Offese, umiliazioni, digiuni forzati: quando il bullo è uno di famiglia

Non solo bullismo scolastico o cyberbullismo. Giudizi e aspettative in casa, da parte dei genitori o dei fratelli, possono diventare una vera e propria forma di persecuzione. E riconoscere di esserne vittime è più difficile
February 8, 2026
Un adolescente travolto dal fenomeno del bullismo familiare
Un adolescente travolto dal fenomeno del bullismo familiare
«Metti la corona, sembrerai una principessa». «Ti lego i capelli, altrimenti il tuo viso sembra troppo tondo». «Prendi poco da mangiare mi raccomando, fai come la zia». I ricordi si rincorrono nella testa della giovane Camila, la sera della Vigilia di Natale, mentre sfoglia un album di famiglia con le foto della sua infanzia, trascorsa tra donne bellissime: la madre, le sorelle, la zia appunto, che è anche la sua madrina. Di là, in sala, sono tutte pronte per festeggiare, ben vestite e pettinate. Lei si guarda allo specchio nel suo abito rosso, che le sembra poco adatto alle sue forme generose, e infila un felpone col cappuccio per coprirsi e piangere. Inizia così il cortometraggio lanciato a dicembre scorso da una nota casa di cosmetici brasiliana, che ha lasciato il segno in rete: da allora lo hanno visto quasi 10 milioni di persone, per un successo decisamente poco legato a trucchi e creme viso. «Il bullismo in famiglia è una realtà per l’86% delle persone, ma solo il 17% ne parla» il testo in descrizione, che cita una ricerca commissionata dallo stesso brand su duemila uomini e donne maggiorenni in Brasile.
Niente che non accada anche nel nostro Paese. Dati ufficiali specifici non ce ne sono, ma la giurisprudenza abbonda di casi: lo scorso 15 settembre la Cassazione ha confermato la condanna pronunciata dalla Corte d’appello di Venezia nei confronti di un padre che umiliava la figlia undicenne apostrofandola con frasi denigratorie: «Cicciona, fai schifo! Susciti repulsione in me e in chi ti guarda». Da gennaio a luglio 2020 l’imputato ha manifestato «il proprio disprezzo per le condizioni fisiche e le capacità relazionali della bambina, ferendole la personalità e provocandone un regime di vita svilente, anche considerata la particolare vulnerabilità della stessa», recita la sentenza. Mentre a marzo 2024 il Tribunale di Verona ha condannato un padre di origine tunisina a quattro anni e quattro mesi di reclusione per maltrattamenti al figlio di 8 anni, al quale dava del ciccione e lo costringeva a digiunare per il Ramadan, pratica che secondo il Corano dovrebbe cominciare non prima dei 12 anni. Di queste ore la notizia di un adolescente di Novara picchiato e insultato per 10 anni dai suoi genitori per il basso rendimento scolastico. «Per bullismo familiare s’intende una forma di aggressività relazionale, in genere cronica e radicata, che coinvolge genitori, fratelli e sorelle ma anche altri membri della famiglia. Non si tratta di normali conflitti, ma di uno squilibrio di potere nei rapporti dovuto all’età, alla forza fisica, alle dinamiche disfunzionali, con una silenziosa legittimazione da parte dei genitori (quando non sono loro ad agirlo, ndr). Una situazione di minaccia e stress costante in un luogo che dovrebbe essere protettivo, la base sicura per antonomasia» chiarisce lo psicoterapeuta Igor Graziato, che segue pazienti adulti e giovani con disturbi d’ansia, depressione, fobie legati a un fenomeno di cui si parla troppo poco. «Dietro questi sintomi può nascondersi un contesto familiare che bullizza con l’obiettivo della sottomissione, dell’ipercontrollo, della denigrazione ripetuta e svalutazione, dell’umiliazione. Sicuramente anche il body-shaming rientra in questi casi, ma i familiari vengono bersagliati anche senza motivazione specifica, vivendo un senso di impotenza e vergogna». Graziato cita uno studio svolto nel Regno Unito su quasi 7mila bambini, «un campione rilevante in cui sono stati individuati nel 25-30% dei minori episodi di bullismo agito e subito tra fratelli, di carattere verbale e fisico. Tendenzialmente le famiglie numerose dai 3 figli in su – soprattutto maschi – sono più a rischio, con il primogenito bullo, dove i genitori considerano questi comportamenti come normali conflitti tra fratelli (“così crescono e sanno come difendersi”) e a volte li incoraggiano, perché magari fra padre e madre c’è un’aggressività non limitata né contenuta che tracima anche all’esterno. Oppure i genitori restano passivi o ambivalenti perché non intervengono sempre e hanno una paura cronica del conflitto». Quindi subire atti di bullismo in famiglia «rende le persone più fragili, con difficoltà relazionali e ad essere assertive che vanno ben oltre l’infanzia e l’adolescenza, e il rischio che la persona bullizzata possa replicare questa prevaricazione oppure restare impotente».
Purtroppo il bullismo familiare, trasversale per grado d’istruzione e situazione economica, è «difficile da intercettare e accettare: per vergogna o senso di colpa non si cercano soluzioni all’esterno perché la vittima sente di tradire la famiglia se si espone. A scuola insegnanti preparati possono intercettare questi casi, ma «sarebbe essenziale una presa in carico sistemica di tutta la famiglia perché diventi consapevole del problema e interrompa gli schemi di svalutazione e impotenza». Di recente hanno indagato le origini del fenomeno anche la professoressa Maria Rita Parsi, che abbiamo intervistato pochi giorni prima della sua morte, e lo psicologo clinico Cristiano Zamprioli nel volume “Il bullo interiore. Le radici del bullismo e del cyberbullismo” (Armando Curcio editore). Le origini del problema in famiglia? «Climi emotivi freddi o svalutanti, modelli educativi autoritari o umilianti, incoerenza affettiva, presenza di violenza psicologica, verbale o fisica», e ancora «eccessiva competizione tra fratelli favorita o non regolata dagli adulti. In quei contesti, se disfunzionali, il bambino può imparare presto una lezione implicita: per non soffrire devo diventare forte, per non essere umiliato devo umiliare, oppure fuggire, sottrarmi, isolarmi», spiegava Parsi. E Zamprioli chiarisce che «il bullismo familiare o genitoriale può essere di due tipi: diretto o indiretto. Il primo indica tutti i comportamenti che hanno un’azione diretta sul fisico dei figli: picchiare, isolare, negare il cibo, costringere con la forza, far ricorso a punizioni corporali». Mentre il secondo «è quello più psicologico ed emozionale, volto a creare sottomissione nei figli, paura delle punizioni, derisione, critica rispetto ai risultati scolastici o extrascolastici» e implica «trascuratezza, mancato apprezzamento, attività manipolatorie e comportamenti passivo-aggressivi o rabbiosi e impulsivi. Inoltre i genitori iperprotettivi frequentemente rendono i figli più timorosi nelle relazioni interpersonali, sviluppano in loro una bassa autostima rendendoli bersaglio e vittime».
Una riflessione che si intreccia con quella del professor Federico Tonioni, responsabile dell’Ambulatorio per la psicopatologia webmediata del Policlinico Gemelli e docente di psichiatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore. «Tutte le volte che pensando di far bene riduciamo un bambino all’obbedienza, lo facciamo sentire annullato e generiamo la base di un bullismo subìto o agìto, due facce diverse della stessa medaglia». Porre regole non equivale a schiacciare: «Un conto è che i genitori pongano ai bambini limiti e confini che li aiutano a crescere, un altro – quasi sempre inconsapevole – è farli obbedire per forza». Da qui nascono rabbia, somatizzazioni, depressione. «Ogni regola non va data a un livello di relazione asimmetrica», ma attraverso una trattativa che riconosca competenza e dignità ai figli. Anche chiedere scusa, se necessario, diventa un atto educativo. «Il primo bullo è il genitore assente o quello con aspettative schiaccianti», osserva Tonioni, ricordando adolescenti che descrivono l’infanzia «come servizi militari». Il compito adulto, conclude, non è modellare i figli secondo un progetto, ma lasciare spazio perché possano diventare se stessi. Evitando che possano crescere anche loro, come bulli, a partire dall’unico alfabeto che hanno conosciuto nella loro vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA