L'affido familiare aiuta i minori stranieri, ma lo scelgono in pochissimi

Secondo un report di Unicef-Cnca, solo il 4% dei ragazzi arrivati in Italia da soli è ospitato dalle famiglie. I genitori spesso sonno laureati e con figli
February 3, 2026
L'affido familiare aiuta i minori stranieri, ma lo scelgono in pochissimi
Mohammed è arrivato in Italia dall’Egitto all’età di 16 anni, da solo. Vive con Daniela e Alberto, i suoi genitori affidatari, che – più di una casa e del cibo – gli «hanno dato amore» dopo una dura esperienza in comunità: «Volevo andare via da quel posto – confessa –. Eravamo in tanti e avevamo poco da fare. Mi rendevo conto che, se fossi rimasto, non avrei mai raggiunto i miei obiettivi». Non per tutti i minori stranieri non accompagnati l’accoglienza in comunità è un ostacolo all’integrazione ma per la maggior parte, come Mohammed, essere ospitati da una famiglia è l’occasione per «imparare la lingua velocemente», «trovare un lavoro» e «iniziare a costruire qualcosa nella vita». Non solo. Che l’affido familiare sia la via privilegiata per l’accoglienza dei minorenni soli lo sostengono anche le norme italiane in materia di migrazione: la cosiddetta Legge Zampa (la 47 del 2017) definisce l’affido familiare come l’opzione «più appropriata, laddove corrispondente al superiore interesse del minore». Eppure, in Italia, i migranti minorenni accolti in famiglia restano una esigua minoranza: solo il 4% degli oltre 17.500 minorenni soli - al netto dei ragazzi di origine ucraina – nel 2025 viveva in una famiglia. Aumentare questa percentuale, secondo Unicef, è cruciale per migliorare l’integrazione delle prime generazioni di persone migranti: «L’affido familiare non è semplicemente un atto di solidarietà, ma una strategia di protezione per offrire stabilità, affetto e opportunità di sviluppo a bambini», sostiene Nicola Dell’Arciprete, coordinatore della risposta a favore dei minorenni migranti di Unicef che, insieme al Coordinamento nazionale delle comunità accoglienti (Cnca), ha pubblicato l’analisi “Chi accoglie?” sui profili delle famiglie affidatarie.
Lo studio ha coinvolto oltre 60 genitori e figli in affido, raccogliendo informazioni sull’estrazione sociodemografica, sui valori e sulla soddisfazione delle famiglie. I risultati mostrano che l’affido ha successo quando madri e padri sono accompagnati nel percorso da un folto «sistema di accompagnamento qualificato, sostegno psicologico e formazione». Tutto, insomma, ruota attorno ai numeri: quelli dei professionisti che assistono le famiglie e quelli dei genitori che si rendono disponibili all’affido. Ancora pochi per far fronte a un flusso migratorio elevato: solo nel 2025 sono arrivati in Italia via mare oltre 12.100 minorenni non accompagnati. Al contrario, come spiega il report Unicef-Cnca, le famiglie sono spesso restie a rendersi disponibili all’affido: sette su dieci, anche tra quelle che hanno iniziato il percorso, dichiarano di aver avuto dubbi iniziali riguardo alle difficoltà procedurali e alle disparità territoriali. Per convincere una platea più ampia, Unicef e Cnca chiedono che l’affido riceva più sostegno dalle istituzioni: «Le famiglie affidatarie hanno bisogno di non sentirsi mai sole – sostiene Liviana Marelli, referente nazionale peer le politiche minorili e per le famiglie del Cnca –. Servono punti di riferimento professionali e stabili, ma anche formazione, sostegno psicologico e coordinamento per ridurre tempi e incertezze».
Investire, in particolare, significa rendere l’affido di minori stranieri non accompagnati più accessibile a chiunque. Oggi l’80% degli affidatari è sposato o convivente e il 60% ha già figli. La maggior parte lavora con titoli di studio medio-alti. In altre parole, si tratta di persone, perlopiù in età compresa tra i 40 e i 60 anni (70%), che godono di una certa stabilità economica e relazionale. Allargare la platea significherebbe anche contribuire ad abbattere i pregiudizi: il 95% dei genitori affidatari sostiene che le persone migranti contribuiscano ad aumentare la ricchezza culturale e, accompagnandoli all’autonomia, anche la soddisfazione personale. «Ho imparato che accogliere una persona significa fare spazio – spiega Beniamino, che insieme a Chiara ha accolto in affido un ragazzo dal Bangladesh –. È bastato poco: abbiamo svuotato le stanze e la mente per permettere a Nasim di crescere. Così siamo felici anche noi».

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