C'era una volta la Francia europeista. Oggi Parigi ha ancora a cuore l'Unione?
di Daniele Zappalà, Parigi
Delors seppe infiammare le folle, Macron è partito dall'Inno alla gioia. Eppure sotto l'Arco di Trionfo oggi sfilano i trattori della protesta. Ecco com'è avvenuto il cambio di scenario in questi trent'anni. Lo storico Arjakovsky: l'anima del Paese resta legata a questo continente

C’era una volta, negli anni Novanta, una Francia che primeggiava d’inventiva per promuovere il cantiere europeo. Ma come sembra lontano quel tempo in cui l’allora presidente della Commissione Ue, Jacques Delors, forte dell’aura di ultimo “padre” della costruzione europea, veniva sommerso d’applausi tonanti a ogni discorso. Tanto da risultare nei sondaggi come un potenziale favorito pure per un futuro destino all’Eliseo. Anni lontani, anzi lontanissimi. Anche perché oggi, a livello sonoro, l’Unione Europea fa pensare, oltralpe, a un altro genere di fragore: quello dei trattori di agricoltori e allevatori pronti a convergere all’alba ai piedi della Tour Eiffel per esprimere la propria rabbia circa le “illusioni perdute” sul ruolo protettore delle istituzioni di Bruxelles. È appena successo ancora a proposito del nuovo pomo della discordia rappresentato dall’accordo di libero scambio Ue-Mercosur. Lo stesso che i sindacati agricoli transalpini presentano come un «atto di liquidazione» degli allevamenti bovini e avicoli nazionali, destinati a subire la concorrenza della carne brasiliana e argentina, prodotta senza gli stessi protocolli sanitari costosi previsti in Europa.
Inizialmente, il presidente Emmanuel Macron aveva provato ad avanzare su un crinale, mostrandosi intransigente in patria e ben più possibilista all’estero, quanto alla prospettiva di un compromesso accettabile per tutti. Ma i trattori stazionati minacciosamente attorno all’Arco di Trionfo hanno prodotto un elettrochoc. Come tutti i partiti di destra e sinistra, anche l’Eliseo ha finito per schierarsi chiaramente con gli agricoltori e contro la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Perché in Francia, anche i bambini sanno che se il mondo rurale sta male, tutto il Paese sta male. Dato che la seconda economia d’Europa, per quanto ormai largamente terziarizzata, resta nell’anima una nazione di campagne. Le stesse, non a caso, ampiamente ricordate nella Marsigliese cantata negli stadi, a ogni nuova partita dei Bleus.
In effetti, il rapporto odierno della Francia con l’Europa assomiglia a un lungo cavo ad alta tensione che transita lontano da Parigi e dagli altri capoluoghi principali. Anche perché le aree rurali transalpine fortemente sovvenzionate dalla Pac, la Politica agricola comune dell’Ue, rappresentano oggi pure, un po’ paradossalmente, lo “zoccolo duro” dell’elettorato dei due partiti estremisti in continua ascesa ed entrambi più che euroscettici: l’ultradestra lepenista del ‘Raggruppamento nazionale’ e l’ultrasinistra dei militanti Lfi — “La Francia insubordinata”— del tribuno rosso Jean-Luc Mélenchon. Lo si è appena visto ancora una volta alle ultime Amministrative, giunte domenica scorsa all’epilogo dei ballottaggi: l’ultimo test elettorale prima della nuova cruciale corsa per l’Eliseo, al via in autunno.
Tornato alla riscossa rispetto al blocco macroniano politicamente all’agonia, il duopolio tradizionale rappresentato dai socialisti e dai neogollisti si è rallegrato d’aver fatto man bassa, rispettivamente, dei grandi capoluoghi e delle cittadine di media grandezza. Eppure, nella serata elettorale conclusiva, lepenisti e mélenchoniani non esibivano affatto volti mesti, dopo aver “rastrellato” centinaia di nuovi piccoli comuni nelle aree rurali: quella sterminata costellazione di realtà locali spesso mediaticamente “invisibili”, ma da cui dipende, di fatto, l’elezione di ogni nuovo presidente della Repubblica. Sui quasi 35mila Comuni transalpini — contro i 7.894 in Italia —, il 90% conta meno di 2mila abitanti. Ed è proprio nelle campagne francesi, mai tanto euroscettiche, che è andata via via in fumo pure la residua popolarità di Macron, che aveva osato presentarsi nel 2017, al momento dell’ascesa al potere, sul sottofondo dell’inno europeo.
Politicamente a un bivio, la Francia può risultare di nuovo determinante per il destino dell’Unione Europea. Ma se negli anni Novanta di Delors lo era stata in chiave costruttiva, nei prossimi potrebbe essere esattamente l’opposto. La Francia profonda soffre, come mostra il numero spaventoso di suicidi fra gli agricoltori — un nuovo caso, in media, ogni due giorni —, sottoposti a una mole di lavoro sfibrante, eppure lo stesso spesso indebitati fino al collo. E a torto o a ragione, l’Europa è divenuta il bersaglio prioritario di questo malessere diffuso, nonostante tanti esperti rimproverino piuttosto una certa inerzia dell’agricoltura francese nell’adattarsi al nuovo scenario commerciale e climatico mondiale.
Tradizionalmente, agricoltori e allevatori animavano la vita democratica locale del Paese. Ma la loro pauperizzazione a tappe forzate ha innescato una tempesta nel ventre della Francia profonda. Così, tanti politologi e osservatori transalpini ipotizzano già l’impatto sull’Europa di un eventuale arrivo all’Eliseo del giovane ultranazionalista Jordan Bardella — come “vice” naturale di Marine Le Pen, travolta dallo scandalo giudiziario dei portaborse fittizi all’Europarlamento —, o dell’anticapitalista Mélenchon.
«I francesi non cadranno nella trappola, anche perché molti capiscono che con Bardella al potere, si rischierebbe in fretta un’invasione della Polonia da parte della Russia», ci dice il noto storico Antoine Arjakovsky, condirettore a Parigi del polo di ricerca “Politica e Religioni” al Collegio dei Bernardini. Un intellettuale cristiano che, nella scia pure di una carriera condotta per anni in Russia e in Ucraina, è divenuto una voce particolarmente ascoltata a proposito degli errori fatali che l’odierna Francia “scombussolata” dovrebbe assolutamente evitare, in primis sulla scena europea: in questa chiave, pure il suo ultimo libro, pieno di spunti d’attualità, oltre che teorici, intitolato Qu’est-ce que la science morale et politique? (“Cos’è la scienza morale e politica?”, Cerf). Nel paesaggio continentale tormentato dalla guerra, per Arjakovsky, la Francia ha la possibilità di svolgere un ruolo decisivo, anche per via del suo status militare di unica potenza nucleare dell’Ue: «Secondo gli ultimi sondaggi, i francesi sono maggioritariamente d’accordo con la proposta fatta da Macron agli altri europei di un “ombrello” di deterrenza nucleare esteso al continente. Ma sottolineo pure che il 63% dei francesi è al contempo d’accordo con un’idea che personalmente, assieme ad altri, cerco di promuovere da tempo: uno scudo contro i missili russi assicurato all’Ucraina da una flotta internazionale, posizionata a ridosso dei Paesi Baltici. Questi segnali ci dicono pure che, al di là della rabbia degli agricoltori contro le istituzioni di Bruxelles, i francesi si sentono sempre profondamente europei».
Ecco, dunque, l’odierna Francia dei paradossi, al contempo arrabbiata con l’Europa ma tendenzialmente solidale con gli altri popoli europei. Anche per questo, l’ormai prossimo bivio elettorale transalpino dell’era post-Macron rischia di divenire davvero uno spartiacque per tutta la storia continentale.
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