venerdì 22 ottobre 2010
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«È una vittoria dei cubani. Di tutti i cubani. Di quelli che lottano e si sacrificano in nome della democrazia. Ma anche di quelli che continuano a tenere in vita il castrismo ormai in agonia. Lo so, sembra un controsenso. La mia protesta ha, però, spinto il regime a confrontarsi con l’opposizione senza violenza. Può essere un inizio». La voce di Guillermo Fariñas, 48 anni – che tutti nell’isola chiamano “Coco” – tradisce un certo stupore. Quattro ore prima, lo squillo del telefono l’ha svegliato di soprassalto alle prime luci dell’alba cubana. Era la radio spagnola Onda Zero, che lo cercava con urgenza per un’intervista. Quando Fariñas ha domandato «perché», il reporter gli ha risposto: «Ma come non lo sa? Ha ricevuto il Premio Sakharov». Così, il dissidente – sopravvissuto a 135 giorni di sciopero della fame e della sete per chiedere la liberazione di 26 detenuti politici malati – ha scoperto di aver ottenuto il riconoscimento dal Parlamento europeo. «No, non me l’aspettavo. Pensavo stessi ancora sognando.....», scherza lo psicologo e giornalista indipendente dalla sua casa di Santa Clara, a quasi 300 chilometri dall’Avana. Vi è tornato nelle scorse settimane, dopo una lunga degenza all’ospedale locale per cercare di curare il fisico prostrato da oltre quattro mesi di inedia. Ha ancora l’intestino infiammato e rischia la trombosi.Eppure non si è pentito della sua scelta dolorosa.L’Europa ha voluto dare un riconoscimento importante alla sua lotta estrema. Che cosa significa per lei il Premio Sakharov?Penso che sia un tributo a tutti i cubani che da 52 anni combattono un regime repressivo. A chi si trova dietro le sbarre per il suo impegno in favore della libertà. Ai dissidenti che, ogni giorno, con la penna, il pc o le parole sfidano senz’armi la polizia politica. Agli esuli, costretti ad abbandonare famiglia e amici per aver osato contraddire il Lider Máximo. Alle donne e agli uomini di ogni parte del mondo che denunciano la brutalità del castrismo.Ha già pensato a chi vuole dedicare il premio?Sì, è stata la prima cosa che ho fatto dopo l’intervista con Onda Zero... Lo dedico a Orlando Zapata che, a differenza mia, è morto a febbraio durante uno sciopero della fame. Era stato arrestato per motivi politici e chiedeva un trattamento più umano per gli altri detenuti. Io ho continuato la sua protesta. E lo dedico a Pedro Luis Boitel che ha avuto lo stesso destino di Zapata 39 anni prima. Segno che la brutalità del regime è sempre uguale. Condivido, inoltre, questo riconoscimento con ogni cubano vittima della repressione. Negli ultimi tempi, il regime ha mostrato spiragli di apertura. Oltre alle scarcerazioni, ci sono state micro-riforme economiche. Si tratta di cambiamenti reali o di ritocchi cosmetici per “tenere buona” la comunità internazionale?In ambito economico, i mutamenti sono troppo deboli per parlare di un’evoluzione del castrismo. Faccio solo un esempio: Castro dice che vuole stimolare l’impresa privata ma mantiene le tasse al 35 per cento. Una quota assurda, che strangola quelle piccole aziende che si vorrebbero promuovere. Le scarcerazioni sono state un passo importante, ottenuto, però, grazie all’importante mediazione della Chiesa cubana. La repressione e le minacce contro i dissidenti, poi, continuano. I diritti umani non sono rispettati, anche se il regime cerca di mostrarsi meno duro per migliorare la sua immagine e interna internazionale. A questo si deve anche la recente ricomparsa di Fidel che si propone come il “padre buono” del socialismo. Quanto è pesato, l’intervento della Chiesa come mediatrice per far liberare non solo i 26 dissidenti malati ma tutti i 52 arrestati nella “Primavera nera” del 2003?Il ruolo del cardinale Ortega e della gerarchia ecclesiastica è stato basilare. Le pressioni della Chiesa hanno “costretto” il governo a cedere.Che cosa deve fare l’opposizione per favorire un cambiamento nell’isola?La crisi economica e il timore di “ritorsioni” internazionali stanno spingendo il regime a impercettibili passi avanti. L’opposizione deve aggrapparsi a questi spiragli di apertura e cercare di ampliarli e accelerarli. Per portare il governo molto più in là di dove vorrebbe. Le varie forze dissidenti, poi, dovrebbero formulare un progetto comune, intorno a due o tre idee fondamentali. Solo insieme possiamo farcela.
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