sabato 15 luglio 2023
Uno studio curato dalla Loughborough university raccoglie le testimonianze di 32 cittadini italiani, figli di genitori extra Ue, che si sono trasferiti Oltremanica
La presentazione della ricerca "Che cosa vuol dire essere italiani nel Regno Unito? Le esperienze delle cosiddette 'Seconde generazioni'" al consolato italiano di Londra a Farringdon street

La presentazione della ricerca "Che cosa vuol dire essere italiani nel Regno Unito? Le esperienze delle cosiddette 'Seconde generazioni'" al consolato italiano di Londra a Farringdon street

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Rifiutati in Italia, accettati pienamente nel Regno Unito, dove c'è più tolleranza e le loro origini multietniche vengono valorizzate, anziché suscitare paura e sospetto. Questa è stata l'esperienza di decine di italiani, nati e cresciuti nel nostro Paese, da genitori di origine cinese, vietnamita, marocchina, pachistana, nigeriana, giapponese, giamaicana, siriana, brasiliana e di altri Paesi africani, asiatici e latino-americani, e poi andati a vivere in Gran Bretagna.

Le loro storie sono contenute nella ricerca "Cosa vuol dire essere italiani nel Regno Unito? Le esperienze delle cosiddette "seconde generazioni"" presentata a Londra, alla stampa britannica, alla fine di giugno, nella sede del Consolato italiano di Farringdon street alla presenza del console italiano a Londra Diego Solinas. La serata è stata organizzata da Anna Cambiaggi del "Comites", il comitato degli italiani residenti all' estero.

"In Italia devi sempre avere un nome italiano e una certa fisionomia altrimenti ti guardano strano", dice un'intervistato di origine marocchina. "Mi hanno detto che, anche se sono nata in Italia, non sarò mai italiana perché non ho la cultura italiana, i genitori italiani, non ho la nonna che fa il ragù", aggiunge un'italiana di origine siriana. "In Italia alle elementari e alle medie non mi sono mai sentito italiano. Mi sono sempre sentito, un po', lo straniero anche perché abitavo in una città piccola ed ero l'unico vietnamita cinese. Non sapevano che cos'è il Vietnam e, quindi, dicevano cinese. Non mi sono mai sentito 'italiano italiano' onestamente. C'era sempre questo ostacolo dell'apparenza".

Le storie si moltiplicano. Storie di razzismo, di discriminazione, non soltanto a scuola, ma anche durante la ricerca di un lavoro. "Mi avevano chiamato per un colloquio in Italia e, poi, hanno cominciato a farmi domande al telefono. A un certo punto la segretaria mi ha chiesto: 'Ma lei è africana?'. 'Anche', ho risposto. Non potevo rispondere 'No'. Non sarebbe stato rispettoso per mio padre, per la mia globalità. La segretaria ha cominciato a dire che aveva dubbi e allora io le ho detto che la salutavo. All'epoca fumavo. Mi sono accesa una sigaretta e ho pianto", dice un'italiana di origine brasiliana/nigeriana, "E allora mi sono detta che volevo vivere in un Paese dove questo non sarebbe mai successo o, se fosse successo, avrei potuto denunciare la discriminazione alla quale sono sottoposta".

E, infatti, molti degli intervistati decidono di trasferirsi nel Regno Unito dove le loro storie hanno un tono tutto diverso. "Quando mi sono presentato al lavoro e ho detto: 'Io sono nato e cresciuto in Italia' mi hanno detto che ero italiano e mi hanno fatto sentire italiano. Gli inglesi mi hanno fatto sentire più italiano degli italiani stessi", dice un intervistato di origine filippina che si è trasferito nel Regno Unito.

E ancora. "In Italia mi vergognavo di essere nigeriana mentre qui, in Gran Bretagna, sono fiera di esserlo", dice un'italiana di origine nigeriana, "Qui le persone si vestono con abiti nigeriani, ascoltano musica nigeriana, mangiano cibo nigeriano".

"Il nostro è stato uno studio qualitativo, con un campione di circa trentadue intervistati. Abbiamo cercato di rispondere alla domanda di come l’idea di nazione cambi, col cambiare della popolazione, a causa delle migrazioni globali", spiega il professor Antonsich, docente di Geografia Umana, esperto su come lo stare insieme nella diversità è teorizzato, narrato e vissuto all'interno delle società contemporanee e, in particolare, sull'idea di nazione quotidiana, autore del progetto "New Italians – The Remake of the Nation in the Age of Migration", "I nuovi italiani. Rifare la nazione nell'età della migrazione" e fondatore e coordinatore del "Loughborough University Nationalism Network", un gruppo di studio che raccoglie esperti di varie discipline impegnati a studiare come il concetto di nazione si manifesti, artisticamente e praticamente, nelle nostre società.

"Si fa un gran parlare di nazione, soprattutto in termini di un neo-nazionalismo spesso invocato contro qualcosa (la globalizzazione, il grande capitale) o qualcuno (gli immigrati). Un nazionalismo che riflette l’ansia per il cambiamento, ogni tipo di cambiamento, incluso il cambiamento demografico. Eppure guardando alle proiezioni demografiche, le nazioni di domani saranno sempre più diverse etnicamente", spiega l'esperto, "La ricerca cerca di capire quale nazione esiste al di là della nazione maggioritaria, bianca, quella più ansiogena verso il cambiamento. Lo fa intervistando persone italiane, nate e o cresciute in Italia che non si definiscono bianche, che da alcuni mesi o anni vivono in Gran Bretagna. Come vivono la nazione italiana qui? Conta l’Italia? In che modo? Come riproducono un senso di nazione nel quotidiano? L’obiettivo della ricerca è di esplorare il significato di nazione al di là di quello prodotto dal gruppo maggioritario e capire se e come una nazione plurale ed inclusiva delle diversità può esistere e in che termini".

"Quello che è emerso", aggiunge la professoressa Kombola Ramadhani Mussa, "è che l'italianità degli intervistati è costantemente interrogata e messa in dubbio in Italia e che c’è un’attenzione costante, negli spazi pubblici, al loro essere percepiti come diversi. Lo sguardo della gente, costantemente, li guarda e li fa sentire fuori luogo. Questo produce un’appartenenza nazionale mai garantita, proprio perché l’Italia è percepita come uno spazio saturato di bianchezza, che ti fa sentire costantemente fuori luogo, anche a volte attraverso diretti attacchi razzisti o atti di micro-razzisti. Il tuo colore ti mette ‘fuori’ dall’Italia, intesa come spazio simbolico di appartenenza. Ti senti italiano, ma l’italia (sia la società, sia le istituzioni, causa problema legge cittadinanza) non ti fa sentire italiano".

"L'esperienza di questi italiani discriminati", spiegano i due ricercatori, "cambia completamente quando arrivano nel Regno Unito, dove si sentono accettati, in qualunque identità esprimano, con il loro nome o il loro colore della pelle, e dove la loro italianità non viene mai messa in dubbio o contestata. Non si sentono guardati come animali rari, anche perchè ci sono altre persone con la loro stessa provenienza etnica. La popolazione multietnica del Regno Unito porta la diversità a diventare normalità. Questo favorisce, per gli intervistati, la riscoperta della propria identità altra – quella del proprio background etnico legato ai propri genitori - cosa impossibile in Italia perche’ era proprio quella diversita’ ad essere causa di esclusione".

"C'è anche il tema della rappresentazione", dice ancora il professor Antonsich, "Qui nel Regno Unito ci sono avvocati, dottori, parlamentari di diverse etnie e colore. Inoltre la legislazione protegge davvero i cittadini da ogni atto di discriminazione. Qui ti senti protetto anche da atti di micro aggressione. Voglio aggiungere una breve nota di attualità. In Italia una delle tracce del tema scritto di maturità è stata una riflessione sull’idea di nazione di Federico Chabod. Grandissimo storico, ma storico, appunto, di un’idea di nazione dell’Ottocento. Benissimo capire la nascita dell’Italia, ma quello che manca oggi a noi italiani è una riflessione seria sull’idea d’Italia di oggi, un ‘Italia che cambia, che è già cambiata, ma che in tanti faticano a guardare e ad accettare".

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