domenica 16 gennaio 2011
Dopo il ribaltone scontri tra polizia e uomini di Hariri. Il primo ministro uscente fa appello alla calma: «È sbagliato far degenerare la Giornata della collera in violenze». Partono domani i colloqui per formare il governo. Clinton: «Ci saranno ripercussioni».
- Il Libano e l’impossibilità di essere normale di Giorgio Ferrari
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Ora il ribaltone è ufficiale. Ieri il presidente libanese Michel Suleiman ha dato a Najib Mikati, sostenuto da Hezbollah e i suoi alleati, l’incarico ufficiale di formare il nuovo governo. Dall’esito di due giorni di consultazioni è emerso che Mikati gode del sostegno di 68 tra i 128 membri del Parlamento, mentre gli altri 60 sono andati a Saad Hariri, candidato della “Coalizione del 14 marzo”. Non appena è stato chiaro che il candidato dell’opposizione l’avrebbe spuntata grazie ai voti del gruppo di Jumblat che ha fatto pendere la bilancia dalla parte di Mikati, i sostenitori di Hariri hanno invocato «una giornata di rabbia» contro la «il golpe di Hezbollah». Il sistema politico libanese prevede che il primo ministro sia un sunnita, e i sostenitori di Hariri considerano che chiunque accetti un «mandato di Hezbollah» verrà considerato un traditore. Ieri, centinaia di persone hanno inscenato proteste a Beirut, Tripoli, Sidone e altre zone a maggioranza sunnita del Paese, bloccando le strade con cassonetti in fiamme. A Tripoli, città natia di Mikati, i manifestanti hanno anche dato l’assalto a due uffici usati dal ministro dell’Economia, Mohammad al-Safadi, un altro “traditore”, picchiando gli impiegati. Nei tafferugli che le forze dell’ordine hanno cercato di circoscrivere sono finite anche diverse troupe di giornalisti tv, tra cui quella di al-Jazeera e di altre tivù locali considerate «vicine all’opposizione». Lo stesso Hariri, pur affermando di «comprenderne i sentimenti», ha respinto però ogni forma di violenza e ha invitato i suoi alla calma. «È sbagliato – ha detto il premier uscente – far degenerare la Giornata della collera in violenze e atti di teppismo. Chiedo che tutte le manifestazioni si fermino e si ritorni alla calma». Hariri, riferendosi al cambio di governo, ha inoltre detto che «la democrazia è anche accettare questo» e ha invitato a «non dare a nessuno il pretesto per ricorrere alla piazza per un cambiamento politico, perché il bene del Paese deve essere al di sopra di tutto». Alla sera è ritornata la calma a Tripoli, mentre a Beirut i pro-Hariri hanno lanciato sassi contro i militari, che hanno risposto lanciando gas lacrimogeni. Finite le consultazioni, si passa al nodo della formazione. Mikati sembra scommettere sulla partecipazione di tutti gli schieramenti al suo governo. «Non c’è motivo – ha detto ieri dal palazzo presidenziale – che qualche formazione si astenga». Il premier incaricato ha detto che visiterà oggi, come vuole il protocollo, i precedenti primi ministri (quindi anche Hariri) e inizierà domani i colloqui per formare il governo, esortando tutte le fazioni libanesi a superare i contrasti. La Francia ha intanto espresso «preoccupazione» per la situazione politica nel suo ex protettorato. «Mentre il Libano è teatro di proteste violente, la Francia desidera manifestare la propria preoccupazione per la stabilità di quel Paese», ha dichiarato Bernard Valero, portavoce del ministero degli Esteri. «Tutte le forme di violenza debbono essere evitate», ha proseguito il portavoce del Quai d’Orsay, aggiungendo che il suo governo «si appella a ognuna delle parti in causa perché diano prova di calma e moderazione». Gli Stati Uniti hanno invece fatto sapere, con l’avvertimento lanciato dal segretario di Stato Hillary Clinton, che un ruolo preminente di Hezbollah nel prossimo governo «avrebbe chiaramente ripercussioni» sui rapporti con gli Stati Uniti. Anche il portavoce della Casa Bianca, Tommy Vietor, ha ribadito che «la formazione del nuovo governo è, come abbiamo ripetutamente detto, una decisione del Libano. Ma questa decisione non dovrebbe essere presa attraverso la coercizione, l’intimidazione e la minaccia di violenze».
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