domenica 8 gennaio 2017
L’inversione della tendenza demografica è arrivata dopo il cambio sulla politica di contenimento delle nascite Sono le grandi città a guidare la “riscossa”
Il «figlio unico» è ormai storia. In Cina si riempiono le culle

L’inversione, alla fine, c’è stata. Congedata, nell’ottobre del 2015, la politica del figlio unico, inaugurata la rivoluzione dei “due bambini” a coppia, la Cina può tirare un sospiro di sollievo. E incassare il primo baby-boom dell’era Xi Jinping. «Mini» – come lo definisce la rivista Caixin – quanto si vuole, ma pur sempre un incoraggiante cambiamento di rotta. I dati dono stati forniti da Wang Pei’an, che guida la National Health and Family Planning Commission (Nhfpc), l’organismo deputato alla delicato dossier della crescita demografica. I bambini nati nel 2016 – il primo anno dell’entrata in vigore della politica del secondo figlio – sono 17,5 milioni, 950mila in più (5,7 per cento) rispetto all’anno precedente.

Una crescita, secondo gli esperti, destinata a proseguire. E a consolidarsi. Secondo Wang l’aumento dovrebbe attestarsi attorno ai 20 milioni di nascite, portando la popolazione cinese a quota 1,45 miliardi entro il 2030. Wang ha stimato che nell’arco temporale 20162020, il tasso di fertilità totale della Cina ( Tfr) oscillerà attorno al valore medio di 1,8. Dal 2010 al 2015, l’indice si era attestato su un valore pari a 1,541,64. Sono le grandi città a guidare il baby boom. Nella sola capitale si sono registrate 400mila nuove nascite nel corso del 2016, il doppio rispetto ai numeri degli ultimi cinque anni. Nel 2012 – anno del “drago” secondo il calendario cinese, considerato particolarmente propizio dai cinesi – sono stati 220mila i nuovi nati, 208mila nel 2014.

Il dato più basso era stato quello registrato nel 2015: un totale di 172mila neonati. Si tratta di una fiammata improvvisa e, come tale, destinata a spegnersi rapidamente? Oppure, al contrario, il nuovo trend si irrobustirà nei prossimi anni dopo la “rottamazione” della “politica del figlio unico” voluta dai vertici del Partito comunista, politica abbandonata perché ormai incapace di armonizzare le esigenze del Paese più popoloso al mondo (1,357 miliardi di persone oggi, nel 1950 erano 500 milioni) con le “sirene” della crescita economica e gli imperativi del benessere diffuso.

La Cina riuscirà insomma a fare quello che, ad esempio, sta fallendo in Giappone dove nulla sembra riuscire a frenare la caduta demografica? E, soprattutto, la misura adottata dal Partito comunista cinese, la parziale liberalizzazione delle nascite, riuscirà a sterilizzare i disastrosi effetti della “politica del figlio unico”? Conseguenze che hanno inciso drammaticamente sul tessuto sociale cinese: dal progressivo restringimento della manodopera – la popolazione in età lavorativa, di età compresa tra i 15 e i 59 anni è scesa di oltre 3,71 milioni di unità nel 2014, di 2.44 milioni nel 2013, di 3,45 nel 2012 – agli squilibri che hanno sconvolto la famiglia, tradizionale pilastro della so- cietà del Dragone. I dati catturano l’inesorabile declino della famiglia cinese.

Nel 1950 ogni famiglia era composta in media da 5,3 persone. Nel 1990 si era passati a 3,96, a 3,2 nel 2012. Si stima che 160 milioni di famiglie – circa il 40 per cento del totale – siano oggi composte da non più di due persone. Nel 2000 la percentuale era “solo” del 25%. In un decennio, il numero di nuclei “uni-personali” è raddoppiato, quello delle famiglie composte da due persone è schizzato del 68 per cento. Una “strategia di contenimento” terribile che ha procurato 400 milioni di aborti, 196 milioni di sterilizzazioni da quando, nel 1980, è entrata in vigore la politica del figlio unico. Altro nodo che apparenta la Cina agli altri Paese asiatici. Il rapido invecchiamento della popolazione.

Come si legge nel rapporto Live Long and Prosper: Aging in East Asia Pacific stilato dalla Banca Mondiale, delle oltre 211 milioni di persone con 65 anni, presenti nella regione Asia orientale-Pacifico, ben 130 milioni vivono in Cina, il 36 per cento della popolazione globale in questo gruppo di età. Una tendenza demografica che apre scenari inediti. E inquietanti. Soprattutto nelle zone rurali, dove l’emigrazione dei giovani condanna gli anziani a una vita di solitudine, e spesso, di stenti. Ogni anno “spariscono” in Cina 500mila persone, di questi l’80 per cento – come ha fatto sapere lo Zhongmin Social Assistance Institute – sono persone di età superiore ai 65 anni. Entro il 2030, secondo una stima riportata dalla Cnn, la Cina avrà – con quattrocento milioni di persone – la popolazione più anziana della terra.

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