venerdì 10 settembre 2010
La denuncia dell'islamista Ahmed an-Naim. «Il Corano non parla di lapidazione per gli adulteri». E la disciplina è molto esigente sui riscontri da esibire.
- Sakineh, sospesa la sentenza di lapidazione
- Le Sakineh che il mondo ignora
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Abdullahi Ahmed an-Naim, di origini sudanesi, è docente presso la Emory Law School di Atlanta. Discepolo del riformista Mahmud Taha, condannato a morte a Khartoum nel 1985, è uno dei più noti e discussi pensatori musulmani. Si occupa soprattutto di diritti umani nel contesto islamico. Lo abbiamo incontrato a margine della Summer School “Ripensare i diritti in una società plurale” organizzata da Asset a Venezia. Proprio mentre, da Teheran, rimbalzavano i dubbi del figlio di Sakineh sull’effettiva sospensione della lapidazione.Come valuta il caso Sakineh?Ufficialmente le autorità sostengono che si tratti di un semplice caso di omicidio. Ma l’ambiguità delle versioni prodotte negli anni mi pare sospetta, e denuncia la presenza di manipolazioni politiche. Questa povera donna è finita al centro di una lotta tra diverse fazioni sotterranee. Ci sono molti altri casi simili.Per il capo d’imputazione e soprattutto per la pena prevista (e momentaneamente sospesa) le autorità invocano una legittimazione islamica. Il caso di Sakineh rientrerebbe nella materia degli hudùd, i reati sanzionati in modo esplicito dal Corano stesso: omicidio, adulterio, furto, calunnia e assunzione di alcool. Tutta la questione degli hudùd è contraddittoria. Tanto per cominciare, il Corano non parla di lapidazione per gli adulteri. Inoltre la disciplina tradizionale è molto esigente circa le prove da raccogliere: si parla di quattro testimoni che devono riferire in modo dettagliato e senza contraddizioni lo svolgimento dell’atto sessuale. La tradizione racconta di un uomo che venne ad autoaccusarsi davanti al Profeta e il Profeta per ben tre volte girò l’orecchio dall’altra parte per non sentirlo. Solo alla quarta si decise a prestar fede alla confessione, che – sostiene il diritto tradizionale – deve poi essere mantenuta dal reo durante tutta l’esecuzione della pena. Nel caso di Sakineh invece si registra una fretta di punire. Dietro c’è un gioco politico.Come valuta uno Stato che impone direttamente la sharia?La natura dello Stato e del diritto sono mutati radicalmente con l’avvento della modernità. Nell’epoca precoloniale le pene hudùd erano eccezionali e non controllate dallo Stato. La struttura a rete della società rendeva molto difficile che si arrivasse alla formulazione delle accuse. Ora invece dominano le metropoli, dove il singolo è spersonalizzato e si è affermato il ruolo centrale dello Stato come fonte ed esecutore della legge. Inoltre si esige la certezza della pena rispetto alla fluidità delle diverse scuole giuridiche tradizionali. Noi musulmani non possiamo continuare alla vecchia maniera. E anche a voler fare i paladini dell’applicazione della sharia da parte dello Stato: non è un mistero che molti riescano a sottrarsi ai suoi rigori. In Iran quest’estate decine di persone sono state uccise durante le manifestazioni. La sharia non prevede alcuna forma di immunità per i funzionari dello Stato o la polizia. Perché non sono stati processati? Se vogliamo essere onesti e coerenti, dovremo concludere che si tratta di un totale travestimento della shari’a per servire gli interessi di gruppi ben specifici. Che ne pensa del silenzio che ha accompagnato nel mondo islamico la vicenda di Sakineh?È vero, i media della regione tacciono. Quando Saddam è stato rovesciato io ho dichiarato pubblicamente che ero contrario all’intervento americano e lo consideravo illegale sul piano del diritto internazionale. Ma ho anche aggiunto: dov’erano i nostri pensatori arabi mentre per trent’anni Saddam compiva le sue atrocità? La nostra credibilità è minata dalla nostra incapacità di prendere posizione. Il sistema del doppio peso e doppia misura è molto diffuso, e non solo in Occidente.
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