venerdì 2 aprile 2010
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«Il governo saudita continua a perpetrare severe violazioni del diritti umani come forma di repressione della libertà religiosa e di culto. Questi abusi includono: torture, violenze, trattamenti umilianti o punizioni inflitte dalle autorità amministrative e dalla giustizia penale; detenzione prolungata senza alcuna prova, pesanti misure coercitive messe in atto dalla Commissione per promuovere la virtù e prevenire il vizio e dalla polizia religiosa». Secondo il Rapporto 2009 pubblicato della Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale, l’Arabia Saudita rientra nei cosiddetti Paesi che destano «particolare preoccupazione».A far le spese di questa situazione di totale assenza di libertà religiosa sono soprattutto i cristiani (ma anche i musulmani di diversa osservanza, sciiti e ismailiti): 2/3 milioni di lavoratori che non godono di diritti umani e di alcuna libertà religiosa.Ma come sono arrivati nella terra santa dell’islam, dove è addirittura reato dirsi non musulmani, questi cristiani? Tutto incomincia con il boom petrolifero. A partire dagli anni Sessanta la sempre crescente richiesta di greggio e la necessità di sfruttare in maniera sempre più massiccia i pozzi di petrolio rendono necessario l’impiego di manodopera proveniente dall’estero. I primi lavoratori stranieri provengono principalmente dal vicino Yemen. Dopo la prima Guerra del Golfo, però, i lavoratori yemeniti sono espulsi e sostituiti da un crescente numero di addetti in arrivo dall’Estremo Oriente. Non ci sono cifre ufficiali, ma le stime del Vicariato di Abu Dhabi (sulla base delle indicazioni delle ambasciate in loco) parlano di circa 1 milione e 400mila filippini nel solo territorio dell’Arabia Saudita, per l’85% cattolici. Non si conosce con esattezza il numero degli indiani. Ma è plausibile che il numero dei soli cattolici nel Regno saudita si avvicini ai due milioni.Mentre nei vicini Emirati Arabi Uniti e nei Paesi del Golfo i cristiani si trovano a vivere in condizioni di sostanziale tranquillità (anche se non dobbiamo pensare che la tolleranza religiosa e la libertà di culto siano paragonabili a quelle dell’Occidente: tutto si concentra negli spazi concessi alla parrocchia, senza possibilità di esporre simboli all’esterno e senza possibilità di fare attività pubblica) per i cristiani in Arabia Saudita la situazione è molto difficile. L’assistenza pastorale è praticamente impossibile. I fedeli che si trovano al di là della cortina di ferro dell’islam sono raggiunti di tanto in tanto, in maniera spesso rocambolesca, da qualche sacerdote in incognito che assicura la consacrazione del pane eucaristico distribuito poi dai laici nelle varie comunità. La fede è vissuta nel privato delle case, in una situazione di clandestinità e costante pericolo, come per i primi cristiani al tempo delle catacombe. È infatti capitato che la polizia religiosa di Riad sia intervenuta per fermare e reprimere attività religiose ritenute in contrasto con l’islam.Dal punto di vista della giurisdizione ecclesiastica l’Arabia Saudita appartiene al Vicariato d’Arabia. E il vescovo di Abu Dhabi, il cappuccino Paul Hinder è il primo a chiedersi quale sarà la sorte dei lavoratori cristiani senza alcun diritto.
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