Colombia, Cuba, Messico, Iran, Groenlandia: Trump adesso minaccia tutti
di Redazione Esteri
Il presidente americano rivendica il controllo sul Venezuela e l’accesso alle sue risorse, mentre allarga il fronte delle intimidazioni e degli avvertimenti ad altri Paesi

La linea americana sul Venezuela si fa ogni ora più assertiva, fino a sconfinare in una dichiarazione di controllo diretto che segna un salto di qualità nel linguaggio e nella postura geopolitica di Washington. Dopo una giornata di chiarimenti e distinguo affidati al segretario di Stato Marco Rubio, ieri sera è stato Donald Trump a spazzare via ogni cautela, rivendicando apertamente la guida del Paese sudamericano: «Siamo noi ad avere il controllo», ha detto ai giornalisti, lasciando intendere che il futuro del Venezuela sia ormai una variabile interna alla strategia statunitense. Rubio, poche ore prima, aveva cercato di incardinare l’operazione militare e il blocco petrolifero dentro una cornice più tradizionale: definizione della policy, mantenimento di una “leva” sul futuro del Paese, obiettivo dichiarato di una transizione democratica. Parole che, tuttavia, sono apparse rapidamente superate dalla retorica presidenziale. A bordo dell’Air Force One, Trump ha parlato senza mediazioni di «accesso totale al petrolio e alle altre risorse» come condizione necessaria per «ricostruire il Venezuela», chiarendo di non aver ancora avuto contatti con la presidente ad interim Delcy Rodríguez e giudicando «prematuro» qualsiasi discorso sulle elezioni prima della stabilizzazione del Paese. Questa oscillazione di messaggi – tra diplomazia formale e dominio rivendicato – alimenta un clima di profonda incertezza, soprattutto tra i venezuelani, dentro e fuori dai confini nazionali. A rendere il quadro ancora più teso contribuisce un passaggio giudiziario di forte valore simbolico: Nicolás Maduro, presidente deposto e accusato negli Stati Uniti di traffico di droga e armi, dovrebbe comparire oggi per la prima volta davanti a un tribunale di New York, dopo l’operazione militare che ne ha portato alla cattura. «Il caso è inattaccabile», ha assicurato Trump, parlando di una svolta storica.
Nel frattempo, la Casa Bianca allarga l’orizzonte delle sue minacce. Trump ha evocato esplicitamente il rischio di interventi militari anche altrove nel continente americano. La Colombia, governata – nelle sue parole – da «un uomo malato a cui piace produrre cocaina», potrebbe essere teatro di una «missione simile» a quella venezuelana. Il Messico viene ammonito a «darsi una regolata» sul fronte del narcotraffico, nonostante i toni concilianti riservati alla presidente Claudia Sheinbaum, definita «una persona fantastica» a cui Trump dice di offrire «ogni giorno» l’invio di truppe statunitensi. Cuba, invece, viene descritta come un regime destinato a cadere da solo, ora che – secondo il presidente americano – non potrà più contare sui flussi finanziari provenienti da Caracas. L’eco dell’operazione venezuelana arriva anche fuori dall’America Latina. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti «hanno bisogno della Groenlandia» per ragioni di sicurezza nazionale, rilanciando un tema già emerso in passato, e ha lanciato un avvertimento all’Iran: se le proteste contro il carovita e il governo di Teheran dovessero essere represse nel sangue, «gli Stati Uniti colpiranno molto duramente».
Sul terreno venezuelano, intanto, si registra un parziale cambio di tono da parte della leadership transitoria. Delcy Rodríguez, entrata in carica come presidente ad interim nella tarda serata di domenica, ha parlato di una possibile «agenda di cooperazione» con Washington e della volontà di muoversi verso «relazioni internazionali equilibrate e rispettose». Trump ha definito questa apertura come un segnale di collaborazione, ma ha anche avvertito che, in caso di mancata adesione alle richieste statunitensi, Rodríguez potrebbe trovarsi in una situazione «peggiore di quella di Maduro». Il prezzo umano dell’intervento resta però un nodo irrisolto. Il governo cubano ha denunciato la morte di 32 suoi cittadini nei bombardamenti americani in Venezuela, definendo l’azione un «attacco criminale». Il presidente Miguel Díaz-Canel ha parlato apertamente di «terrorismo di Stato», sottolineando come la caduta di Maduro rappresenti un colpo durissimo per L’Avana, che per decenni ha beneficiato del sostegno energetico del suo alleato sudamericano.
Sul piano economico, infine, Washington guarda già al dopo. Funzionari statunitensi hanno sondato l’interesse delle grandi compagnie petrolifere americane a tornare in Venezuela, nella prospettiva di rilanciare un’industria devastata da anni di cattiva gestione e sanzioni. Ma, secondo fonti vicine al dossier, le aziende restano caute: l’instabilità politica, l’incertezza giuridica e la volatilità delle dichiarazioni presidenziali rendono rischioso qualsiasi impegno di lungo periodo. In questo intreccio di muscoli, risorse e retorica, il Venezuela diventa così il laboratorio di una dottrina che va oltre l’“America First” inteso come slogan: una visione in cui il controllo strategico, economico e militare viene rivendicato apertamente, senza più il filtro della diplomazia tradizionale. E in cui l’ordine internazionale appare sempre più come una somma di rapporti di forza dichiarati, piuttosto che negoziati.
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