Ordinario straordinario
I viaggi e le avventure insieme ai figli possono diventare risorse per le fatiche quotidiane. Nella crescita però, sono le piccole cose a fare la differenza

Se non lo sai, «Il padre ignoto» è la rubrica familiare che affronta le piccole, grandi sfide della paternità oggi. Puoi leggere le puntate precedenti qui. Se invece vuoi dire la tua, puoi farlo utilizzando questa bacheca online, così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti. Non solo padri.
Ridevo così tanto che anche il controllore si voltò a guardarmi, indispettito. Era il 4 settembre dello scorso anno quando ricevetti, inaspettata, la proposta della redazione di Avvenire: «State scherzando?! Figuriamoci io cosa possa avere da condividere, di certezze, con altri padri!». «Magari potrebbe raccontare qualcosa di questo viaggio che sta terminando» insistevano dall’altro capo del telefono mentre guardavo Giada, dormire, appoggiata sul sedile del treno che ci stava riportando a casa. Certo, almeno «padre di una buona idea» (cit. Niccolò Fabi) lo sono stato. Questo lo devo riconoscere a me stesso prima che alla IA. Ma non mi sembrava una cosa così eccezionale da valere l’ingaggio. Ora che la mia controproposta sul padre ignoto - dopo essere stata accettata - volge quasi al capolinea, magari qualcosina posso accennarla.
La preadolescenza inquieta di Edoardo era già sbocciata, sul finire della quinta elementare, quando gli chiesi se avesse avuto piacere, alla fine della sua prima estate senza compiti delle vacanze, di passare un poco di tempo lontano da casa. Io e lui, da soli. «Fai pure tu una proposta» alzai in alto, con entusiasmo, l’asticella. «Allora andiamo a piedi fino a Santiago di Compostela!». Capivo che i racconti del mio pellegrinaggio nella mitica estate del 2000, a piedi andata e ritorno, avevano lasciato un seme… ma la madre pose subito il veto, delimitando il nostro raggio di azione entro i confini del Servizio sanitario nazionale (sempre benevolo, in caso di difficoltà). E da lì il passo per incamminarci su un piccolo tratto della via Francigena è stato naturale. Nella mia testa dovevano essere solo 3 tappe, zaini in spalla e 55 km totali nel bel mezzo delle meraviglie della Toscana… Ma poi questa prima fatica è diventata la nostra bella tradizione di inizio settembre, e al quarto anno siamo arrivati, finalmente, a Roma. Ogni tanto rileggo il nostro diario di viaggio: «Seconda tappa - Elenco degli acciacchi di Edoardo, scritti da Edoardo: dolore al polpaccio, alla caviglia, alla schiena, ai piedi e all'interno coscia. Tot. km. 38,5». E mi chiedo: come è stato possibile che lui accettasse di buon grado, anno dopo anno e nonostante l’aumento delle difficoltà nel nostro rapporto, di continuare tutto questo? Credo che la risposta sia l’aver sperimentato, sulla nostra pelle fino ad arrivare dentro al nostro cuore, il potenziale di straordinarietà che c’è in noi due. E una volta che lo abbiamo scoperto su quelle strade polverose e cocenti, abbiamo custodito – in un ripostiglio immaginario – tutto questo per farne una fonte preziosa, alla quale abbeverarci negli altri giorni di fatiche ordinarie. Comprese quelli nei quali io avrei voluto scaraventarlo fuori dalla finestra, e chissà Edoardo dove invece me.
Tra le tante istantanee di viaggio, quella che più ha scardinato tutte le mie certezze di uomo è stato quando gli ho chiesto se avesse voglia di approfondire il discorso su quella canzone di Shiva («First day out») di cui mi aveva fatto cenno, troppo frettoloso, un giorno. Ed Edoardo, tirando fuori dalla tasca il cellulare, in quel tratto collinare nel bel mezzo del nulla mi ha subito accontentato, con un semplice clic. E per la prima volta nella mia vita mi è sembrato così naturale che la bellezza del cammino potesse essere costellata non tanto dal silenzio della natura o dal sussurro di parole affaticate dal ritmo dei passi, ma da un suono proveniente da un apparecchio elettronico fino a quel momento così tanto demonizzato: «Queste strade fredde mi hanno reso l'anima cattiva/Forse è colpa loro, forse è solo colpa mia». Ed è stato ancora più entusiasmante quando, tre anni dopo questo nostro rito, è arrivata anche per Giada la fine della quinta elementare. «Si, papà, tutto molto bello quello che hai fatto finora con Edoardo. Però io vorrei fare una cosa diversa, leggermente diversa. Che ne dici di un giorno di shopping e due giorni alle terme?». Ora, la parte più utile per me non è stata tanto l’esperienza del tour organizzato dentro 5 negozi, concentrati tutti nell’arco di 20 minuti a piedi nel centro di Siena: anche se entrare di diritto nel magico mondo di una figlia che non vuole più sentirsi chiamare bambina, perché inizia ad immaginarsi come giovane donna, non è stata esperienza emotivamente facile da gestire (al netto dei relativi addebiti sulla mia carta di credito). Quello che invece Giada mi ha regalato, come occhiali nuovi per osservare anche il mio mondo intellettivo (a volte paranoico) e il mio modo di vivere iperattivo da una prospettiva diversa, è stata l’esperienza del non-dover-pensare/fare-proprio-nulla (al netto di decidere solo quando era il momento di passare, dall’acqua calda, all’acqua fredda e viceversa) per 48 ore di fila! E di dover solo spiegare alla reception dell’hotel che «si, in effetti - davanti al vostro meraviglioso specchio rotondo - eravamo io e mia figlia a canticchiare, in accappatoio in fondo al corridoio del 2° piano, quella canzone di Dua Lipa!».
Prima di ripartire, nuovamente a settembre, per altre (e differenti) mete, mi capita di ripensare a dove potrà condurre tutto questo nostro essere stati – straordinariamente – insieme. A me basterebbe solo che Edoardo e Giada scoprissero, con il tempo, che essere sé stessi non significa tanto ritrovare il nostro vero “io” quanto sapere fare sintesi della molteplicità di voci che necessariamente abitano ciascuno di noi, comprese quelle di nostra madre e di nostro padre. Del resto, anche io quando - ancora oggi - devo affrontare qualche momento di difficoltà e sconforto, mi fermo ad ascoltarle tutte risuonare dentro di me. O rileggo le parole messe in poesia da mio papà prendendo spunto dalle lettere che ci scambiavamo, quando ancora non sapevamo come parlare alle nostre reciproche anime. O ripenso a qualche bigliettino che, ancora oggi, mia mamma non si stanca di lasciarmi infilato in sacchetti di plastica. O riguardo quella foto che raffigura un post-it sul quale un sacerdote aveva scritto, per me, «coraggio!». Siamo portati a pensare che solo grandi esperienze siano generatrici di cambiamenti. Più spesso lo sono invece gesti semplicissimi: una musicassetta di De Gregori che mio padre, forse senza nemmeno pensarci, durante un viaggio in macchina ha finito di infilare anche dentro la mia carne, per sempre.
N.N.
[19 - continua, forse. Qui le puntate precedenti]
Ci sono momenti in cui ci sembra di non sapere più nulla, e il nostro essere padri diventa sconosciuto. Ignoto, prima a noi che ai nostri figli.
E tu, hai mai sperimentato con i tuoi figli l’esperienza dello straordinario?
Come è avvenuto tutto questo?
Quali risultati pensi di aver ottenuto, per te e per loro?
Se vuoi, puoi scrivere a ilpadreignoto@gmail.com e condividere le tue riflessioni ed esperienze. Contiamo di pubblicarle, anche tramite questo padlet (bacheca online), così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti.
E tu, hai mai sperimentato con i tuoi figli l’esperienza dello straordinario?
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