sabato 11 agosto 2018
Le vaccinazioni sono iniziate questa settimana: l’obiettivo è raggiungere quante più persone possibili prima che l'epidemia dilaghi. L’epicentro a pochi chilometri dalla città di Beni
(Ansa)

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La parola d’ordine è “arginare”. Nelle province nordorientali della Repubblica democratica del Congo, autorità, Nazioni Unite e diverse organizzazioni umanitarie stanno lavorando senza un momento di tregua per combattere l’ebola. Le vaccinazioni sono iniziate questa settimana: l’obiettivo è raggiungere quante più persone possibili prima che il virus dilaghi. Secondo le ultime informazioni, «sono almeno 36 i decessi e 74 i casi di contagio». La decima epidemia nella storia del Paese ha però un aggravante: la profonda instabilità della regione. Nord Kivu e Ituri, situate vicino al confine con l’Uganda occidentale, sono tra le aree più pericolose del territorio congolese. E più ricche. È qui che numerosi gruppi armati si combattono da anni per il controllo delle risorse naturali. Petrolio, oro, coltan, e mole altre materie prime sono la causa di indicibili violenze contro la popolazione civile che, ora, si trova ad affrontare un virus estremamente letale.

«Cominciare la vaccinazione così rapidamente è un primo passo fondamentale per prevenire ulteriori contagi – ha dichiarato giovedì scorso il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’etiope Tedros Adhanamon Ghebreyesus –. Ebola è un virus molto aggressivo, dobbiamo quindi rispondere in modo ancora più aggressivo». Da primi allarmi di inizio agosto, il governo ha inviato subito nella zona una squadra di specialisti della salute. Anche le agenzie umanitarie locali e straniere, tra cui Medici senza frontiere (Msf), si sono subito attivate per aiutare le comunità più a rischio.

L’origine dell’epidemia potrebbe risalire addirittura a maggio, ma sembra non esserci alcuna relazione con la precedente crisi che ha colpito la provincia dell’Equatore. Quest’ultima è stata dichiarata conclusa a luglio dopo che 33 persone sono rimaste uccise. «Le nostre analisi genetiche mostrano che questa epidemia non è correlata a quella precedente scoppiata a una distanza di 2.500 chilometri, nella regione nordoccidentale del Paese – ha spiegato l’Oms –. Però si tratta dello stesso ceppo chiamato Zaire».

L’epicentro del nuovo focolaio di infezione è a Mangina, una cittadina a 30 chilometri da Beni, dove risiedono 400mila persone. Verso questa località sono in arrivo dalla capitale, Kinshasa ci sono oltre 3mila dosi del vaccino ancora sperimentale, RVSV-ZEBOV.
Man man che il materiale viene spedito, gli operatori sanitari lo distribuiscono. «Le sfide riguardo all’insicurezza sul territorio stanno però ostacolando il nostro lavoro», hanno confermato le agenzie umanitarie. Martedì scorso, sono stati trovati 14 morti a 40 chilometri da Mangina. Secondo le autorità, sono vittime di scontri tra le varie milizie che occupano la zona. Tra i gruppi armati più temuti ci sono le Forze alleate democratiche (Adf) che controllano diverse regioni tra Uganda e Congo. La Missione Onu in Congo (Monusco) ha dichiarato che i miliziani dell’Adf sono legati ad altri gruppi terroristi come i somali di al-Shabaab e i nigeriani di Boko Haram.

Tale formazione è attiva nel nord-est fin dagli anni Novanta. Negli ultimi decenni, le Adf hanno perpetrato numerosi ed efferati massacri tra i civili e sono responsabili di continui attacchi all’esercito congolese. La pericolosità dell’area è uno dei motivi principali per cui risulta difficile raggiungere gran parte delle comunità più bisognose. «Stiamo impiegando tutte le energie e le capacità disponibili per controllare rapidamente l’epidemia – ha assicurato alla stampa Oly Ilunga, ministro della Salute –. La fase finale della vaccinazione dovrebbe permetterci di rompere la catena del contagio».

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