venerdì 18 febbraio 2011
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È tutto giallo, eh? La sabbia del deserto, il cemento, la polvere. Fa impressione, vero? Chi mai si sognerebbe di entrare, sembra la porta dell’inferno…». Marwan ha ragione. Vista da fuori Ra­fah, con la sua coltre di polvere ocra, non ha niente di invitante. Se è per questo a giro di sguardo non c’è davvero nulla di affascinante in que­sto lembo estremo della Striscia di Ga­za, di qua la periferia diroccata della Ra­fah palestinese, di là, tremolante come un miraggio lontano, la Rafah egiziana, a sinistra la lunga linea grigia del deser­to e l’inizio di quel confine lungo 270 chilometri tra Egitto e Israele che sta di­ventando l’incubo delle autorità di Tel Aviv e l’ossessione dei militari.Quello che la mia guida Marwan non dice, e come potrebbe altrimenti?, è che im­provvisamente il mondo sembra esser­si capovolto, i conti non ci tornano, tut­to è sottosopra: non solo nessuno ci vuole entrare a Rafah, ma nessuno rie­sce più a uscire da quando Hamas, che governa la Striscia dal 2007, ha schiera­to gli uomini delle brigate Ezzedin al-Qassam sul confine, su quel “Corridoio Philadelphia” che da sempre è la valvo­la di sfogo e di comunicazione con il mondo esterno. Hamas che serra i battenti. Perché? «Ma è semplicissimo: degli egiziani non ci si può più fidare, nella Rafah al di là del confine domina il caos totale, la polizia non controlla più niente, ci sono ban­de di beduini che intercettano le mer­ci, rapiscono le persone, chiedono il piz­zo. E allora abbiamo chiuso la porta. Ad­dio valvola di sfogo».Ora quel confine è presidiato dai duri di Hamas, con i lo­ro treppiede e i binocoli da lunga di­stanza poggiati sopra, a centellinare o­gni metro del confine, nube d’ocra per­mettendo. Da lontano, non sembrano così diversi dai soldati israeliani. A po­che miglia di distanza i soldati con la stella di David hanno la medesima ap­prensione. All’inizio del mese qualcuno ha fatto saltare parte del gasdotto el-Arish nel Sinai settentrionale, lasciando Giorda­nia e parte di Israele – che dal gas egi­ziano ricava il 40% del proprio fabbiso­gno – con un deficit improvviso di e­nergia. Per questo, in deroga agli accor­di di Camp David, Netanyahu ha ac­cettato di far defluire 800 soldati dell’e­sercito egiziano nella zona. La polizia non basta più. Ma nemmeno l’Idf (Israel Defense Forces) sembra sufficiente. Pensiamo solo alla figuraccia rimedia­ta di recente dal direttore dell’intelli­gence, Aviv Kochavi, che alla vigilia del­l’insurrezione egiziana dichiarava da­vanti alla Knesset: «La stabilità di Mu­barak non è in discussione, e i Fratelli musulmani non sono ancora prepara­ti per ambire alla successione». Tutto sbagliato, come si è visto, e ora la pau­« ra riaffiora silenziosa, a Tel Aviv come a Gerusalemme, lontane assai da quel confine del Sinai, ma vicinissime psi­cologicamente a quelle Askhelon, a quelle Sderot abituate a fare i conti quo­tidianamente con Gaza. Ma per una delle perverse torsioni del­la Storia, in questo momento Hamas mostra di avere il medesimo patema, le medesime paure, forse i medesimi in­teressi di Israele di fronte all’incognita egiziana. Come ha detto ieri il premier israeliano, «speriamo per il meglio, ma prepariamoci al peggio». Non scherza­no, i signori di Hamas. Asma al-Ghoul, la blogger più famosa della Striscia, ne sa qualcosa. Nel dicembre scorso suo fratello Mustafà è stato arrestato dalla polizia di Gaza per aver preso parte at­tiva nell’organizzazione no profit Sha­rek 30 Youth Forum, embrione di quella protesta simbolica che per prima l’an­no scorso ha scosso il torpore della Stri­scia. «Erano tutti giovani – dice – chie­devano di vivere, di essere liberi dalle catene, anche da quelle di Hamas, non solo di Israele». È finita male. Hamas ha compiuto arresti, devastato la sede, ac­cusato i giovani di Sharek «perché se­condo loro – continua Asma – insegna­no danza, ginnastica e immoralità alle ragazze». C’è bel altro. Un mese fa un giornalista palestinese vicino a Fatah, Muheib a-Nawati, è scomparso dopo il suo arrivo in Siria. Aveva scritto un libro: “Hamas dall’interno”. Non è facile spiegare cos’è diventata Ga­za dopo la rivoluzione egiziana. «Una fortezza, certo, Hamas ha molta paura – dice Chantal Meloni, ricercatrice ita­liana di diritto penale già consulente del Tribunale dell’Aja e di casa a Gaza – per­ché deve tenere insieme spinte con­trapposte: di qua gli estremisti e i radi­cali, di là la gente che l’ha votata e for­se non la rivoterebbe più ma che ora è intrappolata in questa specie di regi­me. Che va capito fino in fondo, perché anche in Cisgiordania l’Anp di Abu Ma­zen fa le stesse cose, arresta tortura, soffoca il dissenso». In effetti qualcosa in comune i ribelli di Hamas e i loro fra­telli separati di Fatah ce l’hanno dav­vero: entrambi hanno bastonato di san­ta ragione i palestinesi che nei giorni scorsi erano scesi in piazza inscenan­do manifestazioni anti-Mubarak. «La choccante paura della novità, del­l’incertezza – spiega Graeme Banner­man del Middle East Institute di Geru­salemme – del non sapere cosa succe­derà domani. Va compresa anche I­sraele: trentadue anni di relativa sicu­rezza alla frontiera grazie agli accordi di Camp David che si sgretolano in tre set­timane». Un trattato che a suo modo faceva co­modo anche ad Hamas, che con i tunnel di Rafah accumulava un giro d’af­fari da 600 milioni di dol­lari all’anno in un’area dominata da una disoc­cupazione cronica che tocca il 45% e che al tem­po stesso ha creato una casta di “signori del tun­nel”: mercanti di cemen­to, di utensili, di benzina che facevano grassi pro­fitti con l’Egitto e con la Striscia, garantendo al contempo la costante manutenzione di quelle gallerie sotterranee (al­meno 1200 ai tempi d’o­ro, oggi solo 500 in atti­vità e solo 100 in funzio­ne). Hamas si limitava a imporre i prezzi politici: 36 centesimi di euro al li­tro la benzina, contro l’euro e 40 centesimi che fa pagare Abu Mazen in Cisgiordania. «Ma quel meccanismo ora è saltato – dice Chan­tal Meloni – e la crisi dei prezzi strangola ancora di più la Striscia».Le merci che passano dai tunnel ora costano molto di più, i beduini ci mettono una sovrat­tassa, non tutto arriva intatto. Nemme­no il cemento, che vediamo uscire dai tunnel in grossi fagotti sbrecciati da cui escono volute grigie che si mescolano alla polvere del deserto e per lo meno of­frono una spiegazione certa a quella nu­be giallognola che sovrasta Gaza, una cappa simbolica che racchiude paure e ipocrisie sopra l’angolo più densamen­te popolato del mondo. Triste parabola quella di Hamas: quan­do vinse le elezioni politiche nel 2007 la parola d’ordine era: basta con la corru­zione di Fatah. Ora al movimento che fu di Yasser Arafat la Hamas di tre anni do­po somiglia come una goccia d’acqua: divieti, proibizioni, arresti, affari sotto­banco, privilegi accordati ai soli diri­genti del partito (gli unici a cui sono sta­te interamente ricostruite le abitazioni colpite nel 2009 dai bombardamenti i­sraeliani durante l’operazione Piombo Fuso). Sembra inverarsi cosi la diagno­si impietosa di Noam Chomsky: il Me­dio Oriente ha visceralmente paura del­la democrazia, dell’indipendenza, del­la libertà di pensiero. Ci sarà mai un’uprising, una solleva­zione dentro Gaza? «Non credo – dice la giurista dell’Aja – sono troppo rasse­gnati, troppo impauriti». Israele lo sa bene, e infatti i suoi timori sono altri. Politici e militari pensano più ad al-Qae­da, ai Fratelli musulmani, alle navi ira­niane in navigazione verso Suez, pen­sano ai terroristi evasi dalle prigioni e­giziane e riapparsi sugli schermi delle Tv Hezbollah in Libano o accolti con trionfo a Gaza. E pensano al contagio che si può propagare, come un’onda si­smica che attraversa il Sinai e il Negev, nelle terre inquiete di quell’altro vicino fino a ieri considerato sicuro, l’ultimo che gli rimane: la Giordania hascemita. Ed è laggiù, nell’ormai inquieto regno di Abdallah II che stiamo per recarci.
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