venerdì 9 febbraio 2024
Lo psichiatra Maurizio Pompili: ascoltate le loro parole, ma occhio anche ai mutamenti dell’umore, del sonno, dell’appetito, delle abitudini personali, delle relazioni e degli affetti. Aiutarli si può
Lo psichiatra Maurizio Pompili

Lo psichiatra Maurizio Pompili

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La seconda, la terza, la quarta causa di morte fra i ragazzi, a seconda della fascia d’età.

Secondo una recente statistica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), è al suicidio che spetta questo triste “primato” a livello mondiale. Se ne parla diffusamente in questi giorni anche perché Il gruppo punk La Sad, per la prima volta al Festival di Sanremo, ha portato sul palco dell'Ariston la canzone “Autodistruttivo” con un messaggio sulla prevenzione del suicidio.

Un problema davvero vastissimo e drammatico. L’Unicef ricorda che molte delle 800mila persone che ogni anno si tolgono la vita sono giovani e che fra gli adolescenti si contano circa 46mila suicidi l’anno, più di uno ogni 11 minuti.

E negli ultimi anni, anche nel nostro Paese nei reparti di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza si è registrato un aumento delle richieste d’aiuto, spesso determinate da comportamenti autolesivi o tentativi suicidari.

Ma numeri e statistiche che cosa celano davvero? Che cosa spinge un adolescente a volersi far del male sino al punto di uccidersi?

Cercare di dare una risposta a queste domande non è facile. Perché bisogna spingersi in una sofferenza dalle radici profonde, come ben ci spiega Maurizio Pompili, professore ordinario di psichiatria all’Università La Sapienza e Direttore della UOC di Psichiatria e del “Servizio per la prevenzione del suicidio” (https://www.prevenireilsuicidio.it/) dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea di Roma.

“Il fenomeno suicidario - nella sua dimensione più evidente, il suicidio vero e proprio, ma anche in quella più sommersa, ovvero i tentativi di suicidio, le idee di suicidio, gli atti autolesionistici… - è in crescita. I dati, però, non devono solo allarmarci, ma anche indurci a riflettere sul dolore da cui nascono. Un dolore spesso nascosto, eppure prepotente, che dobbiamo imparare ad ascoltare, per comprenderlo e poterlo curare” sottolinea Pompili.

Che cosa può indurre un adolescente a immaginare un atto così estremo come quello di togliersi la vita?

Dobbiamo porre l’accento sul cosiddetto “dolore mentale”, un costrutto che racchiude in sé una sofferenza dove si sommano tante emozioni negative, che possono portarci a non vedere più la possibilità di riuscire a vincerle.

Il dolore mentale è fatto di pensieri che si susseguono nella nostra mente, in un dialogo interiore a senso unico che ci spinge a fare un bilancio negativo di noi stessi e della nostra esistenza. Sono un fallimento, non ce la posso fare, non valgo niente, nessuno mi può aiutare… Si prova vergogna, umiliazione, sconfitta. Si convive con un senso di precarietà.

E questi stati d’animo possono diventare il motore di un gesto definitivo.

Possono essere riconosciuti, però, e aprire dunque la strada a un lavoro di sostegno e prevenzione.

Ma da dove può nascere questo dolore?

Le origini sono individuali e non necessariamente legate a fatti oggettivi, ad accadimenti prossimi al momento di crisi. Spesso, partono da molto più lontano, emergono da vulnerabilità che si sono sedimentate durante la crescita. A volte, la sofferenza è già dentro di noi da molto più tempo di quanto gli altri possano immaginare.

Ci sono campanelli d’allarme ai quali fare attenzione?

Sì, i segnali ci sono, anche se nei più giovani non sempre sono facili da intuire, perché possono essere meno più criptati. Al punto che un evento così definitivo può “esplodere” in famiglia in maniera del tutto inaspettata.

È fondamentale, allora, osservare i cambiamenti, entrare davvero in relazione con i propri figli, saper accogliere i loro stati d’animo, anche quelli più difficili. La prima cosa a cui fare attenzione sono le parole: non ce la faccio più, a che cosa serve vivere… Frasi come queste vanno sempre prese sul serio.

Bisogna osservare anche i mutamenti dell’umore, del sonno, dell’appetito, delle abitudini personali, delle relazioni e degli affetti. A volte, poi, possono esserci comportamenti emblematici, come per esempio affidare ad altri oggetti che ci sono particolarmente cari, quasi si volesse fare una sorta di “testamento”. E ancora, un cambiamento repentino dell’umore in positivo. Una persona angosciata, depressa, che a un certo punto sembra stare bene, appare risollevata. Anche in questo caso è importante fare attenzione, perché l’apparente “serenità” potrebbe nascere dal fatto che ci si è “tolti un peso” e si è presa una decisione definitiva sul voler mettere fine alla propria vita.

Tutti questi segnali dovrebbero indurci a metterci in ascolto dell’altro, per accogliere e condividere la sua sofferenza. Certo, l’argomento non è facile da affrontare. Credo che un punto di partenza, però, possa essere proprio quello del “dolore mentale”, un profondo tormento che può indurre a pensare di non farcela, di non avere futuro…

È importante parlare di questo, per far sentire la propria presenza, ma anche per sostenere chi soffre nella ricerca di un aiuto esterno.

A chi ci si deve rivolgere?

A un professionista della salute mentale. A seconda della situazione, potrà essere necessario uno psichiatra, uno psicologo o uno psicoterapeuta; ma anche l’intervento congiunto di più figure potrebbe rivelarsi strategico. Non bisogna temporeggiare nella ricerca ma aver comunque chiaro che potrà servire del tempo per trovare la persona giusta, perché la tematica del suicidio non è appannaggio di tutti. Un primo riferimento potrà essere il medico di famiglia o un Centro di salute mentale.

Lo stigma, il pregiudizio: quanto pesano, ancora?

Purtroppo, ancora molto. È un argomento di cui non si vorrebbe mai parlare. Per la poca conoscenza, la mancanza di consapevolezza, il timore di poter aumentare un rischio di “emulazione”… Non parlarne, però, rende ancora più difficile, per chi soffre, pensare di poter chiedere aiuto. Ci si vergogna, ci si sente soli, e ci si chiude ancor più nel proprio dolore.

Convinti che nessuno potrà mai capire ciò che stiamo provando.

Si può fare prevenzione?

Sì e su più livelli. La prevenzione primaria deve avere come obiettivo quello di aumentare la consapevolezza in tutta la popolazione, per abbattere lo stigma e creare maggiore conoscenza del fenomeno, così da indebolirlo.

Sui ragazzi, poi, si deve agire con campagne di comunicazione più specifiche, lavorando sulle vulnerabilità e cercando anche di identificare chi può essere maggiormente in difficoltà.

Si possono creare percorsi mirati per chi ha fatto un tentativo di suicidio o ne ha manifestato l’intenzione. E ancora, informare sui fenomeni collaterali che possono aumentare il rischio (bullismo, cyberbullismo, abuso di sostanze, alcolismo, social network…) e su quelli che, invece, possono rappresentare dei “fattori protettivi” (la famiglia, gli amici, lo sport, la musica, la fede…).

La scuola che ruolo può avere?

Credo che, nelle scuole, da una parte si percepisca il bisogno di affrontare il tema ma dall’altra ci si ritragga per timore di non avere gli strumenti per farlo. Come dicevo, bisogna innanzitutto eliminare lo stigma e annullare la paura che parlarne possa “provocare” imitazione. È fondamentale, però, anche far sì che la scuola sia preparata, attraverso il supporto degli esperti, a parlarne in modo corretto. Bisogna fare formazione, “allenare” all’empatia, alla vicinanza, alla condivisione della sofferenza dell’altro.

Creare una sorta di “Pronto Soccorso” per sostenere chi si trova in un momento di difficoltà.

Il suicidio è un gesto d’impulso o l’atto finale di un processo che nasce da lontano?

Nella maggior parte dei casi, è un percorso che si compie per arrivare a una conclusione. C'è un dolore che si stratifica e che espone a perdere fiducia nel presente e, ancor più, nel futuro.

L’atto in sé, poi, è impulsivo, ma ci si arriva seguendo una traiettoria definita, che può essere più o meno lunga a seconda delle diverse condizioni su cui matura. Il suicidio è un fenomeno multifattoriale, determinato da più cause che si sommano fra loro e agiscono in un contesto dove sono già presenti fragilità e sofferenza.

Quando il dolore è così forte da far sembrare tutto irreparabile, quanto spazio resta alla possibilità di ritrovare un senso per la propria esistenza?

Lo spazio resta, fino alla fine. Una persona è sempre ambivalente, fino alla fine. Non vorrebbe affatto morire; anzi vorrebbe vivere, ammesso che qualcuno la aiuti a ridurre il livello di sofferenza che sta sperimentando. Vorrebbe fino alla fine che qualcuno le tendesse una mano, la risollevasse, la togliesse dalla morsa di sofferenza che sta provando, le offrisse un “analgesico” per attenuarla. Ognuno di noi ha una soglia di sopportazione del dolore molto individuale.

Quando si supera quella soglia, però, si cerca una via d’uscita. E il suicidio, più che essere visto come “voglia” di morire”, può arrivare ad apparire come l’ultima possibilità di sollievo. È importante sottolineare, però, che il desiderio, l’attitudine, per la vita sono comuni a tutti gli esseri umani. Anche a chi sta attraversando un momento di angoscia e di tormento. Si deve trovare il modo, allora, per aiutare chi da solo non ne vede la possibilità, a trovare la strada per uscire dal tunnel in cui si trova.

Per chiudere quella finestra di dolore e ritrovare fiducia e serenità. Cultura, informazione, prevenzione, formazione. E ancora, vicinanza, supporto e condivisione. Sono questi gli strumenti perché ciò accada sempre più spesso e coinvolga sempre più persone.

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