La crescita della “quasi povertà” in Italia: chi è a rischio
di Luca Mazza
L'Alleanza contro la povertà presenta un nuovo report da cui emerge un'area grigia formata da persone che gravitano attorno alla soglia critica. Russo: politiche di contrasto inadeguate

Già il titolo del report dice molto: L’Italia delle povertà. La scelta di declinare la parola al plurale evidenzia che non siamo più di fronte a un fenomeno da analizzare con una visione omogenea, ma al contrario c’è una piaga da osservare in modo articolato e multidimensionale. Perché, accanto alle condizioni di povertà assoluta e relativa che si stanno cronicizzando, emergono diverse forme di disagio e vulnerabilità. Situazioni magari meno visibili, sfumate, intermedie, ma che coinvolgono sempre più famiglie, giovani e anziani. È un’area grigia che cresce in silenzio, composta da persone formalmente integrate, ma materialmente fragili e a serio rischio di scivolare nel baratro. A scattare una fotografia nitida e aggiornata sulla diffusione delle povertà nel Paese è il nuovo dossier presentato a Roma da Alleanza contro la povertà (realtà che unisce 35 associazioni e organizzazioni di varia natura) in collaborazione con Iref. Uno dei principali risultati della ricerca riguarda la crescente stratificazione delle condizioni di miseria e insicurezza economica. In particolare, viene segnalato l’aumento delle persone “quasi povere”, che gravitano attorno alla soglia critica, appena sopra. A collocarsi in quest’area pericolosa è l’8,2% delle famiglie, che si aggiungono al 10,9% di nuclei già ufficialmente classificati come poveri dalle statistiche. Nel complesso, circa il 20% delle famiglie è in povertà o a rischio impoverimento.
«L’area della “quasi povertà” si è ampliata e si assiste a una progressiva normalizzazione della povertà stessa, che entra nella vita quotidiana senza manifestarsi come marginalità estrema e a perdere riconoscibilità pubblica», ha commentato Antonio Russo, portavoce nazionale dell’Alleanza contro la povertà, aprendo l’incontro. Sulle «povertà della porta accanto», che colpiscono fasce della popolazione per così dire «insospettabili», si è soffermato Remo Siza, membro del comitato tecnico dell’Alleanza. «Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda della popolazione in povertà, che non si limita ai disoccupati o alle persone senza dimora – aggiunge Siza –. C’è un mondo di povertà non ufficiale, fatto di deprivazione e ristrettezze economiche, che spesso non emerge da numeri e dati. Io non saprei dire quanti individui che vivono nel mio palazzo siano in grave difficoltà, ma non posso escludere che ce ne siano». Sull’insufficienza delle statistiche ufficiali si è soffermato anche Gianfranco Zucca, ricercatore Iref. Anche il nesso tra possesso di un immobile e povertà non è automatico: «Nel rapporto riportiamo dati su famiglie proprietarie di casa ma in condizione di “quasi povertà”, perché magari la struttura è un vecchio casolare di poco valore».
I dati non restituiscono pienamente la complessità delle condizioni di milioni di famiglie: la compressione delle spese alimentari, il peso dei costi dell’abitare (dalle spese condominiali alle bollette), le difficoltà di accesso alle cure sanitarie e all’acquisto dei farmaci emergono solo parzialmente nelle statistiche, ma incidono profondamente sulla qualità della vita delle persone e sulle traiettorie future dei minori. Tra i principali fattori di impoverimento ci sono bassi salari, instabilità lavorativa, lavori intermittenti. Dagli ultimi dati disponibili risulta che oltre il 10% degli occupati in Italia è a rischio di povertà (2,3–2,4 milioni di persone, un valore superiore alla media europea). In pratica, il lavoro non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente a sostenere una vita dignitosa. Per Natale Forlani, Presidente Inapp e del Comitato scientifico per la valutazione delle misure di contrasto alla povertà, occorre agire anche «a livello preventivo su temi come le migrazioni, le disparità di genere, le pensioni. Tutti ambiti su cui finora si è fatto poco».
In uno scenario in cui identificare tutti i volti delle povertà è un’operazione complessa, «le politiche di contrasto faticano a essere implementate e si sono rivelate inadeguate. Le difficoltà nel passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione (Adi) sono evidenti», ha aggiunto Russo. La distinzione tra poveri occupabili e non occupabili e l’introduzione di Adi e Sfl (Supporto per la formazione e il lavoro) finora non ha funzionato, «soprattutto perché hanno durata limitata e importi insufficienti». Ecco perché l’Alleanza torna a proporre con forza la necessità di garantire «un reddito minimo che superi le logiche categoriali». La povertà è un processo, non uno stato – si legge nel dossier –. Ed è il prodotto di condizioni che non sono mai state realmente prese in carico. Ecco perché l’Alleanza contro la povertà promette di continuare a portare queste analisi sui tavoli delle istituzioni e degli enti locali, avanzando proposte e contribuendo a un dibattito pubblico più consapevole, capace di rendere visibile ciò che oggi resta troppo spesso invisibile. «Una grande democrazia non può permettersi di trascurare la lotta alla povertà – ha concluso Russo –, altrimenti il futuro del Paese sarà compromesso».a© riproduzione riservata
© RIPRODUZIONE RISERVATA






