I cristiani, testimoni nella tempesta
Il Rapporto World Watch List 2026 di Open Doors stima che oltre 388 milioni di battezzati vivono in condizioni drammatiche. Ma distinguere la persecuzione religiosa dalla violenza indiscriminata contro i civili è spesso un compito complesso

Ogni anno, centinaia di milioni di cristiani in tutto il mondo affrontano persecuzioni e discriminazioni per la loro fede. Il Rapporto World Watch List 2026 (Wwl) di Porte Aperte/Open Doors stima che oltre 388 milioni di battezzati siano esposti a questo tipo di violenza, offrendo una fotografia dettagliata e critica della loro drammatica condizione. Il documento si basa su anni di osservazione sul campo, grazie a reti locali di testimoni e informatori, e su una metodologia consolidata che permette un monitoraggio costante. Pur essendo nata in ambito protestante evangelico, Open Doors collabora oggi con fonti di diverse confessioni, comprese alcune protestanti non evangeliche e alcune cattoliche, ampliando la prospettiva ecumenica della ricerca e rendendo il quadro più rappresentativo della realtà globale.
Valutare il rapporto richiede però molta attenzione: non tanto per possibili errori nei dati, quanto per un limite strutturale comune a molte indagini sui diritti umani in contesti estremi. Distinguere la persecuzione religiosa dalla violenza indiscriminata contro i civili è spesso un compito complesso. In molti dei Paesi ai vertici della World Watch List, come Sudan, Nigeria, Siria e Myanmar, lo scenario non è quello di sistemi repressivi relativamente stabili, ma di guerre prolungate, collasso delle istituzioni e violazioni sistematiche del diritto internazionale. In tali situazioni la violenza colpisce civili, minoranze etniche e religiose, donne e bambini, senza motivazioni sempre chiare. E spesso la religione è strumentalizzata per dare una parvenza “nobile” a gruppi violenti che dei dettami delle religioni professate sono del tutto privi.
Un caso emblematico è il Sudan. Milioni di persone sono profughi a tutti gli effetti (su circa 50 milioni di abitanti, il 50% è stato costretto ad abbandonare le proprie dimore), le infrastrutture civili risultano compromesse e l’accesso a beni essenziali è estremamente limitato. I cristiani condividono la vulnerabilità dell’intera popolazione. La World Watch List evidenzia dinamiche che colpiscono specificamente le comunità cristiane, come la distruzione di luoghi di culto o discriminazioni persistenti. Ma distinguere tra violenza generalizzata e persecuzione religiosa richiede pur sempre un’analisi attenta delle cause e delle modalità di ciascun episodio.
Anche altri Paesi nella World Watch List mostrano dinamiche simili, ciascuna con caratteristiche proprie. In Siria decenni di guerra civile hanno prodotto una violenza diffusa contro la popolazione e i cristiani, come altre minoranze religiose, subiscono discriminazioni legate alla loro appartenenza religiosa, ma anche a fattori politici ed etnici. A riprova di quanto sia delicato isolare le motivazioni religiose da quelle politiche, etniche o economiche.
Non si tratta di un limite esclusivo della World Watch List. Anche le Nazioni Unite e organizzazioni come Amnesty International affrontano difficoltà simili. La differenza risiede nel mandato e nel linguaggio adottato: le agenzie Onu parlano di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, Amnesty International si concentra su casi documentabili di violenza contro i civili, mentre la World Watch List analizza l’impatto di tali violenze sulla libertà religiosa dei cristiani. Approcci diversi, che si completano più che contraddirsi, offrendo una comprensione più articolata dei fenomeni.
Una cosa è certa: il valore testimoniale del cristianesimo emerge proprio nelle situazioni di sofferenza estrema, confermando la celebre affermazione di Tertulliano: «Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani». Laddove vi è persecuzione, la fede cristiana assume un significato visibile e concreto. La testimonianza dei martiri nel corso dei secoli dimostra che la persecuzione non indebolisce la fede, ma ne rafforza la resilienza spirituale e comunitaria, mostrando come l’identità cristiana trovi il suo pieno significato non nella sicurezza, ma nella capacità di affermare la parresia, il coraggio di osare testimoniando la verità del Vangelo anche di fronte alle avversità.
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