giovedì 17 febbraio 2011
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Mentre continuano a peggiorare le condizioni di salute dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak, secondo i media intenzionato a morire nella propria residenza di Sharm-El-Sheikh, i ripetuti appelli rivolti dall’esercito a coloro che ancora manifestano sono finora caduti nel vuoto: assembramenti e scioperi sono segnalati in numerose città, soprattutto nella capitale e in alcuni centri del Delta del Nilo, del canale di Suez e di Alessandria. Gli operai chiedono aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro, oltre alla rimozione di una classe dirigente compromessa con l’odiato regime, ma le forze armate invitano a riprendere le attività, fortemente compromesse da quasi tre settimane di stop. A causa del protrarsi della serrata del settore bancario almeno fino a domenica prossima, anche la Borsa del Cairo risulta ancora chiusa. Così come scuole, uffici pubblici e numerosi esercizi commerciali. Tutti i comparti produttivi sono travolti e penalizzati, dal tessile all’agricoltura, dalla sanità all’istruzione. Gli operatori turistici sono costretti a uno stop forzato in piena alta stagione: il turismo ha portato in Egitto nel 2010 oltre 12 milioni di visitatori (dati dell’Autorità egiziana per il Turismo, il cui obiettivo per il 2011 era di 14 milioni di presenze), per 13 miliardi di dollari annui, pari al 6 per cento del Pil. Musei e siti archeologici dovrebbero riaprire sabato.Ieri, la tv di Stato – citando fonti del ministero della Salute – ha calcolato in 365 le vittime delle proteste, 65 in più rispetto alla cifra diffusa dall’Onu. In tema di scuse anche quelle del maggiore quotidiano egiziano, Al Ahram, noto da sempre per le sue posizioni filogovernative, che in un editoriale ha chiesto scusa ai suoi lettori per la copertura «non professionale» degli avvenimenti. Il resto della stampa nazionale dà rilievo al moltiplicarsi delle indagini nei confronti dei ministri uscenti o di alti funzionari. Tra questi l’ex ministro degli Interni, Habib El Adli, ritenuto responsabile dell’organizzazione dell’attentato alla Chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto, il 1 gennaio di quest’anno: ieri è partita l’inchiesta. Secondo gli investigatori, El Adli avrebbe costituito negli anni una “task-force” di 22 uomini, a capo di un gruppo più ampio di ex-islamisti radicali, trafficanti di droga, criminali comuni e mercenari, pronti a entrare in azione ogni qual volta il regime di Mubarak si fosse sentito in pericolo. Il massacro di Alessandria d’Egitto, in cui sono morti 24 egiziani di fede cristiano copta, doveva ingigantire, agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, il pericolo del terrorismo islamico e quindi rafforzare il supporto alla presidenza Mubarak nell’anno delle elezioni presidenziali. I beni di El Adli sono stati congelati e il suo passaporto requisito. Fonti dell’intelligence britannica hanno ricostruito e avallato tale pista investigativa dopo aver ascoltato direttamente, presso l’ambasciata del Cairo, alcuni uomini del “gruppo scelto” evasi da una prigione egiziana durante le recenti proteste e recatisi presso la sede diplomatica. Intanto, il Consiglio supremo delle forze armate, alla guida dell’Egitto da neanche una settimana, ha incontrato i giuristi incaricati di effettuare la revisione costituzionale: i giuristi avranno una decina di giorni per apportare degli emendamenti alla Carta e indire un referendum, che si terrà entro due mesi. Poi, sarà la volta delle elezioni, legislative e presidenziali.
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