Un anno di "Sofia" sui social. Che cosa abbiamo imparato

I social possono essere generativi? Chi c'è dietro alle pagine da decine di migliaia di followers che parlano anche di famiglia? Negli ultimi 12 mesi abbiamo intervistato diversi influencer per provare a farci un'idea
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July 4, 2026
Un anno di "Sofia" sui social. Che cosa abbiamo imparato
Dal primo numero della newsletter Sofia, ci siamo dati un obiettivo: scandagliare i social - in particolare Instagram - per trovare pagine che parlassero di relazioni familiari. Direttamente o in senso lato. Volevamo capire alcune cose: che cosa ruota attorno agli influencer famigliari? Ci sono pagine che riescono ad avere un impatto sulla realtà? Ci sono comunità virtuali che sostituiscono quelle reali, oggi sempre più rare?  Ci siamo imbattuti in tanti racconti diversi: da famiglie «che sono un casino», come dice Arnold Cardaropoli; a millennial - gli attuali 30-45enni - che guardano alla famiglia con una prospettiva diversa rispetto alle generazioni precedenti, provando a liberarsi da una stretta gabbia di continua performance; alle narrazioni sulla maternità, tema che sui social scatena sempre grosse polarizzazioni; a un rapporto padre - figlia che viene arricchito e amplificato dal vivere insieme la montagna, e dal raccontarla sui social ad altri. Siamo entrati in contatto soltanto con persone per cui i social sono un passatempo e non una fonte di guadagno primaria, con followers tra i 20mila e i 150mila. Il nostro panorama è stato dunque molto specifico. Ci siamo concentrati, però, su pagine che ci sembrassero generative di un impatto anche nella realtà, a livello di comunità create.
E che sembrano seguire uno stesso schema: condividere sui social la sovrabbondanza della vita reale. Si vive qualcosa in famiglia, a casa, con i propri genitori o nonni; dal vissuto nasce una riflessione, quindi un contenuto, che si condivide. E che può avere un successo inaspettato: «Ho provato a fare un contenuto, il giorno dopo mi sono svegliato e il mio cellulare esplodeva di notifiche» è stata una frase ricorrente tra gli intervistati. Non escludiamo che avvenga anche il processo opposto: avere un palcoscenico virtuale può portare a organizzare le attività familiari o le relazioni nell’ottica di avere un contenuto da pubblicare. L’equilibrio, ciascuno lo trova per sé. Rimane però una domanda di base: quello che si sta raccontando parte da un’esperienza autentica? C’è una sostanza solida, dietro ai contenuti? È una domanda che riteniamo utile tenere a mente sempre, da utenti, quando ci imbattiamo in pagine social suscitano in noi una qualche forma di emozione. Che sia un’ammirazione, un sentirsi compresi, un’invidia verso quello che altri hanno, e noi no.
Il dato per noi più interessante è che, spesso, le pagine social rispondono a un bisogno di confronto e comprensione reciproca che - per molteplici motivi - non trova risposte altrove. Questo vale soprattutto per le pagine che con delicatezza affrontano temi complicati, come la maternità. «Tante donne mi scrivono per ringraziarmi perché si sentono capite e accompagnate» ci hanno detto Gaia Spizzichino e Maria Ceglia. Ci si raduna attorno a contenuti che raccontano l’ambivalenza della realtà: felicità e frustrazione, impreparazione e bisogno di essere sempre performanti, stanchezza. Quando le pagine riescono a mostrare i lati più difficili della quotidianità che tutti viviamo, allora la creazione di una comunità è reale. Ci si scrive, ci si confronta, si ricevono e si danno consigli che poi hanno un impatto nella realtà. Sono comunità che sostituiscono quelle reali? «No – risponde ancora Gaia Spizzichino – saranno sempre un surrogato. Però in questa epoca di individualismo e in cui siamo tutti più isolati, anche la piazza online ha un significato».
Come ci si sente, ad avere una piattaforma dove migliaia di persone leggono ciò che viene pubblicato? Non è sempre facile. Non solo per i commenti negativi da gestire, gli insulti, le frasi lanciate senza attenzione. A volte, chi si espone sui social viene considerato al pari di un mentore che dovrebbe avere opinioni “giuste” su molteplici argomenti. Non è così. «Spesso le persone mi scrivono chiedendo perché non mi sono schierato rispetto a una polemica, a un tema, perché non ho espresso solidarietà verso una causa - raccontano ancora gli intervistati - Ma io non avevo niente da dire, a riguardo. Sui social condivido semplicemente la mia quotidianità». E qui, una domanda rimane aperta: sapere di apparire sui cellulari di migliaia di persone richiede una responsabilità particolare rispetto a ciò che si pubblica? Si diventa automaticamente “figure pubbliche”? O è compito dell’utente avere forte senso critico, interpretare, non pensare che il numero di followers corrisponda all'essere un esempio da seguire? Questioni che è bene tenere aperte. 
Tre ultime considerazioni. Nel nostro viaggio, i social sono diventati un mezzo per unire generazioni diverse. Padri e figli, nonne e nipoti. In alcuni casi, un mezzo per combattere la solitudine che ha avuto molto successo. Secondo: i social possono essere utili per creare consapevolezza su temi specifici, come quello delle adozioni. E terzo. Stiamo parlando di famiglia e c'è una domanda che gli influencer che abbiamo intervistato sottolineano: «Perché ci sono ancora tante pagine che mostrano i volti dei loro figli piccoli? Ci sono numerosi studi che continuano a mostrare quanto questo possa essere pericoloso per loro».
Possono, i social, creare qualcosa di generativo, che porti valore e crei comunità? La risposta di Sofia è: sì, in alcuni casi, possono. A patto che la piattaforma sia solo un’interfaccia di incontro e dialogo con storie vere, vissute, autentiche. E a patto di ricordarsi che dietro alle pagine ci sono sempre persone, che possono sbagliare e che non sono per forza degli esempi. Le pagine capaci di generare comunità positive sono la maggioranza, sulle piattaforme? Probabilmente no. Però ci sono e possono avere un impatto sulla realtà. 
Auguriamo a tutti i lettori di Sofia di iniziare anche un proprio lavoro di analisi delle pagine social che ogni giorno attraversano la loro quotidianità attraverso lo smartphone. Con un forte senso critico. In una realtà contraddittoria come quella dei social, piena di chiaroscuri, può essere interessante trovare storie che parlino di realtà. Concreta. E di famiglie reali.

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