Conflitti, allontanamenti, manipolazioni: quando la famiglia finisce in tribunale
di Luciano Moia
Dalla vicenda di Palmoli alle sorelline scomparse e ritrovate, la giustizia familiare è chiamata a misurarsi con ferite sempre più profonde: al centro, la tutela dei minori e il superamento di contrapposizioni ideologiche. Ecco quel che serve sapere

Nulla come la questione giustizia misura la fragilità della famiglia. Il motivo è facilmente comprensibile. Quando avvocati, assistenti sociali, giudici e tribunali si inseriscono nelle dinamiche familiari significa che siamo di fronte a una realtà in cui genitori e figli vivono un momento di disagio, di sofferenza, di difficoltà più o meno grave. Quasi sempre – anche se le eccezioni non mancano – la povertà economica si lega a quella educativa, relazionale, culturale. Chinarsi su queste situazioni problematiche, verificare come e se il mondo della giustizia è attrezzato per affrontarle e risolverle, significa mettersi accanto ai nuclei familiari più vulnerabili, verificare prassi e modalità con cui vengono affrontati i diversi casi, comprendere se le tante disfunzioni lamentate e denunciate, potrebbero essere superate con leggi più efficaci, con un approccio culturale diverso, con procedure più attente alla custodia di quel valore immenso rappresentato, sotto l’aspetto esistenziale e sociale, dal benessere dei più piccoli, ma anche dalla qualità del rapporto di coppia. Il primo quasi impossibile da realizzare e conservare se manca il secondo. Parlare del rapporto giustizia-famiglia vuol dire dare voce a chi non ne ha, a chi ne è stato privato - come i bambini che sono stati allontanati dalla propria famiglia d’origine – a chi non ha la possibilità di farsi ascoltare e di veder riconosciute le proprie ragioni. Anche madri e padri si trovano spesso nelle stesse condizioni. Sono adulti, potrebbero motivare le proprie decisioni, potrebbero spiegare le cause che hanno determinato i propri comportamenti ma, talvolta, i meccanismi della giustizia, invece di agevolare i più deboli, rendono tutto difficile, complesso, doloroso.
L’esempio più immediato, di cui già abbiamo ampiamente parlato, è quello della “famiglia nel bosco”. Una lunga serie di incomprensioni e fraintendimenti in cui il linguaggio simbolico e valoriale dei genitori è risultato quasi del tutto incomprensibile per i giudici minorili e, soprattutto, per gli psicologi incaricati di verificare le competenze genitoriali. Una distanza culturale che ha avuto come più grave conseguenza quella di allontanare due figli da un padre e da una madre a cui finora non ha potuto essere ascritto alcun reato riguardante abusi, maltrattamenti e neppure negligenze così gravi e penalizzanti – almeno sembrerebbe - da compromettere la crescita serena dei bambini. Una situazione dolorosa e complessa che, sotto la lente del circo mediatico, è diventato un caso nazionale. Mentre gli altri venti e più allontanamenti di minori dalla famiglia di origine che ogni giorno si verificano in Italia – una stima largamente per difetto - non destano il minimo interesse. Eppure anche in questi casi pressoché ignoti ci sono bambini che soffrono, ci sono genitori che lamentano di non essere stati ascoltati, ci sono giudici che, come quelli dell’Aquila, ritengono urgente, a torto o a ragione, un intervento di “messa in sicurezza” dei minori. Ma evidentemente non meritano l’attenzione di nessuno.
Quello della “famiglia nel bosco” non è l’unico caso in cui la questione famiglia e giustizia viene analizzata e raccontata in modo unilaterale, puntando sulla spettacolarizzazione e sul clamore, senza tenere conto del parere di tutti gli attori coinvolti. È capitato anche a proposito di due sentenze recenti che hanno ripreso e approfondito una questione decisiva come quella dell’alienazione parentale. Di cosa si tratta? È quell’atteggiamento che, nelle separazioni conflittuali, spinge un figlio a sviluppare un rifiuto intenso e persistente nei confronti di un genitore perché influenzato negativamente dall'altro genitore. Ora, le statistiche ci dicono che il genitore una volta definito collocatario, quello con cui vive il figlio dopo la separazione, è in otto casi su dieci la madre. È lei quella che dispone delle occasioni più frequenti per parlare, spiegare cosa è capitato, raccontare – talvolta in modo equilibrato, talvolta ostile - i motivi per cui si è arrivati a quel punto. E, sono sempre le statistiche a confermare, che il genitore verso cui i figli sviluppano sentimenti di rifiuto e di opposizione è di conseguenza, nella maggior parte dei casi, il padre. Madri contro padri, quindi? No, una semplificazione così assurda va rifiutata. Come va rifiutata qualsiasi soluzione unilaterale, che non tenga conto di tre valori fondamentali: il miglior interesse del minore, il diritto/dovere di educare in due anche dopo la separazione (bigenitorialità) e l’unità della coppia anche dopo la fine dell’amore, perché esistono modalità per esprimere il bene che nasce dalla condivisione di obiettivi importanti, come appunto il bene dei figli, anche quando si decide di non vivere più sotto lo stesso tetto. E la giustizia, se davvero vuol dirsi tale, ha il dovere di individuare modalità opportune e innovative per non spegnere questo bene. Oggi non succede. Forse anche il solo invocare questa attenzione potrebbe apparire quasi stravagante per la prassi ordinaria del nostro sistema giudiziario. Eppure è un obiettivo che va annunciato e perseguito, senza rassegnarsi. Vediamo perché.
Perché è importante parlare delle famiglie spezzate?
Prima di entrare nel vivo delle due sentenze a cui abbiamo accennato, un’altra premessa importante. Perché mai dedicare tanto spazio al tema delle conflittualità familiari e a quello che succede quando la famiglia si disgrega? Per due ordini di motivi. Quello statistico e quello morale. Separazioni e divorzi, come più volte scritto, rimangono tantissimi, troppi. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono state 75.014 le prime, 77.364 i secondi. Vuol dire più o meno 300mila persone che ogni anno vedono frantumarsi il loro progetto di vita. Dal 2009 ad oggi, secondo le stime Istat, sarebbero 3 milioni e 115 mila le persone che hanno sperimentato la rottura di un matrimonio (separati legalmente o di fatto, divorziati o risposati dopo un divorzio).
Tre separazioni su quattro sono consensuali, considerando sia quelle omologate dai tribunali sia quelle effettuate con le procedure extragiudiziali (negoziazione assistita o accordo davanti all'ufficiale di stato civile). In termini assoluti, questo significa che le separazioni consensuali sono state circa 56mila, mentre quelle giudiziali – che finiscono davanti al giudice perché i due ex non si mettono d’accordo - circa 19mila. È quest’ultima la cifra che desta più preoccupazione, perché rimanda a una situazione di conflitto di cui troppo spesso i figli sono le prime vittime. In queste circostanze si annida il rischio dello scontro senza esclusioni di colpi, quindi anche dell’alienazione parentale. Il 42,2% delle separazioni consensuali sono state concluse con le procedure extragiudiziali introdotte nel 2014; il 18,8% di tutte le separazioni (14.138 casi) sono state definite direttamente davanti all'ufficiale di stato civile; il 13,1% di tutte le separazioni tramite negoziazione assistita con avvocati.
Un numero di casi limitati, quindi, quello delle separazioni giudiziali? Purtroppo no. Nel 2024 le separazioni consensuali sono diminuite del 14,9% rispetto all'anno precedente, mentre quelle giudiziali hanno continuato il loro trend di crescita relativa. Insomma, nel totale del numero di separazioni - in lenta diminuzione solo perché scende rapidamente il numero di matrimoni - aumenta il numero di coloro che “decidono” di non andare d’accordo neppure davanti al giudice. E quando parliamo di separazioni consensuali non vuol dire necessariamente che il rapporto tra gli ex coniugi sia privo di conflitti. Anzi, sempre più spesso la separazione consensuale viene scelta, nonostante dissidi profondi e insanabili, solo per risparmiare denaro.
Detto degli oltre 300mila adulti invischiati nei fondali insidiosi di separazioni e divorzi, dobbiamo mettere a fuoco statisticamente anche il tema dei figli. Anche in questo caso parliamo di migliaia di bambini e ragazzi coinvolti ogni anno nella litigiosità dei genitori. Solo nel 2024 oltre 40-50mila. Una cifra a cui si arriva considerando il 42 per cento delle 75.014 separazioni in cui sono presenti figli (1,5 per coppia secondo i dati Istat) e aggiungendo i numeri relativi ai figli dei nuovi divorziati e delle unioni non matrimoniale di cui, evidentemente, possiamo avere solo una stima. Va inoltre considerato che il numero di figli "coinvolti" nelle procedure di separazione e di divorzio non coincide con quello dei figli che sperimentano un'elevata conflittualità che, come facilmente immaginabile, sono molti, molti di più. In ogni caso cinquantamila all’anno – che vuol dire mezzo milione di minori nell’ultimo decennio – rimane un numero ragguardevole, che non può lasciare indifferenti. Soprattutto quando cerchiamo di capire quale sia la sorte di questi ragazzi dopo la disgregazione della loro famiglia. Con chi stanno? Con la mamma o con il papà? La legge 54 del 2006 prevede, come noto, l’affidamento condiviso. Così infatti succede nel 92 per cento dei casi. Solo nel 6 per cento dei casi si registra l’affido esclusivo alla madre e nell’uno per cento dei casi al padre. Ma la legge 54, come più volte sottolineato, enuncia solo un principio – quella appunto della bigenitorialità – senza preoccuparsi di come l’affido condiviso possa essere materialmente concretizzato. Le tante proposte di riforma rimangono al palo – ne abbiamo parlato più volte - con il risultato che se, sulla carta, la responsabilità genitoriale è condivisa, nei fatti il collocamento prevalente vede ancora protagoniste le madri in otto casi su dieci, mentre i tempi concessi al padre, nonostante regole e tabelle stabilite dai giudici, sono vincolati alla buona volontà di lei. Ciò significa che se il figlio risiede principalmente con la madre, il tempo effettivamente trascorso con il padre risulta spesso molto sbilanciato, a seconda delle decisioni più o meno ragionevoli della madre stessa. Il risultato, sia detto senza nessuna partigianeria di genere, è scontato: più aumenta la conflittualità, più i padri rimangono ai margini. E così il cosiddetto collocamento paritetico (tempi sostanzialmente equivalenti con entrambi i genitori) riguarda una quota davvero irrisoria di famiglie separate. Anche questa è un’anomalia tutta italiana che la giustizia dovrebbe incaricarsi di risolvere. E non lo fa.
«Tanto si separano tutti». Perché la Chiesa non può dirlo?
Perché succede? Alcuni ritengono che il frequente collocamento prevalente presso la madre rifletta ancora una distribuzione tradizionale dei ruoli di cura precedenti alla separazione. Altri sostengono che la prassi giudiziaria – per consuetudini radicate nel passato - tenda a privilegiare la madre anche quando sarebbe possibile una maggiore parità nei tempi di permanenza. E mentre la discussione va avanti, abbiamo decine di migliaia di figli vittime di una duplice, gravissima, ingiustizia. Non solo vengono privati di una figura genitoriale, quasi sempre il padre, ma sono spinti, più o meno esplicitamente, a sviluppare nei confronti del genitore lontano sentimenti di astio e di esclusione.
Una sconfitta per tutti. Ecco perché è eticamente importante mettere a fuoco queste situazioni tenendo viva l’attenzione sui tanti casi in cui il dissidio permanente dei grandi finisce per tradursi per i piccoli in una vita d’inferno. La giustizia può fare tanto per evitare derive così drammatiche, ma anche la società, anche le nostre comunità, non possono rimanere indifferenti. E la Chiesa? Quando parliamo di ambiti d’interesse della pastorale familiare, come facciamo ad escludere situazioni che vedono rapporti familiari lacerati e figli sconvolti dalla guerra che i due ex coniugi si sono dichiarati? Senza contare che, quando alle spalle c’è un matrimonio celebrato all’altare, la comunità cristiana ha il dovere morale di farsene carico, di non voltare le spalle, di domandarsi se è stato fatto tutto il possibile per evitare a quella donna e a quell’uomo di imboccare una strada senza via d’uscita, se qualcosa si poteva tentare, se chi era a conoscenza delle difficoltà vissute non abbia voltato le spalle accampando le solite scuse: «Ma che problema c’è? Tanto si separano tutti». È una logica che, soprattutto in una prospettiva cristiana, va respinta con forza. Lo dobbiamo ai figli, se davvero vogliamo che tutte le battaglie per la difesa della vita non risuonino come vuota retorica. In concreto cosa vuol dire schierarsi per la vita “dal concepimento alla fine naturale”? Vuol dire che stare accanto a un bambino di dieci anni il cui equilibrio psico-fisico è messo a dura prova dalla separazione dei genitori non ha meno valore della lotta contro l’aborto. Ma lo dobbiamo anche alla convinzione che l’amore della coppia vissuto nella grazia del matrimonio sacramento, magari in modo faticoso, magari contraddittorio, magari non del tutto consapevole, sia comunque un valore fondante da proteggere, quando possibile, e di cui dare testimonianza, con un impegno non episodico e con modalità specifiche a favore dei genitori separati. Avviene in tante comunità, per fortuna, anche se si tratta di una prassi pastorale non ancora diffusa e radicata come sarebbe giusto e necessario.
Perché due nuove sentenze fanno ben sperare?
Abbiamo già parlato della sentenza con cui la Corte d’appello di Roma, intervenuta su mandato della Cassazione, ha condannato una madre a risarcire l’ex marito per il danno arrecatogli impendendo a lungo di «mantenere, educare, istruire ed assistere moralmente il figlio» (vedi qui). La sentenza è importante non tanto perché segna una vittoria dei padri che desiderano continuare ad essere tali anche dopo la separazione, al di là delle incomprensioni con l’ex moglie. Lo sarebbe altrettanto anche se il condannato fosse un padre che impedisce alla madre di vedere il figlio. Ma è importante perché sancisce che la privazione genitoriale, quando protratta nel tempo in modo convinto e pervicace come in questo caso, è un danno alla persona che può e dev’essere quantificato. Se è vero che la fragilità umana ha bisogno anche di deterrenti per evitare di ricadere nello stesso errore, la sentenza emessa dai giudici d’appello di Roma lo è certamente. E poi c’è la questione dell’alienazione parentale che affronteremo meglio nel prossimo paragrafo. Prassi negativa che la Cassazione aveva già definito sindrome “pseudoscientifica”. La Corte d’appello riprende il giudizio ma afferma che esistono «condotte genitoriali inadempienti ai diritti di genitorialità dell’altro genitore». Sbagliato parlare di sindrome. Giusto ammettere che esistano comportamenti alienanti.
Tutti temi che compaiono in un’altra sentenza passata sotto silenzio, quella con cui il 26 maggio scorso la prima sezione Civile della Cassazione, presidente Maria Acierno, ha rigettato il ricorso di una madre che contestava le decisioni assunte dalla Corte d’appello di Catania riguardanti l’affido dei due figli all’ex marito. In primo grado il tribunale ordinario di Ragusa aveva “collocato” i figli presso la madre nell’ambito di un affidamento condiviso e condannato il marito a versare un assegno mensile di tremila euro (mille per l’ex moglie, altrettanto per ciascuno dei due figli). La Corte d’appello ha ribaltato tutto. I figli sono stati assegnati in via esclusiva al padre (anche se nel frattempo la ragazza ha compiuto 18 anni) e la madre, a cui è stata sospesa la responsabilità genitoriale per sei mesi, dovrà seguire un percorso di sostegno alla genitorialità. Sospesi anche gli assegni di mantenimento. Perché questa svolta, confermata poi dalla Cassazione? I giudici d’appello hanno spiegato la loro decisione in un quadro di alta conflittualità tra gli ex coniugi con conseguenze pesanti per i figli. In particolare, scrivono i giudici, «risultano accertate, congruamente e diffusamente motivate le gravi criticità e disfunzionalità che connotavano la relazione della madre con il figlio». In particolare le perizie degli specialisti e degli assistenti sociali, oltre a quanto dichiarato dal ragazzo stesso, hanno permesso di accertare il rapporto simbiotico e possessivo messo in atto dalla donna, con «manipolazione e strumentalizzazione del minore, parentificazione e adultizzazione». Da qui il grave disagio vissuto dal piccolo «schiacciato dal conflitto di lealtà con la genitrice e trasformato in un alleato nel conflitto con il padre, privandolo della sua condizione di bambino che necessita di protezione». Una situazione, si legge ancora nella sentenza, che ha determinato problemi a scuola e nell’inserimento sociale. Per bloccare questo «controllo psicologico invalidante» è stato necessario mettere da parte, in via eccezionale, il principio della bigenitorialità e interrompere momentaneamente i rapporti tra la madre e il figlio. Perché questa sentenza è significativa? Perché, riflettendo sulle conseguenze dell’alienazione parentale, riconosce che un genitore, in questo caso una madre, può manipolare e strumentalizzare il figlio, può trasformarlo in un alleato nel conflitto con l’altro coniuge, può soprattutto – e si tratta dell’eventualità più spiacevole – attribuirgli un ruolo “alla pari”, considerandolo cioè un adulto (in psicologia si definisce appunto parentificazione), e quindi calpestando quelle attenzioni educative che dovrebbero indurre un genitore a rispettare la sensibilità, le parole e i pensieri di un preadolescente.
Ma come può educare una sentenza?
Ora, cosa fare quando una madre o un padre si comporta così? La giustizia, perché le leggi in vigore così affermano, non ha altri strumenti se non l’allontanamento del figlio coinvolto in queste situazioni e la condanna alla sospensione della responsabilità genitoriale. In questo caso, molto opportunamente, si è aggiunta la prescrizione dell’obbligo di seguire un percorso di sostegno alla genitorialità. Ma è chiaro che non può bastare. Sarebbe necessario definire in modo dettagliato gli obiettivi di questo percorso, le tecniche di svolgimento, la professionalità degli specialisti, la qualità dei contenuti che devono essere modellati sulle esigenze di ciascun caso. Non esiste una modalità alienante identica all’altra, come sono profondamente diversi i percorsi esistenziali che portano la coppia all’incomprensione, al dissidio, alla rottura e, dopo la separazione, all’errore più grave, quello di scambiare l’amore per il proprio figlio in possesso da esercitare in ogni modo possibile, anche a costo di schiacciarlo nell’incubo del conflitto di lealtà nei confronti dell’altro genitore. È amore? Forse, ma tossico e devastante. Quindi male. La giustizia che si occupa di minori e di famiglia, oggi attentissima a preservare il rapporto tra i figli e i genitori separati – tranne, certo, in caso di gravi maltrattamenti e di abusi - dovrebbe porre la stessa attenzione nel ricostruire, quando possibile, le competenze genitoriali e nell’accompagnare il genitore che ha sbagliato in un percorso approfondito di nuova consapevolezza, affidandosi ai centri e agli istituti più attrezzati. Basta la psicologia? Basta la psicoterapia? Bastano le scienze umane? Noi diciamo che sarebbe indispensabile anche un’educazione relazionale finalizzata alla riscoperta di un quadro umano più autentico e anche, osiamo proporre, di un nuovo profilo spirituale. Ma quale realtà può assumersi questo compito? È un impegno che la pastorale familiare può concretizzare anche in una prospettiva laica, senza implicazioni confessionali? Pensiamoci.
Che differenza c’è tra Pas e Pab?
Abbiamo più volte accennato all’alienazione parentale e al dibattito tra chi sostiene l’esistenza di una sindrome specifica, quella cioè che indurrebbe un genitore separato a influenzare negativamente un figlio nei confronti del padre o della madre che vivono lontani, e chi invece ne contesta l’esistenza. In Italia, come al solito, lo scontro si è polarizzato. Da una parte la maggior parte degli specialisti e le associazioni femministe (non tutte in realtà), dall’altra le associazioni di padri separati sostenuti da un gruppetto comunque agguerrito di teorici controcorrente. Progressisti contro tradizionalisti, si potrebbe dire. Le femministe hanno visto nella Pas un tentativo di minimizzare la questione della violenza sulle donne. I padri separati hanno trovato in questa teoria la giustificazione di comportamenti spesso sperimentati sulla propria pelle, come le difficoltà di mantenere rapporti coerenti con i figli “collocati” presso la madre. Ma le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Vediamo di capire meglio.
Il primo a parlare di alienazione parentale è stato nel 1985 lo psichiatra americano Richard Gardner (1931-2003), professore di psichiatria clinica presso la Columbia University. Studiando il comportamento dei figli in alcune separazioni particolarmente conflittuali, in particolare esaminando i casi di rifiuto ingiustificato verso la figura di un genitore, l’esperto è arrivato a definire quella che a suo parere si poteva configurare come una vera e propria sindrome (parental alienation syndrome). Una teoria però più volta messa in discussione e mai inserita nei manuali diagnostici-statistici ufficiali, sia per la difficoltà di arrivare al riconoscimento di una precisa diagnosi clinica, sia per il rischio che il concetto, trasferito automaticamente nei procedimenti giudiziari, soprattutto in presenza di abusi e di violenze familiari, potesse diventare un’arma impropria da utilizzare contro le madri. Da parte di alcune militanti particolarmente attive si è arrivati anche alla demonizzazione della figura di Gardner, accusato di misoginia e addirittura di pedofilia. Anche in questo caso un’esagerazione. Le idee dello psichiatra americano sono state certamente contestate per alcune teorie sulla sessualità che potevano essere intese come una minimizzazione della gravità degli abusi e della pedofilia – che comunque nelle diverse epoche storiche non ha avuto condanne unanimi – ma il dibattito si è sempre mantenuto sul piano accademico, senza alcun coinvolgimento personale o giudiziario
Oggi l’esistenza della Pas, in quanto sindrome scientificamente accertata, è generalmente respinta dalla maggior parte degli specialisti, sia in ambito psicologico sia giudiziario. Anche la Cassazione con due sentenze nel 2021 e nel 2022 ha escluso la possibilità di fondare decisioni giudiziarie su una sindrome la cui esistenza non è scientificamente riconosciuta. I supremi giudici però non hanno mai detto – come abbiamo documentato qui sopra – che un genitore non possa mettere in atto comportamenti alienanti, cioè finalizzati ad ostacolare il rapporto del figlio con l’altro genitore.
Ecco perché, messo da parte il concetto di “sindrome”, oggi si parla di comportamenti alienanti, non più Pas quindi, ma Pab (parental alienating behaviors), oppure di condotte ostative che vanno accertate con prudenza e cautela, distinguendo i casi in cui il rifiuto nasce da atteggiamenti malevoli di un genitore verso l’altro, oppure da esperienze reali vissute dal bambino. Al di là delle pretese, molto anglosassoni, di classificare e di attribuire una sigla ai diversi comportamenti, va detto che ogni situazione andrebbe esaminata per quello che è, senza lasciarsi influenzare da costrutti teorici, nel quadro complessivo della specifica vicenda familiare che è sempre unica e irripetibile. Il cambio di prospettive – da sindrome codificata a comportamenti diversi con un obiettivo ostativo e manipolatorio – ha portato oggi giuristi ed esperti di scienze umane ad assumere posizioni più misurate, rifiutando sia di vedere in ogni atteggiamento di un genitore nei confronti del partner separato un tentativo di alienazione, sia di sostenere che i comportamenti alienanti non esistono. È l’equilibrio che servirebbe a tutti coloro che, nei diversi ruoli, lavorano per il bene della famiglia – soprattutto quando frammentata, disgregata, sofferente - per cogliere ogni opportunità finalizzata a ricomporre le fratture, arginare i dissidi, curare i danni provocati da egoismo, approssimazione, superficialità, incompetenza. Non è irenismo fuori dalla realtà che pretende di chiudere gli occhi di fronte ai problemi che comunque, anche nelle relazioni familiari, esistono e vanno affrontati. È il principio cristiano del bene possibile qui e ora, nella convinzione che anche nelle situazioni più complesse e più spiacevoli – una coppia conflittuale, un genitore alienante, un figlio manipolato e adultizzato – sia sempre possibile adottare scelte che limitano i varchi del male e aprono spiragli di bene. La giustizia al servizio della famiglia – magistrati, avvocati, polizia giudiziaria, psicologi, assistenti sociali – dovrebbe saperlo bene. Ma troppo spesso se ne dimentica.
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