Nel Sud Sudan dell'oro e del petrolio ma senza farmaci per curare
di Nello Scavo, inviato a Maridi (Sud Sudan)
Il nostro reportage dalle foreste di mogano e teak delle Equatorie ai giacimenti dove si scava per sopravvivere. L’Ebola incombe ma infermieri e medici aspettano lo stipendio

Neanche a bassa quota si distinguono le zone sicure da quelle attraversate dagli uomini armati. La foresta di mogano e teak nasconde il mondo di sotto: villaggi remoti, trafficanti, oleodotti, contrabbandieri d’oro, i piccoli schiavi delle miniere, e un altro banco vuoto a scuola. Solo il fumo supera le creste degli alberi. Annuncia un’altra battaglia. O l’ora di cena. Il Cessna aggira le nubi della stagione delle piogge. Più a nord c’è Rumbek. Venerdì un altro massacro: 71 morti, tra cui 4 soldati, negli scontri tra gruppi armati rivali. Quattro uccisi anche a Nyangkot. A marzo le vittime erano state 170, ma con l’avvicinarsi delle prime elezioni dalla nascita dello Stato, 15 anni fa, ogni raffica può assumere un significato diverso dalle sole vendette interetniche.
Si atterra a Ibba, sulla pista rossa che è anche sentiero per il bestiame. Poi quattro ore d’auto verso Maridi, che dista 30 chilometri, nelle Equatorie sul confine meridionale con la Repubblica Democratica del Congo. L’ufficio del capo villaggio ha il tetto squarciato per metà. Una scrivania di ebano occupa la stanza senza pavimento. Su uno scaffale di metallo c’è un megafono: serve a convocare gli abitanti, quando arriva un politico o un gruppo armato si sta avvicinando troppo. Gli anziani con le scarpe spaiate annotano tutto su quaderni ingialliti. Una burocrazia povera e meticolosa. Su un lato del villaggio di fango e paglia c’è un edificio in muratura di un rosa sbiadito, uno dei pochi colori che resistono. È un ospedale, quasi senza dottori. L’ultimo stipendio del personale sanitario risale ad aprile: 25 euro al mese, 30 per i medici più esperti. Chi può lascia il lavoro e si mette in proprio. Meglio essere remunerati in galline e capre da barattare che attendere una paga misera e incerta. «Avremmo bisogno di più personale, ma non ne abbiamo», spiegano quelli che restano. In una stanza che chiamiamo “infermeria” perché così è scritto sulla porta, le medicine si contano una per una. Qualche capsula, due flebo, bustine, mezzo flacone di disinfettante. «Non abbiamo più nemmeno i guanti per visitare i pazienti», denuncia un operatore senza neanche il camice. «Il prossimo carico di farmaci - sbuffa un medico rassegnato ad arrangiarsi - dicono che arriverà a marzo del 2027».

La tubercolosi aggiunge un’altra urgenza. Un paziente ricorda il 31 maggio 2025, due giorni dopo il test: «Sei positivo». Ma come curarsi? A Ibba e Maridi, dove troviamo i presidi territoriali di “Amref Health Africa”, individuare i malati è solo l’inizio. Il progetto “Tb Scout & Treat”, finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, porta lo screening fin nei villaggi più isolati, segue i contagiati e cerca di garantire l’accesso alle terapie. I malati accertati sono migliaia. Cure che richiedono mesi, mentre la pioggia interrompe le piste, i salari non arrivano e i finanziamenti internazionali diminuiscono. Amref lavora affinché il personale locale possa diventare autonomo, così che le comunità non debbano dipendere dalle Ong. Ma senza piani del governo, la cooperazione internazionale continua a supplire alle carenze dello Stato. Non bastasse, dal vicino confine incombe la minaccia del virus Ebola. Ai soldati è andata meglio che ai dottori. Aspettavano la paga da otto mesi: circa venti euro per i militari semplici, il doppio per gli ufficiali. Gli arretrati sono stati versati a settembre. Un esercito senza stipendio è un rischio per chi governa. Chi può arrotonda ai posti di blocco, dove una «mancia» è il prezzo per proseguire. Gli infermieri possono aspettare.
A Juba si annunciano investimenti miliardari in vista delle prime elezioni generali. La data annunciata è il 22 dicembre, ma la registrazione degli elettori non è neanche cominciata. Salva Kiir governa dalla nascita dello Stato. Il rivale Riek Machar, già primo vicepresidente, è agli arresti domiciliari per accuse di terrorismo che respinge. È qui che il Sudan del Sud diventa un paradosso. Il petrolio è la spina dorsale dell’economia. Nel 2024 le esportazioni sono state stimate in 3,7 miliardi di dollari. Secondo la Banca Mondiale, tra il 2019 e il 2024 il governo ha incassato in media 1,4 miliardi l’anno di entrate petrolifere. Il valore del greggio esportato, però, non coincide con quanto incassa lo Stato. E quanto incassa lo Stato non coincide con quello che arriva ai cittadini. China National Petroleum Corporation, Sinopec e l’indiana Ongc Videsh partecipano ai consorzi estrattivi. La malese Petronas ha annunciato il ritiro nel 2024, ma in qualche modo è ancora lì. Senza mare, il Paese dipende dagli oleodotti attraverso il Sudan, compromessi dalla guerra. La Commissione Onu sui diritti umani ha ricostruito flussi per miliardi di dollari legati al programma “Oil for Roads”, attraverso meccanismi fuori bilancio e società politicamente connesse. Il petrolio avrebbe dovuto finanziare infrastrutture. Nessuno le ha viste.
Poi c’è l’oro, scavato e setacciato lungo fiumi e colline. Alcune stime parlano di 5 tonnellate l’anno, per centinaia di milioni di dollari. Una parte attraversa Uganda e Kenya e raggiunge mercati come Dubai. Da Kapoeta arrivano le voci degli sfruttati. Una madre di nove figli scava per comprare cibo. Un minatore non può abbandonare l’unico luogo dove riesce a mangiare. Una bambina di otto anni, sudicia ed emaciata, si arrampica nella miniera e ha un solo desiderio: «Vorrei andare a scuola».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





