Lo sciopero della fame in carcere di Heba Muraisi è ormai più lungo di quello di Bobby Sands, che nel 1981 morì dopo 66 giorni consecutivi di digiuno in una cella di Long Kesh, alle porte di Belfast. Ieri la 31enne Muraisi, rinchiusa nella prigione di New Hall insieme ad altri attivisti di Palestine Action, ha superato quel tragico limite e le sue condizioni sono ormai disperate. Rispetto al dramma irlandese di 45 anni fa il contesto e le motivazioni sono diverse, ma la forma di lotta nonviolenta resta la stessa: un digiuno portato fino alle estreme conseguenze per denunciare ciò che i detenuti considerano un’ingiustizia. Il rifiuto totale del cibo è iniziato il 2 novembre scorso e ha coinvolto otto attivisti, tutti detenuti in custodia cautelare in attesa di giudizio per presunti atti di sabotaggio contro siti dell’industria militare israeliana, in particolare la compagnia Elbit Systems. Dopo queste incursioni il gruppo, che pratica disobbedienza civile e azioni dirette di disturbo, è stato etichettato come organizzazione terroristica. La protesta carceraria punta a denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e, appunto, la classificazione dell’organizzazione come «terroristica» da parte del governo britannico.
I legali e i familiari riferiscono che Heba Muraisi presenta ormai spasmi muscolari incontrollabili, difficoltà respiratorie e debolezza estrema, con segni di danno neurologico e generale deterioramento fisico. Accanto a lei continua lo sciopero anche il 28enne Kamran Ahmed, che ha raggiunto i 60 giorni senza cibo ed è stato ricoverato più volte per perdita di peso, dolori toracici e disturbi uditivi intermittenti. Lewie Chiaramello, 22 anni, affetto da diabete, segue invece la protesta in forma intermittente, rifiutando il cibo a giorni alterni e accumulando 45 giorni complessivi di digiuno, con sintomi di debolezza grave e confusione. Altri cinque attivisti di Palestine Action hanno interrotto lo sciopero nel dicembre scorso dopo ripetuti trasferimenti in ospedale per il peggioramento delle loro condizioni di salute.
Una lettera sottoscritta da oltre ottocento persone tra medici, avvocati e familiari dei detenuti è stata inviata al Segretario alla giustizia David Lammy per convincerlo a incontrare gli avvocati degli attivisti in sciopero prima che sia troppo tardi. Le autorità carcerarie affermano che i detenuti sono sottoposti a monitoraggio medico regolare ma i legali e le organizzazioni per i diritti umani denunciano gravi rischi per la vita, osservando che il digiuno protratto può causare danni irreversibili agli organi vitali già dopo sei-sette settimane senza cibo.
La vicenda ha suscitato manifestazioni di solidarietà in diverse città britanniche ed europee, con appelli alla protezione della vita dei detenuti e a interventi urgenti da parte del governo. Si tratta del più grande sciopero della fame coordinato in carcere negli ultimo mezzo secolo nel Regno Unito, dai tempi delle proteste carcerarie n Irlanda del Nord della primavera-estate del 1981, quando Bobby Sands e altri nove prigionieri repubblicani morirono in rapida successione dopo settimane di digiuno. Oggi, come allora, il carcere diventa il luogo simbolico in cui la protesta politica si misura con il limite estremo della sopravvivenza fisica.

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