“Special needs”, il grande equivoco che va superato con le adozioni

Quasi tutti i minori rimasti senza famiglia presentano vulnerabilità legate a traumi, storie di abbandono e problemi prenatali. Servono genitori più preparati, non etichette
February 5, 2026
Una famiglia, su una lavagna
Una famiglia, su una lavagna
Il cosiddetto inverno demografico, che sta facendo sentire i suoi nefasti effetti in termini di calo della natalità su tutto il panorama europeo e in modo particolare in Italia, ha investito anche l’ambito delle adozioni. Il crollo è davvero drastico: se negli anni 2010-2012 le adozioni internazionali superavano di gran lunga le 4000 unità, dal 2020 in avanti i numeri si assestano intorno a 500 circa e non si è registrato quell’effetto “rebound” che si poteva attendere una volta superata la fase emergenziale della pandemia che aveva rallentato e finanche bloccato molti dei percorsi di adozione internazionale. Più o meno costanti sono invece le cifre delle adozioni nazionali. Tuttavia, la questione non è solo di numeri. A mutare è il profilo stesso dei minori adottati.  Tra i cambiamenti più rilevanti spicca l’aumento in proporzione delle adozioni cosiddette special needs (Sn). Si tratta di un termine ombrello di non facile definizione. Secondo la Conferenza de L’Aja, tale termine fa riferimento ad alcuni fattori di rischio evidenti al momento dell’adozione: l’età elevata, l’eventuale presenza di fratelli, la presenza di disabilità fisiche o mentali. Vediamoli nel dettaglio.
L’età elevata costituisce di per sé un fattore di rischio in quanto aumenta la probabilità che il bambino sia stato esposto per un tempo prolungato ad ambienti non adeguati al suo sviluppo psicofisico portando ad un aumento dei problemi emotivo-comportamentali. Questo fattore in Italia discrimina poco in quanto l’età media all’adozione è superiore ai sei anni e dunque la maggioranza dei minori rientra automaticamente in questa categoria. Anche la presenza di fratelli costituisce un elemento complesso: alcune ricerche mostrano che avere un fratello può facilitare l’inserimento in famiglia, favorendo la continuità affettiva; altre evidenziano invece come questa condizione possa amplificare la complessità relazionale. Ma ciò su cui le ricerche sono unanimi riguarda l’incidenza di quelle che vengono chiamate le esperienze sfavorevoli infantili (Esi), quali trascuratezza, traumi, abusi, maltrattamenti, abbandono, ospedalizzazioni, istituzionalizzazione, numero di collocamenti precedenti all’adozione, fallimenti adottivi e interruzione dell’affido: queste lasciano “cicatrici” indelebili nel breve e nel lungo periodo. In particolare, la permanenza in strutture residenziali produce ritardi significativi nella crescita fisica (peso, altezza e circonferenza cranica) e nello sviluppo cognitivo, un aumento della probabilità di manifestare sia disturbi nell’attaccamento, sia problemi emotivo-comportamentali. Tali effetti non sembrano ridursi anche qualora il collocamento avvenga all’interno di strutture residenziali di piccole dimensioni.
Se questa è la fotografia che può essere “scattata” al momento del collocamento in famiglia, le ricerche evidenziano che il 71% degli Sn vengono diagnosticati solo dopo l’ingresso in famiglia. I motivi sono molteplici: la mancanza, nel paese di origine, di conoscenze e di strumenti adeguati ai fini diagnostici; la comparsa, nel tempo, di alcune problematiche aggiuntive a quelle già esistenti (comorbidità) e il manifestarsi di alcune patologie a partire dalla pre-adolescenza o adolescenza. Tra i bisogni speciali più complessi e raramente diagnosticati, si colloca il Fetal Alcohol Spectrum Disorder (Fasd). Si tratta di una condizione causata dall’esposizione prenatale all’alcol – anche moderata – che comporta un ampio spettro di conseguenze: dismorfismi facciali, alterazioni della crescita, difficoltà neurocomportamentali, compromissioni delle funzioni esecutive e importanti ripercussioni sulla regolazione emotiva. Spesso è visibile solo la punta dell’iceberg. Le ricerche evidenziano come la Fasd sia più diffusa tra i bambini adottati in particolare dall’Europa orientale, anche se la mancanza di un riscontro di quanto è avvenuto in gravidanza rende difficile arrivare ad una diagnosi. Le persone con Fasd sperimentano significative difficoltà sia cognitive che comportamentali a causa del danno provocato dall’effetto teratogeno dell’alcol sulle cellule del sistema nervoso centrale. Una nostra recente ricerca – ancora in corso – condotta grazie alla proficua collaborazione con i genitori dell’Associazione italiana disordini da esposizione fetale ad alcol e/o droghe (si chiama Aidefad e sul suo sito potete trovare tutte le informazioni chela riguardano) conferma una maggiore incidenza di ritardi cognitivi, difficoltà di apprendimento, disturbi dell’attenzione, disturbi della condotta nei figli adottivi con Fasd. Ma anche le famiglie ne risentono: livelli elevati di stress genitoriale e nella metà dei genitori sintomi depressivi che superano la soglia clinica. Accanto a ciò esistono anche risorse importanti: in primo luogo il supporto del partner così come il sostegno offerto dalla associazione di genitori, capace di garantire uno spazio di condivisione e confronto.
Dunque, se andiamo a sommare il numero di bambini “classificati” special needs al momento dell’adozione e coloro che successivamente manifestano problematiche specifiche nel corso della crescita, possiamo dire che pressoché tutti i bambini adottati oggi manifestano bisogni speciali. E allora possiamo chiederci se il termine special needs sia davvero il più adeguato o piuttosto sarebbe più calzante parlare di specific needs: i bisogni dei bambini adottati non sono “speciali” nel senso di eccezionali, ma specifici, profondamente legati alla loro storia di vita, alle vulnerabilità neurobiologiche e alle esperienze relazionali precoci. Questo cambio di prospettiva aiuta a uscire dalla logica dell’etichetta e della categoria e invita a costruire un sistema di interventi personalizzati, flessibili, capaci di leggere la complessità di ciascun bambino e della sua storia. In questa prospettiva, cruciale è la preparazione dei genitori nel percorso adottivo. È necessaria una formazione specifica per acquisire quelle che possiamo definire “competenze genitoriali terapeutiche”, ovvero quelle competenze che consentono di rispondere in modo adeguato ai comportamenti problematici dei loro figli con la consapevolezza che dietro tali comportamenti – apparentemente “inspiegabili” – si nasconde il dolore dell’abbandono e delle innumerevoli esperienze sfavorevoli. Ma la sfida di accogliere questi minori non può essere demandata solo alle famiglie. La frammentarietà degli interventi e la mancanza di un raccordo e di una rete tra i diversi professionisti non riescono tutt’oggi ad impedire il verificarsi delle crisi adottive, ovvero quelle situazioni familiari così compromesse che lasciano margini di intervento assai ridotti. In particolare, quello che manca in Italia sono centri specializzati con équipe multidisciplinari costituite da diverse figure professionali quali: psicologi dell’età evolutiva, psicologi della famiglia, neuropsichiatri infantile, pediatri, assistenti sociali, pedagogisti, logopedisti, su modello ad esempio dell’Ospedale Sant’Anna di Parigi. Equipe così formate possono garantire una presa in carico a 360 gradi e un solido supporto nel tempo. Solo così sarà possibile un accompagnamento delle famiglie adottive e una risposta adeguata ai bisogni specifici dei loro figli, anche nei tratti di strada più impervi.
Professoressa ordinaria di Psicologia sociale Centro di Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

Educare chi educa all'adozione e all'affido: la proposta dell'Università Cattolica

Integrare competenze giuridiche, psicologiche, cliniche, mediche, pedagogiche e di lavoro sociale, con uno sguardo familiare e intergenerazionale. Ma anche conoscere le nuove, numerose crisi internazionali e gli altrettanto nuovi scenari della filiazione delineati dalla recente giurisprudenza costituzionale. Serve una risposta strutturata anche da parte degli educatori e degli operatori sociali alla crescente complessità dell’accoglienza ed è quella che l’Università Cattolica prova a costruire con il suo Master in affido, adozione e nuove sfide per la genitorialità. Il percorso è promosso proprio dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti di Firenze ed è diretto da Rosa Rosnati.

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