Voto in Uganda, una popstar sfida il "dinosauro" Museveni

Il Paese africano oggi alle urne per le presidenziali tra tensioni e timore di brogli. Oltre 500 gli attivisti arrestati, sospesi i servizi Internet. L'opposizione punta sul musicista Bobi Wine contro l'81enne leader uscente
January 15, 2026
Voto in Uganda, una popstar sfida il "dinosauro" Museveni
Urne aperte a Kampala, capitale dell'Uganda/ REUTERS
Quasi più uno stato d’assedio che una competizione democratica: l’Uganda che torna oggi alle urne per le presidenziali e le legislative vive ore sospese, nel timore di una repressione violenta. Nella capitale Kampala, nei giorni scorsi, la polizia ha disperso con lacrimogeni e proiettili di gomma i sostenitori dell’opposizione. Il governo ha ordinato il blocco di Internet e la limitazione dei servizi mobili, ufficialmente per contrastare «disinformazione e rischi elettorali». In parallelo, due Ong sono state costrette a sospendere le attività: le Nazioni Unite parlano apertamente di intimidazioni. È il paradosso di molti Paesi africani (e non solo): l’uso delle elezioni come strumento di legittimazione. Da quarant’anni l’Uganda è guidata da Yoweri Museveni, 81 anni, candidato a un settimo mandato da presidente. Nel tempo, il sistema politico si è modellato sulla sua permanenza: prima l’abolizione dei limiti di mandato, poi quella dei limiti d’età, approvate da Parlamenti persuasi anche con generose indennità. La stabilità, rivendicata dal presidente, si è trasformata in controllo capillare, anche per mano del figlio di Museveni, Muhoozi Kainerugaba, messo a capo dell’esercito.
Questa campagna elettorale lo dimostra: sarebbero già oltre 500 gli attivisti arrestati, mentre figure come l’oppositore storico Kizza Besigye sono in carcere da oltre un anno con accuse di tradimento. Anche il capo della commissione elettorale ha denunciato minacce, mentre l'Onu ha esortato le autorità a garantire la sicurezza e la partecipazione al voto. In questo contesto si muove Bobi Wine, 43 anni, musicista diventato leader politico e principale sfidante di Museveni. Il suo vero nome è Robert Kyagulanyi: per milioni di giovani, molti dei quali non hanno mai conosciuto un altro presidente, è il volto di una rabbia generazionale. Wine promette stato di diritto, lavoro e fine della corruzione. Nel 2024 è rimasto ferito da una granata lacrimogena, il suo capo della sicurezza è stato torturato.
Dalla promessa di cambiamento degli anni Ottanta, l’apparato di governo ugandese è scivolato verso una struttura personalistica, dove istituzioni, sicurezza e giustizia ruotano attorno alla figura del presidente e della sua famiglia. Un modello che si inserisce in una tendenza africana più ampia: da un lato i colpi di stato, dall’altro le autocrazie elettorali, dove la forma democratica sopravvive mentre la sostanza si svuota. Per il voto di oggi gli ugandesi registrati sono 21,6 milioni, ma l’affluenza è da anni in calo: è la fiducia nel processo a mancare. Nell’ultima tornata la Commissione elettorale diffuse i risultati solo per regioni, rendendo impossibili verifiche indipendenti. Oggi, con Internet oscurato e gli osservatori sotto pressione, i timori si moltiplicano. Sotto la superficie politica cova la frustrazione sociale. Contano anche le disparità regionali, con territori come la Karamojah, al confine con il Kenya, che restano in stato di arretratezza. La domanda che accompagna queste elezioni non riguarda tanto chi vincerà, ma il significato stesso della chiamata alle urne: una generazione impaziente guarda al futuro chiedendosi quanto a lungo ancora il cambiamento potrà essere rinviato.

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