A Bibbiano non c'erano “mostri” che rubavano bambini. Ma sono i bambini ad aver pagato
di Luciano Moia
Nelle 1.650 pagine di motivazioni diffuse dal Tribunale di Reggio Emilia viene spiegato perché, dei 14 imputati coinvolti dal 2019 in una delle inchieste più clamorose degli ultimi anni, con coinvolgimenti politici serviti solo per esacerbare i toni e confondere le valutazioni, alla fine ne siano stati condannati solo tre

C’era una volta il partito di Bibbiano, c’erano i mostri gender che rubavano i bambini, c’erano alcuni politici – i nomi sono fin troppo noti – che mostravano dal palco delle feste di partito minorenni colpevoli solo di essere nati in una famiglia vulnerabile, e che con il caso Bibbiano non c’entravano nulla, raccontando di averli strappati dalle mani delle assistenti sociali infedeli. Non era così. Ora l'impianto accusatorio contro il presunto sistema illecito di affidi di minori nella val d'Enza reggiana è crollato. E un giorno ci renderemo conto quanto male abbia inoculato questo assurdo polverone nel nostro sistema di protezione dei minori fuori famiglia che già mostrava, e tuttora mostra, non poche fragilità. Non sono stati screditati soltanto servizi sociali e giudici minorili, ma – quel che più dispiace – sono i bambini e le loro famiglie ad aver riportato danni gravissimi «con conseguenze non calcolabili». Non solo, nell’impianto accusatorio sono state disseminate «erronee individuazioni delle fattispecie di reato» e valutazioni segnate da «debolezza sotto il profilo scientifico e metodologico degli elaborati delle consulenti tecniche del pubblico ministero». Lo si legge nelle 1.650 pagine di motivazioni diffuse dal Tribunale di Reggio Emilia che spiegano perché, dei 14 imputati coinvolti dal 2019 in una delle inchieste più clamorose degli ultimi anni, con coinvolgimenti politici serviti solo per esacerbare i toni e confondere le valutazioni, alla fine ne siano stati condannati solo tre.
In primo grado, il 9 luglio scorso, dopo 146 udienze in cui si è dibattuto di 107 capi di imputazione, il procedimento si è infatti risolto con 11 assoluzioni piene e le pene inflitte a Federica Anghinolfi (due anni), Francesco Monopoli (un anno e otto mesi) e Flaviana Murru (cinque mesi). I condannati, peraltro, sono stati riconosciuti colpevoli di falso ideologico (Anghinolfi e Monopoli) e violazione del segreto (Murru), senza quindi alcun riconoscimento di pratiche abusive o manipolative nei confronti dei minori. Per il principale imputato del caso Bibbiano, lo psicoterapeuta Claudio Foti, il processo si era già chiuso il 10 ottobre 2024, quando la Cassazione l’aveva prosciolto in via definitiva dalle accuse di abuso d’ufficio per non aver commesso il fatto e da lesioni gravi perché il fatto non sussiste. In quell’occasione i periti del suo collegio difensivo spiegarono che era stato riconosciuta valida la linea difensiva scelta e che cioè, in assenza di reati penali, la giurisprudenza non ha strumenti per “processare” la qualità dell’intervento psicoterapeutico. È lo stesso principio che si ritrova nelle motivazioni rese note oggi, in cui di fatto vengono smontati i presupposti tecnico-scientifici su cui poggiavano le accuse più gravi. Si ricorda per esempio che le consulenti del pm, «si sono affidate ad una teoria, quale quella dei “falsi ricordi”, che non risulta unanimemente condivisa dalla comunità scientifica». E che pertanto, scrivono i giudici, «non può costituire la base su cui fondare un accertamento improntato al canone dell'al di là di ogni ragionevole dubbio». Nel complesso, quindi, i giudici hanno ridotto le responsabilità «a singoli episodi amministrativi o documentali», ma escluso l'esistenza di un sistema illecito nella gestione degli affidi.
Non solo, i giudici fanno notare anche che «lo sviluppo processuale della vicenda ed il confronto dibattimentale hanno disvelato l'insussistenza di moltissime delle ipotesi di reato». Nel documento si valutano anche le conseguenze sul territorio, visto che il clamore suscitato dalle indagini e dalle vicende oggetto delle imputazioni, sono risultate tali «da cagionare un pregiudizio al territorio dell'Unione dei Comuni della val d'Enza e della Regione Emilia-Romagna, ledendone la reputazione, ancorata nell'immaginario collettivo proprio all'efficienza del sistema pubblico dei servizi sociali». Rimane un aspetto ancora da valutare e su cui i giudici non si soffermano. Quanto male ha fatto il polverone di Bibbiano alle famiglie affidatarie e a tutti quei bambini che da Nord a Sud, a causa dello stigma diffuso da quell’inchiesta, non hanno più trovato una mamma e un papà disposti ad aprire loro le porte di casa?
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