I portuali di tutta Europa oggi scioperano contro le navi che portano le armi
In 20 scali protesta contro i carichi di materiale bellico. Profitti record per le aziende della difesa, ma occupazione e stipendi non ne beneficiano. L’esperta Bonaiuti: penalizzati altri settori industriali, l'economia della guerra non crea lavoro

A Livorno, 250 lavoratori dell’automotive rischiano il posto perché la multinazionale Rheinmetall dismette il settore civile. A qualche centinaio di chilometri, nel Sulcis sardo, la stessa azienda promette di assumere un centinaio di nuovi addetti, ma per produrre più armamenti. Un travaso di risorse e vite umane da settori produttivi civili a quelli bellici che è solo uno degli esempi di come l’economia di guerra sta già trasformando il mondo del lavoro, gli equilibri industriali e finanziari, il volto dell’Italia e dell’Europa. Profitti record e stipendi al palo sono l’altra faccia della stessa medaglia, a dimostrazione che i benefici di questa nuova economia sono per pochi. «I numeri parlano chiaro. Già tra il 2020 e il 2024, il fatturato di Leonardo in Italia è cresciuto del 17,1%, ma gli occupati sono aumentati solo del 7,7%. Il caso di Rheinmetall è ancora più estremo. Un balzo del fatturato dell’82,2% a fronte di un incremento di personale in Italia di appena il 23,7%. E la crescita finanziaria è ancora più evidente. Nei tre anni tra marzo del 2022 e marzo 2025 le azioni di Leonardo sono volate del 496%, quelle della tedesca Rheinmetall del 695%», spiega Chiara Bonaiuti, ricercatrice che coordina l’Osservatorio sul commercio delle armi Ires Toscana.
Questa ricchezza non ricade sui lavoratori e sulla società europea. Come specifica Bonaiuti, «gran parte degli utili vengono redistribuiti tra gli azionisti piuttosto che reinvestiti». Nonostante gli stipendi nel comparto militare siano leggermente più alti della media, continua, rimangono stagnanti e non crescono proporzionalmente ai profitti record. In questo scenario, però, il fronte del lavoro si spacca. In aziende del settore difesa come la Bae, in Inghilterra, i lavoratori scioperano per ottenere aumenti salariali, rivendicando una fetta di quei guadagni immensi, un loro diritto. E se da una parte c’è chi reclama uno stipendio migliore, nel settore civile c’è chi deve ancora protestare per non perdere il proprio lavoro a favore di una transizione di risorse verso l’industria militare: «Ieri, per esempio, a Bruxelles è stata la giornata di mobilitazione europea dei metalmeccanici, organizzata da IndustriAll contro la deindustrializzazione che sta spostando le risorse verso la difesa a scapito di altri settori che garantiscono più occupazione e benessere a una fetta ben più ampia di popolazione. Su 19 settori industriali chiave, solo quelli dell’aerospazio e della difesa hanno assorbito in Italia il 50% delle risorse del Mimit e in Europa restano finanziati e competitivi, mentre gli altri devono affrontare investimenti bloccati, ristrutturazioni e una crescente incertezza».
Al contempo, in circa 20 tra i più importanti porti europei e del Mediterraneo, si accende la protesta dei portuali che incrociano le braccia per chiedere il rispetto delle leggi che vietano l’esportazione di armi verso Paesi in conflitto o che violano i diritti umani, ma anche che i loro porti siano luoghi di pace e liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra. Manifestano per dire no al riarmo e agli effetti dell’economia di guerra su salari, pensioni, diritti e condizioni di salute e sicurezza: la giornata internazionale di azione, convocato per oggi da “i portuali che non lavorano per la guerra”, come si sono definiti, coinvolgerà diversi porti italiani, da Genova e Livorno fino a Palermo e Cagliari.
Per Bonaiuti non ci sono dubbi: le conseguenze sul mercato del lavoro descritte finora dipendono da scelte dell’Unione Europea: «Nel 2025, la Commissione ha presentato misure volte a snellire e velocizzare la produzione di armamenti, nel quadro del pacchetto Omnibus della difesa e dell’European Defence Industrial Program, che prevede la possibilità di derogare ad alcune norme sulla tutela dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori per le aziende operanti nel settore della difesa e per le basi militari, in nome di un’urgenza geopolitica. Non solo si annacquano le normative a tutela dell’ambiente, ma in determinate condizioni è consentito anche non applicare la direttiva sull’orario di lavoro». L’obiettivo è chiaro: permettere all’industria militare di correre, nonostante gli studi abbiano dimostrato che investire nel green generi molta più occupazione e benefici per la società: «In una recente ricerca si mostra come per esempio in Italia un miliardo di euro di spese in armamenti generano un’occupazione diretta e indiretta di 2.830 nuovi posti di lavoro a tempo pieno, mentre la stessa cifra nel comparto ambientale ne crea 9.330».
Ma l’aspetto più inquietante riguarda la finanza. «Nonostante il settore sia già responsabile del 5,5% delle emissioni di gas serra, la Commissione ha precisato che queste aziende, che producono armi, munizioni, carri armati e addirittura armi nucleari possono essere considerate sostenibili e rientrare tra quelle degli investimenti Esg», ricorda la ricercatrice. Secondo Bonaiuti, questo serve proprio «a rastrellare le risorse dei risparmiatori», poiché gli Stati non hanno più fondi per la difesa senza tagliare ancor più drasticamente il welfare. Tutto questo accade mentre il quadro della sicurezza internazionale si sbriciola: ieri è scaduto senza alcun rinnovo il trattato New Start, l’ultimo accordo bilaterale rimasto a disciplinare gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti, che insieme detengono il 90% delle armi nucleari mondiali.
L’economia di guerra, insomma, non sta solo armando i confini. Sta già smantellando le tutele ambientali e sociali, usando i risparmi dei cittadini per finanziare armi di distruzione sotto l’etichetta della sostenibilità. «Puntare tutto sul settore militare senza investire nei settori realmente strategici, a partire dalla green economy, rischia di aumentare squilibri economici e geopolitici. – avverte Bonaiuti –. La crescita delle spese militari senza altrettanti finanziamenti per le attività di diplomazia, di cooperazione allo sviluppo che vadano ad agire alle radici profonde dei conflitti, rivela una politica monca e miope».
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