giovedì 22 ottobre 2020
Quando il materiale viene rimosso, gli investigatori internazionali hanno strumenti legali deboli per riottenerlo
Le tremende devastazioni provocate dai bombardamenti sul campo profughi palestinese di Yarmouk a Damasco, liberato poco più di due anni fa dopo mesi di attacchi

Le tremende devastazioni provocate dai bombardamenti sul campo profughi palestinese di Yarmouk a Damasco, liberato poco più di due anni fa dopo mesi di attacchi - Reuters

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I primi a scoprire il collegamento tra un missile Buk della difesa aerea russa e l’abbattimento del volo della Malaysia Airlines MH17 sopra i cieli dell’Ucraina (costato la vita a 298 persone) sono stati i ricercatori di un’agenzia di giornalismo investigativo, la Bellingcat, specializzata in fact checking, verifica e controllo dei fatti. Foto e video trovati su Facebook, Twitter, YouTube e sulla piattaforma russa VKontakte sono stati la base per la loro indagine, poi condivisa con la squadra investigativa guidata da inquirenti olandesi. Gran parte del contenuto su cui si è basata la ricostruzione, a un certo punto, è scomparsa dalla rete, così si sono dovute, con fatica, trovare copie alternative dei link. Alla fine, quattro mandati d’arresto internazionale sono stati emessi per tre cittadini russi e uno ucraino.

Preziosi, talvolta determinanti in processi e indagini per documentare atrocità e crimini di guerra, le foto e i video pubblicati sui social network da vittime, testimoni o dagli autori stessi di violenze e soprusi sono sempre più a rischio, rimossi dal Web dall’intervento umano (dalle piattaforme social o da chi li aveva postati) oppure da sofisticati algoritmi. In un dettagliato rapporto diffuso a settembre, Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato come sempre più spesso e sempre più rapidamente vengano messe offline prove poi non più rintracciabili in rete, pur con la giusta intenzione di eliminare «contenuti terroristici e di estremismo» che potrebbero incitare alla violenza.


Dei 5.300 contenuti utilizzati dagli attivisti per sostenere le accuse di abusi dal 2007, già 619 sono scomparsi

Dagli attacchi chimici in Siria, alla repressione delle forze di sicurezza in Sudan fino alla mano pesante della polizia negli Stati Uniti, sono innumerevoli i casi in cui video postati su YouTube, Facebook o Twitter – una volta appurata la loro autenticità ed esclusi i fake – fanno la differenza, anche in tribunale. Hrw parla di «almeno dieci episodi in cui i pubblici ministeri in Germania, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia hanno assicurato la condanna di individui legati a crimini di guerra in Iraq e Siria in eventi connessi a video e foto su social media». Quando, però, le prove finiscono offline, la strada per riottenerle è tortuosa: le aziende richiedono alle forze dell’ordine nazionali di presentare mandati di comparizione, perquisizione o ordini del tribunale.

Gli investigatori di indagini su mandato Onu o della Corte penale internazionale (Icc) possono fare affidamento su strumenti legali ancor più deboli e legittimità giuridica limitata, mentre scarse possibilità di intervento hanno società civile e stampa, che tuttavia in questi anni hanno fatto quello che hanno potuto, a volte con rilevanti risultati. È stato, ad esempio, un video caricato su YouTube a costituire, nel 2017, il tassello fondamentale di un’indagine del New York Times Magazine sugli “effetti collaterali” di una serie di attacchi aerei della coalizione a guida Usa in Iraq. Il 21 settembre 2015, sul loro canale YouTube, i militari della coalizione avevano pubblicato immagini di un’incursione a seguito della quale era stata distrutta una presunta fabbrica di «ordigni artigianali del Daesh».


Nel tentativo di eliminare foto e video «violenti» sempre più spesso, spariscono dalla Rete prove indispensabili di soprusi e delitti»

Visionando il video, però, un cittadino iracheno ha riconosciuto nella struttura colpita la propria casa e quella del fratello. Quattro membri della sua famiglia erano rimasti uccisi. Dopo le prime indagini giornalistiche, nel novembre 2016 il video è stato messo offline. Il giornale, però, ne aveva conservato una copia, riuscendo così a far emergere il terribile errore. Nel report, Hrw riferisce di avere utilizzato, tra il 2007 e il 2020, 5.400 contenuti rinvenuti sui social per sostenere accuse di abusi. Durante una recente revisione di questi link l’organizzazione si è accorta che 619 collegamenti (l’11 per cento non erano più attivi. «I contenuti dei social media sono assolutamente cruciali per il nostro lavoro, in particolare per le indagini preliminari, nei conflitti in corso e nei paesi in cui non possiamo recarci», ha spiegato, nel rapporto di Hrw, un funzionario Ue che lavora sui crimini di guerra.


La denuncia di Hrw: «In almeno 10 casi recenti senza quegli elementi non ci sarebbe stata la condanna dei colpevoli

«La rimozione di contenuti è diventata parte quotidiana della mia esperienza lavorativa, costantemente alle prese con possibili prove chiave non più accessibili». «I governi di tutto il mondo hanno incoraggiato questa tendenza, invitando le aziende a rimuovere contenuti (violenti) il più rapidamente possibile, in particolare dal marzo 2019, dopo la trasmissione in streaming dell’attacco a due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda», segnala Hrw. La misura può anche essere condivisibile, ma – sottolinea l’organizzazione per i diritti umani – «le società di social media non sono riuscite a garantire che il contenuto rimosso venga archiviato e reso disponibile per supportare indagini nazionali e internazionali, ma anche gli sforzi di documentazione da parte della società civile e della stampa».

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