sabato 8 aprile 2017
Oltre 270mila sfollati a Bidi Bidi in Uganda, che ora supera in dimensioni anche lo «storico» Dadaab in Kenya
Il campo profughi di Bidi Bidi, nel nord Uganda, ospita profughi del Sud Sudan e del Kivu, la regione orientale del Congo

Il campo profughi di Bidi Bidi, nel nord Uganda, ospita profughi del Sud Sudan e del Kivu, la regione orientale del Congo

Solo nove mesi fa, era un pugno di capanne sperduto nel nord dell’Uganda. Ora, Bedi Bedi è la “metropoli dei rifugiati”. Il più grande campo profughi del mondo. Maggiore per estensione e concentrazione di popolazione anche di Dadaab, in Kenya. A sorprendere è la rapidità con cui Bedi Bedi è cresciuto. Colpa del riaccendersi delle crisi nella “Regione dei grandi laghi”.

Prima il Congo, in particolare la zona orientale del Kivu. «Ad agosto c’è stata una raffica di massacri di civili», spiega ad Avvenire un missionario residente da decenni in Nord Kivu, il cui nome non può essere divulgato per ragioni di sicurezza. La matrice non era chiara. Il governo ha puntato il dito contro gruppi islamisti. L’opposizione, a sua volta, ha accusato bande paramilitari legate all’esecutivo. Altri hanno incolpato gruppi ruandesi. «Di sicuro tanti hanno interesse a fomentare l’instabilità nella regione. Il caos favorisce il traffico illegale di minerali di cui questa nazione è ricca». Una maledizione per il Congo, preda degli appetiti di vicini e non. «Come ci si spiega che gli Stati limitrofi esportino risorse, come il coltan e i diamanti, che non possiedono?», prosegue il religioso. Se le ragioni restano oscure, le conseguenze sono state fin troppo evidenti. «Di fronte alle stragi, a migliaia hanno deciso di fuggire oltreconfine per salvarsi, in Uganda, che applica una politica di “porte aperte”». Così è nato Bidi Bidi.

Al flusso del Kivu, bel presto, si è sommato quello proveniente dal Sud Sudan, spinto dall’acuirsi degli scontri tra i sostenitori del presidente Salva Kir e il rivale Riek Machar. Un conflitto civile che, a fasi alterne, va avanti dal 2013. E che, ora, ha prodotto una tremenda carestia: almeno 100mila persone rischiano di morire di fame. L’esodo, dunque, non ha fatto che crescere, mese dopo mese. Risultato: Bidi Bidi è arrivato a quota 270mila persone, oltre la metà del totale dei rifugiati ospitati in Uganda.

Dall’inizio del 2017, le autorità hanno chiuso il campo, ormai al collasso, ai nuovi arrivi. I profughi non hanno fatto altro che insediarsi nelle immediate vicinanze, creando altre enclave semi-autonome. Bidi Bidi è, in pratica, una vera e propria città, con il centro e i sobborghi satellite.

I recenti massacri nella regione congolese del Kasai – epicentro della produzione dei diamanti – produrrà una nuova ondata verso la frontiera? «La maggior parte dei residenti cerca riparo all’interno dello stesso Paese. Altri fuggono soprattutto verso la vicina Angola». Ora che quest’ultima ha chiuso il confine, il flusso potrebbe prendere la via – più lunga e difficile – dell’Uganda. Quest’ultima nazione, finora, ha rifiutato di chiudere le porte. «È, però, allo stremo», ha denunciato l’Alto commissario Onu per i rifugiati, Filippo Grandi. Per il momento, però, la risposta della comunità internazionale è stata poco solerte: dei 781 milioni chiesti dalle Nazioni Unite, è arrivato meno dell’8 per cento. Lontano dai riflettori, la crisi migratoria d’Africa – Continente che ospita il 26 per cento dei rifugiati del pianeta – prosegue.

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