Quanto sta diventando seria la questione della Groenlandia
È durato appena 50 minuti l’incontro di ieri alla Casa Bianca dei ministri degli Esteri di Copenaghen e Nuuk con il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio Rasmussen: «Chiara l’intenzione della conquista». Dall'Europa partono i primi contingenti di soldati

Comprarla, invaderla, controllarla? Quanto costa la Groenlandia? 700 miliardi di dollari, miliardo più, miliardo meno. Ed è su questa cifra, pari a metà del bilancio del Pentagono, che gli emissari di Donald Trump stanno facendo la loro offerta. Offerta irricevibile, secondo il ministro degli Esteri Vivian Motzfeldt («Non vogliamo che gli Stati Uniti ci controllino, vogliamo lavorare con i nostri amici e alleati americani, ma deve essere una cooperazione rispettosa, e deve rispettare le nostre linee rosse»), con la consapevolezza che una volta bruciata tale possibilità, si schiude l’eventualità tutt’altro che remota dell’Anschluss, l’annessione vera e propria. I precedenti, palesi o mascherati che siano, non mancano (la Crimea nel 2014, la Transnistria, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, tutte di impronta russa). Come non manca la fermezza groenlandese, laddove il premier Jens Frederik Nielsen ha dichiarato senza mezzi termini che il suo Paese «non vuole essere né posseduto, né governato dagli Stati Uniti». Diametralmente opposta la posizione americana. «La Groenlandia è vitale per il Golden Dome che stiamo costruendo. Qualsiasi cosa di meno è inaccettabile. Se non lo facciamo noi, lo faranno la Russia o la Cina, e questo non accadrà!». L’ukase di Donald Trump ha reso del tutto superfluo il breve incontro di ieri (cinquanta minuti) nell’Eisenhower Building a Washington fra il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio con il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen e la sua omologa groenlandese .
«Speravo di abbassare la temperatura – ha detto Rasmussen – ma finora non siamo riusciti a far cambiare posizione agli Stati Uniti. È chiaro che il presidente ha questo desiderio di conquistare la Groenlandia, e noi abbiamo chiarito in modo inequivocabile che ciò non è nel nostro interesse. Qualsiasi idea che non rispetti l'integrità territoriale della Danimarca e il diritto all'autodeterminazione del popolo groenlandese è totalmente inaccettabile». Un dialogo fra sordi. Per The Donald la Groenlandia è il tassello indispensabile per allestire con efficacia quello scudo antimissile – Il Golden Dome Shield – che Trump ha promesso agli americani, in grado di proteggere il territorio degli Stati Uniti da minacce missilistiche. Il pensiero corre al lontano 1983, al famigerato “Scudo spaziale”, quelle “Guerre Stellari” promesse da Ronald Reagan, che contribuirono in modo decisivo al collasso dell’Unione Sovietica, che all’epoca non possedeva più le risorse e i capitali necessari per opporvi un progetto di pari complessità. Oggi però Donald Trump ha fretta. Il programma Golden Dome è nella mani del generale Michael Guetlein, alto ufficiale della U.S. Space Force, al quale l’amministrazione Trump ha garantito un budget iniziale di 25 miliardi di dollari a fronte di un costo finale stimato attorno ai 175 miliardi. Nel programma verranno coinvolti grandi contractor come Lockheed Martin, Northrop Grumman, Rtx e Boeing. L’obiettivo di Trump è quello è di rendere operativa una prima versione dello scudo entro il 2028, il suo terzoi mandato.

«La Groenlandia appartiene al suo popolo ed è nella Nato» strepita Ursula von del Leyen, cui fa seguito una mozione di condanna del Parlamento Europeo: è «importante che i groenlandesi sappiano che rispettiamo i loro desideri e interessi, e che possono contare su di noi», mentre Danimarca e Groenlandia provano a mettere una pezza sulle impetuose richieste americane annunciando di aver iniziato ad aumentare la loro presenza militare sull'isola, in stretta collaborazione con gli alleati e come parte della loro promessa di rafforzare la difesa dell’Artico. In una nota, il ministero della Difesa danese promette «una maggiore presenza militare in Groenlandia e nelle zone circostanti, con l’impiego di aerei, navi e soldati, anche provenienti dai Paesi alleati della Nato». E soldati hanno deciso di inviarli, sull'isola, anche Svezia, Norvegia, Germania, Francia (proprio stamane è arrivata la notizia che i primi militari di Parigi sono già sbarcati). «Missione esplorativa», dicono. Basterà? Basterebbe? Certamente no.
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