sabato 11 novembre 2023
Dal punto di vista strategico le mosse di Tel Aviv non sembrano orientate verso un obiettivo preciso di lungo termine
Un soldato israeliano filma per l'esercito le operazioni nella Striscia di Gaza

Un soldato israeliano filma per l'esercito le operazioni nella Striscia di Gaza - Esercito israeliano via Reuters

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La risposta militare israeliana all’eccidio del 7 ottobre non poteva farsi attendere che per poche ore. È la dinamica purtroppo ormai nota e prevedibile dei conflitti mediorientali. Ma dal punto di vista strategico le mosse di Tel Aviv non sembrano orientate verso un obiettivo preciso di lungo termine.

I servizi di sicurezza e l’esercito sono stati sorpresi – almeno in parte, la vera storia è ancora da scrivere – dalla portata dell’attacco terroristico. Il dispositivo bellico approntato in qualche giorno prima dell’offensiva su Gaza ha lo scopo di “distruggere Hamas” e “sradicarlo” dal territorio palestinese. Ma nulla era evidentemente chiaro nei piani del governo per il dopo-Hamas. Anzi, Netanyahu a lungo ha scommesso sulla rivalità tra il movimento fondamentaliste e l’Anp per mantenere un presunto controllo ed evitare l’affermazione di una delle due entità che governano la Striscia e la Cisgiordania, sulla base del classico “divide et impera”. Non solo ad Hamas è stato concesso di arricchirsi, internamente e con i fondi arrivati come aiuti dall’Occidente e dai Paesi arabi, ma nemmeno è stato monitorato in modo sufficiente, vista l’operazione che è stato capace di preparare e realizzare.

Che ne sarà allora di Gaza? Netanyahu ha affermato che non vuole occuparla né governarla direttamente. Troppo dispendioso da ogni punto di vista. Diventerebbe una ferita continuamente sanguinante, sempre a rischio di estendere l’infezione, ovvero, fuor di metafora, di allargare il conflitto. Ma altre soluzioni, anche al netto di preoccupazioni umanitarie, sono difficilmente praticabili.

Un’amministrazione provvisoria dell’Onu è complessa da realizzare e, soprattutto, non sarebbe facilmente accettata dall’attuale esecutivo di Tel Aviv, che si è scontrato due volte in queste settimane con il segretario generale Antonio Guterres, mentre sotto i bombardamenti israeliani sono morti già 99 dipendenti locali dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Una gestione provvisoria condiva da Giordania, Egitto e altri Stati arabi sarebbe garanzia per Israele di una certa stabilità – tra l’altro nessuno di quei Paesi vuole un esodo dalla Striscia -, ma ancora è difficile ipotizzare che capitali ribollenti di folle arrabbiate vogliano risolvere un problema a Israele a costo zero sulle macerie di Gaza. In questo senso, la durata del conflitto e il bilancio finale delle vittime civili avrà un peso importante per gli scenari futuri. La stessa Autorità nazionale palestinese guidata dal debole e screditato Abu Mazen non potrà entrare sui carri armati con la Stella di David nella Striscia distrutta per prenderne il controllo politico. Resta tra l’altro l’incognita Hamas, perché l’uccisione o la cattura dei capi di alto e medio livello, ammesso che possa essere completata, nella prima fase del dopoguerra lascerà una classe dirigente legata al movimento che dovrà essere in qualche modo integrata per evitare l’anarchia e il caos organizzativo. In oltre 15 anni di potere, tutti i gangli decisionali sono finiti in mano al gruppo dirigente attuale. Per non parlare della polizia e di come si gestiranno l’ordine interno e la sicurezza. Gaza per abitanti è una città nemmeno tanto grande, ma la complessità di una ricostruzione e di un ritorno alla normalità non sono da sottovalutare.

Se al timone rimarrà Netanyhau, Israele probabilmente vorrà avere voce in capitolo per qualsiasi soluzione si vada a sperimentare, e le tensioni rimarranno altissime. Per questo esiste il rischio che in mancanza di altre opzioni, si torni a una Striscia sigillata in modo ancora più soffocante, con l’opzione per Qatar e altri finanziatori arabi, oltre che occidentali, di contribuire alla parziale ripresa delle normali attività civili, restando l’incognita sull’amministrazione e il futuro. Infatti, annichilita Hamas, la rabbia e il risentimento non spariranno. Salafiti o altri gruppi estremisti riprenderanno forza. E la convivenza resterà un miraggio, se non si metteranno in campo sinceri sforzi per un percorso di sviluppo credibile ed efficace.

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