Gli Stati Uniti colpiscono l’intera Corte penale internazionale: ecco il piano
di Nello Scavo
Sanzioni per paralizzare il Tribunale internazionale accusato da Trump di essere un «nemico degli Usa e di Israele». Nelle settimane scorse, l’intelligence di Tel Aviv aveva adombrato il rischio di mandato d’arresto per il tycoon. L’Aja: «Falso»

Poche ore dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace, che l’anno scorso Trump aveva vanamente preteso per sé, la Casa Bianca ha fatto partire la rappresaglia proprio contro la Corte penale internazionale. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni all’intera istituzione, alzando il livello dello scontro a poche ore dopo il riconoscimento a Navi Pillay, che all’Aja è stata giudice dal 2003 al 2008. Da tempo alla Corte si aspettavano questa mossa. Fonti consultate da Avvenire confermano che alcuni servizi di intelligence, compreso quello israeliano, hanno ripetutamente adombrato il rischio di un mandato di cattura per Trump e Rubio in seguito alle deportazioni di migranti dal territorio americano verso Paesi che aderiscono alla Corte dell’Aja. Da quel momento la Casa Bianca ha dapprima chiesto ai Paesi Nato di uscire dalla Cpi e intanto ha preparato le sanzioni. «Le informazioni fatte arrivare a Trump – spiega una fonte dell’Aja – non hanno alcun fondamento. Non solo non ci sono indagini in corso sulle deportazioni di migranti, ma non abbiamo alcun appiglio giuridico per poterlo fare. È una ipotesi totalmente insensata». Ma funzionale a fornire altra copertura e immunità ai ricercati internazionali. «O la Cpi porrà fine alle sue minacce, oppure noi porremo fine alla Cpi», ha dichiarato il segretario di Stato Marco Rubio. «Il presidente Trump - ha aggiunto - non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire gli americani», parole che confermano quanto in alto sia arrivata la lettura israeliana. «Vieteremo le transazioni con questa Corte fuorilegge, tagliando le sue risorse e paralizzando la sua capacità di agire contro di noi», ha annunciato il capo della diplomazia Usa. Una sindrome da accerchiamento ribadita dallo stesso Trump a proposito del Nobel per la Pace a Navi Pillay, che sul suo social Truth definisce una «nemica dichiarata dell’America e di Israele».
L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Volker Turk, ha condannato le nuove sanzioni contro la Corte penale internazionale, parlando di «misure di ritorsione inaccettabili». Il bersaglio è l’istituzione nel suo complesso, dopo le restrizioni già imposte a giudici e procuratori. Le nuove misure bloccano gli eventuali beni della Corte sotto giurisdizione statunitense e prevedono sei mesi perché imprese e cittadini americani interrompano i rapporti economici con il tribunale. Una pressione che passa attraverso la vita materiale della giustizia. La Corte ha bisogno di conti bancari, assicurazioni, sistemi informatici e fornitori: colpirli significa poter ostacolare anche il lavoro di chi raccoglie prove e prepara i processi. Il Tesoro americano ha previsto autorizzazioni per alcune transazioni riguardanti telecomunicazioni, software, pensioni e detenuti. Portata effettiva e deroghe delle misure saranno decisive per capire quanto le sanzioni restringeranno l’attività. L’amministrazione Usa contesta soprattutto i mandati d’arresto contro i dirigenti israeliani, tra cui Benjamin Netanyahu, e l’indagine sulle condotte dei militari statunitensi in Afghanistan, successivamente chiusa. Stati Uniti e Israele non aderiscono allo Statuto di Roma. Ma la mancata adesione (come avvenuto con la Russia in Ucraina) non esclude automaticamente la competenza della Cpi per i crimini di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Dipende infatti su quale territorio sono stati commessi. La Palestina è parte dello Statuto dal 2015 e la Corte può per questo aprire fascicoli sui crimini a Gaza, che hanno portato all’emissione di mandati di cattura per la leadership israeliana e per i vertici di Hamas.
Le sanzioni «devono essere condannate», ha reagito la procuratrice aggiunta Nazhat Shameem Khan, che denuncia il tentativo di indebolire un’istituzione indipendente. «Il nostro lavoro continuerà», assicura riferendosi alle indagini e ai procedimenti in corso. La Corte definisce le misure «un attacco allo Stato di diritto» e chiede agli Stati membri di garantirle le risorse necessarie. La promessa di proseguire contiene quindi anche un appello: l’indipendenza dei magistrati ha bisogno del sostegno concreto dei governi che hanno creato il tribunale. A cominciare dall’Europa. Sono 125 i Paesi aderenti, compresi tutti quelli dell’Unione europea. Le contromisure erano scattate da tempo. La Cpi ha sostituito programmi Microsoft con il sistema openDesk e cercato alternative per banche e assicurazioni. Dal primo ottobre ha cambiato il fornitore della copertura sanitaria, interrompendo il rapporto con Axa. Il cancelliere Osvaldo Zavala Giler ha sollecitato l’Europa a preparare uno strumento di protezione dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni.
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