giovedì 14 dicembre 2023
Nei prossimi 10-15 anni il livello salirà di 20 centimetri. A rischio il 40% del cibo. Grammenos Mastrojeni: «La crisi è ancora più grave perché si tratta di un mare di ricchi e di poveri7
La "febbre mediterranea" farà innalzare le acque

Reuters

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La sua temperatura cresce ad una velocità del 20 per cento superiore rispetto alla media globale. Una corsa senza eguali nel pianeta. Il Mediterraneo è, dunque, uno dei punti più vulnerabili all’emergenza climatica, come hanno avvertito nell’ultimo rapporto gli scienziati dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc). Entro i prossimi dieci o 15 anni, il suo livello salirà di venti centimetri: l’acqua salmastra invaderà le superfici costiere dove si concentrano gran parte delle coltivazioni, sterilizzando la terra e mettendo a rischio il 40% della produzione alimentare.
Un terremoto per la stabilità della regione. «A renderlo ancora più devastante il fatto che si tratta di un mare di ricchi e di poveri. E che il riscaldamento globale renderà non solo i poveri più poveri, ma anche i ricchi vedranno peggiorare drasticamente le proprie condizioni economiche» sottolinea Grammenos Mastrojeni, segretario generale aggiunto dell’Unione per il Mediterraneo, organizzazione intergovernativa che riunisce 43 Paesi dell’area, inclusi tutti gli Stati parte dell’Unione Europea (Ue). La consapevolezza di non avere, da sola, i mezzi per affrontare un’emergenza di tale intensità ha, però, creato nelle nazioni coinvolte la convinzione di dover unire gli sforzi. Ed è quanto sta accadendo nonostante alle Cop i governi della regione siano divisi in tre distinti gruppi negoziali. Il Mediterraneo, dunque, è un esempio per la comunità internazionale le cui faglie geopolitiche, sempre più evidenti, prevalgono sull’interesse comune, anche sul clima.
«Il nostro approccio, molto più avanzato, è: “Io ho necessità di te. E tu di me”. Le nazioni dell’Ue hanno compreso, ad esempio, che la decarbonizzazione entro la metà del secolo non è possibile senza il contributo del solare della “sponda Sud” o l’eolico dei Balcani. Al contempo, in queste regioni non si creerebbero risorse finanziarie sufficienti se puntassero solo sui mercati interni. Per questo se fino a tre o quattro anni, i cavi per portare energia elettrica da fonti rinnovabili allo studio erano meno di dieci. Ora si considerano circa 250 tracciati allo studio e tre già in fase avanzata», sottolinea Mastrojeni a Dubai dove, nei corridoi dell’Exhibition centre, l’Unione per il Mediterraneo sta tessendo nuovi progetti di cooperazione. Ad esempio, per la tutela delle oltre 7mila isole sparse nelle sue acque o degli ecosistemi montani. «In genere, si vedono la transizione energetica e la riduzione delle emissioni come un “sacrificio necessario». Al contrario – conclude il diplomatico ed esperto -. Sono l’unica occasione concreta per innescare un nuovo ciclo di crescita. I cittadini devono rendersene conto. E fare pressione con il voto sui rispettivi esecutivi”

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