«Con questi figli abbiamo sbagliato tutto» (e altri momenti drammatici della vita da genitori)

Cosa fare quando adolescenti e giovani imboccano strade rischiose o incomprensibili? Dalla cronaca alla vita quotidiana, una riflessione sul ruolo dell’ascolto, sui segnali di disagio da non sottovalutare e sui limiti (inevitabili) dell’azione educativa in una società iperconnessa e fragile
January 31, 2026
Genitori, figli e crisi nel percorso educativo
Genitori, figli e crisi nel percorso educativo
«Con questi figli abbiamo sbagliato tutto». Chi non l’ha pensato almeno una volta nella vita? Quando che un figlio, una figlia, prende una decisione che ci sorprende e che noi genitori consideriamo inopportuna, complicata, magari anche rischiosa per loro, veniamo colti da delusione, amarezza, disorientamento. Ci poniamo tante domande e non sappiamo cosa rispondere. Pensiamo alle ragioni che li hanno indotti a scegliere quella strada così insolita, così inadeguata – o almeno così noi crediamo – e non ci sembra possibile. Sappiamo che la conquista dell’autonomia è un passaggio importante. Sappiamo anche che si tratta di un percorso in cui inciampi e sofferenze – per noi e per loro – sono da mettere in conto. Sappiamo che in quella rivoluzione totale che attraversa il loro corpo e la loro mente ci sono scoperte, mutamenti, assestamenti che dobbiamo prevedere e anche sopportare. Anzi, sappiamo che in questo vortice globale che tocca ogni aspetto dell’esistenza, noi genitori dobbiamo rappresentare punti di riferimento solidi, stabili, sicuri, affidabili. Quante volte abbiamo loro ripetuto: «Qualsiasi cosa succeda, tu sai che mamma e papà ci sono, che saranno sempre dalla tua parte, che faranno di tutto per darti sostegno». E loro ad annuire con lo sguardo mansueto che nasconde però un pizzico di fastidio e di incredulità. Non tanto per la riproposizione della nostra disponibilità totale, quanto per la loro presunzione di non averne mai bisogno: «Ma cosa vuoi che succeda?», è la risposta più frequente, alimentata da quella sensazione di potenza infinita, di invulnerabilità, di desideri sconfinati e indefiniti che segna il loro cuore. Invece qualche volta le cose brutte succedono. E allora quelle decisioni che ci disorientano e talvolta anche ci sgomentano finiscono per tradursi in eventi spiacevoli, perfino drammatici.

Bulli, delinquenti, assassini: com'è stato possibile?

Come si sente un genitore a cui l’insegnante ha appena comunicato che il figlio è il leader di una banda di cyberbulli sospettati di aver diffuso sui social immagini intime delle compagne di classe per poi ricattarle? Che reazione possono avere una mamma o un padre quando il figlio quattordicenne torna a casa accompagnato dai carabinieri perché ha accoltellato poco prima un compagno di classe? E cosa avranno provato i genitori dei due ventenni accusati di aver derubato, mentre era a terra agonizzante dopo una caduta dalla bicicletta, Davide Borgione, il 19enne torinese morto la scorsa settimana? Senza considerare episodi straordinari e sconvolgenti, come il doppio suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno, il 40enne di Anguillara che ha confessato di aver assassinato la moglie. Episodio estremo e tragico a cui hanno probabilmente concorso la gogna mediatica di cui sono stati vittime, la sofferenza indicibile per il gesto compiuto dal figlio, la sensazione di fallimento da cui sono stati colti e annientati e tanti altri pensieri cupi, pesantissimi, atroci che possiamo soltanto immaginare. Un caso limite, certo, che dimostra però quanto sia importanti, spesso decisivi, le scelte e i gesti di un figlio per la vita – e talvolta purtroppo anche per la morte – di un genitore. Nulla, ma proprio nulla, di quanto pensa, decide, progetta, compie un figlio, una figlia, rimane indifferente agli occhi di una mamma e di un papà. E quando questi pensieri, queste scelte, queste azioni assumono connotati preoccupanti – o che noi riteniamo tali – si innescano le reazioni e anche gli interrogativi più laceranti: «Perché ha fatto questo? Cosa abbiamo sbagliato? Ma come abbiamo fatto a non accorgerci? Pensavamo di conoscerlo benissimo e invece…». Ecco, la riflessione di questa domenica vogliamo dedicarla a un versante difficile e oscuro della nostra relazione educativa. Cosa fare quando un figlio, una figlia, imbocca strade che ci deludono e ci preoccupano? Quando è giusto intervenire e quando no? Quando dobbiamo rassegnarci e permettere loro di seguire un percorso che non condividiamo? In che modo il mondo virtuale in cui tutti siamo immersi – l’ipermodernità tecnoliquida – sta influendo su scelte e comportamenti che facciamo fatica ad accettare? Vediamo.

Quando le radici e l’arco non funzionano più

Tutte le nostre scelte educative sono contrassegnate da una sorta di elastico. Quello con cui dosiamo due azioni in apparente contrasto: trattenere e lasciare andare. Il trattenere riguarda la possibilità di donare ai nostri figli tutte le risorse a nostra disposizione per costruire il loro futuro. Il lasciar andare intercetta il loro bisogno di autonomia e il nostro obiettivo di vederli, a tempo debito, capaci di affrontare le sfide a cui la vita chiama. Il dovere di trattenere, idealmente, impone lo sviluppo di radici solide, fondamenta sicure. Si potranno trasferire ovunque quelle radici, ma se sono state innaffiate con cura e curate con sacrificio sapranno sempre svolgere al meglio la loro funzione. Per lasciar andare serve un arco potente la cui corda si nutre di amore e di competenze. Uno slancio vitale che assicura in ogni momento della vita la spinta indispensabile per superare problemi e avversità.
Le radici e l’arco, due belle immagini la cui efficacia viene però messa a dura prova, giorno dopo giorno, durante la crescita dei nostri figli. Quante volte, soprattutto con i ragazzi adolescenti, ci siamo trovati a nutrire seri dubbi sulle radici che stavamo costruendo insieme e sull’efficacia del nostro arco, la cui gittata appare talvolta insufficiente, talvolta eccessiva, talvolta letteralmente impazzita in sintonia con il cervello ondivago dei nostri ragazzi. Quante volte non ascoltano, quante volte fanno di testa propria, quante volte sono tentati di avventurarsi in attività rischiose, quante volte si lasciano attirare dal gusto del proibito, magari in modo esagerato e compulsivo. Lo sappiamo e non deve sgomentarci, perché la costruzione della propria identità avviene l’esplorazione incessante delle tante possibilità offerte dalle relazioni interpersonali, dalle dinamiche del gruppo dei pari, dagli incontri quotidiani a scuola, a casa, in palestra, in oratorio. Ogni esperienza lascia un segno, ogni incontro può essere lo spunto per riaggiustare e limare le proprie convinzioni, il proprio modo di stare nel mondo. È una fase in cui noi genitori abbiamo il dovere di esserci senza trasformare la nostra presenza in un accompagnamento invasivo e opprimente. Dobbiamo stare loro accanto nelle tante crisi di identità che saranno chiamati ad affrontare, prestando attenzione al fatto che i vari episodi scorrano via senza lasciare ferite troppo profonde, senza che incorrano in esperienze sconvolgenti o drammatiche. Non sempre ci riusciamo. Non sempre abbiamo la capacità di preservarli dal peggio. Perché succede? Siamo stati disattenti, superficiali, approssimativi? Nella maggior parte dei casi no. Ma nessun genitore è perfetto e il male ha varchi infiniti per insinuarsi e colpire. Può così capitare che giorno scopriamo che nostra figlia, nostro figlio è rimasto invischiato in qualche dipendenza (alcol, sostanze, porno), oppure che ha deciso di chiudere al mondo le porte della sua cameretta, di rinunciare a tutte le sfide, di rassegnarsi alla paura. Che fare? Stavamo costruendo per lui o per lei quelle radici e quell’arco in cui riponevamo tanta fiducia e adesso tutto sembra crollare. «Ma cosa sta succedendo? Non lo riconosco più». Non è mai facile trovare la strada più opportuna per intervenire ma dobbiamo partire da una considerazione tanto semplice quanto inoppugnabile. Noi ci siamo. E non vogliamo arrenderci, dobbiamo trovare la capacità di recuperare le risorse per intervenire, per aiutarlo, anche per chiedere aiuto quando serve.

Come stare loro vicino durante le crisi?

Partiamo da un presupposto. I genitori nella maggior parte dei casi non sono attrezzati per affrontare e accompagnare le crisi di un figlio o di una figlia. Ogni situazione è diversa, ogni emergenza presenta caratteristiche e modalità, circostanze e fatti che non sono mai sovrapponibili. Guai soprattutto a prendere esempio dal passato: «Ai miei tempi…». Niente affatto. Inutile ricordare quello che è stato. Tutto è diverso rispetto a 30, 40 anni fa. A cominciare dalla società digitale in cui noi e i nostri ragazzi siamo immersi. Ecco perché, di fronte a una situazione educativa complessa, siamo chiamati a ripartire ogni volta da zero. Non diamo nulla per scontato, nulla di acquisto per sempre. Quando si dice che il mestiere più difficile del mondo è quello del genitore non si esagera per nulla. E la difficoltà consiste proprio nella necessità di riprendere in mano ogni volta la grammatica educativa per capire come collocare e come affrontare i diversi episodi che ci riguardano. La prima domanda a cui rispondere è quella che coinvolge le origini della crisi. Siamo in un ambito di ordinaria contrapposizione? L’atteggiamento cioè assunto dai nostri figli riguarda il loro bisogno di metterci alla prova per verificare la nostra solidità? La tenuta delle nostre convinzioni e delle conseguenti indicazioni? Se di questo si tratta - anche se non è mai facile accertarlo con sicurezza - siamo in quella posizione che serve loro, più o meno implicitamente, per sviluppare una posizione di critica autonoma. È un confronto salutare – anche quando passa attraverso qualche episodio fastidioso – utile per prendere le distanze, per distinguersi, insomma per crescere. Quando invece la contrapposizione diventa conflittuale e lacerante, quando assume via via toni più esacerbati, quando cogliamo che dietro il rifiuto, dietro la protesta violenta, dietro il loro “sentirsi a pezzi” – una sensazione che viene spesso esplicitata - c’è una sofferenza di cui non riusciamo a individuare l’origine, è il momento di alzare le antenne e di correre in loro aiuto. Perché è in questa sofferenza, che diventa ansia e depressione – negli ultimi sei anni, secondo la società di neuropsichiatria le diagnosi per gli adolescenti sono aumentate del 50 per cento – che si nascondono i germi dei fatti clamorosi, della violenza inattesa, di quegli episodi che ci fanno dire: «Ma davvero mio figlio ha fatto questo? Come è possibile?». Non è il caso di allarmarsi e neppure di pensare che tutti gli episodi di sofferenza debbano sfociare nell’irreparabile. Ma quando abbiamo la sensazione che qualcosa non va, che esiste qualche segnale preoccupante, evitiamo di minimizzare, con l’intento di rincuorare i nostri ragazzi attraverso le solite banalità: «Non è nulla, ci siamo passati tutti, vedrai che passerà». Sbagliato, questa è la società della dismisura, dei social che amplificano e deformano tutto. Abbiamo il dovere di starci dentro in modo ragionevole, insieme ai nostri ragazzi, e quindi non dobbiamo sottovalutare nulla.

«Tutto bene?». Perché chiederlo non basta più

Già, ma come fare? Come inventarci una presenza che sia sempre attenta, propositiva, capace di scorgere i segnali più preoccupanti in modo equilibrato, senza esagerazioni e senza valutazioni riduttive? Il segreto si chiama ascolto. Meglio se si tratta di un ascolto silenzioso e non giudicante. Ascoltare i ragazzi, anche quando non hanno voglia di parlare, non vuol dire assalirli con una raffica di domande: «Cosa hai fatto? Dove sei andato? Chi ha visto?». Non che non sia legittimo saperlo, ma nella società dello spaesamento e della solitudine dovremmo per lo meno informarci anche della loro vita virtuale. Per noi le differenze tra on line e on life sono ancora significative, per loro no. Tutto quello che vivono sui social, sul web, nelle chat nate per esempio tra compagni di videogames è tremendamente reale, tocca da vicino la loro identità, contribuisce a configurare la loro mente. Ecco perché chiedere «come va?» e accontentarsi del loro immancabile «tutto bene» non risolve il nostro impegno di attenzione e di vicinanza. Prendiamo sul serio le loro paure e i loro disagi, chiediamoci cosa c’è dietro quel silenzio, quella volontà di autoisolarsi, oppure di inventarsi avventure che ci lasciano sgomenti. E, quando è il caso, discutiamo le loro scelte. Trattarli da adulti non significa dare sempre loro ragione. Il rispetto non esclude il dissenso. Oggi i ragazzi, se talvolta guardano distrattamente la tv generalista con i suoi talk e i suoi dibattiti, rischiano di convincersi che per discutere sia necessario alzare la voce, strepitare, dare in escandescenze.
Spieghiamo loro che quello è il volto peggiore della realtà e che si può discutere in modo pacato e civile, anzi il dialogo tra persone che hanno opinioni differenti arricchisce entrambi e contribuisce allo sviluppo delle idee. E, con la stessa civiltà e lo stesso rispetto, dialoghiamo sulle loro scelte, mostriamo loro il significato e il valore di opinioni differenti, soluzioni a cui magari loro non avevano pensato. Il confronto però non deve servire per convincerli del fatto che i genitori hanno sempre e comunque idee migliori. Certo, di fronte a prese di posizioni che non condividiamo, abbiamo il dovere di esprimere le nostre opinioni, di motivarle e di continuare a sostenerle, soprattutto quando si tratta di scelte che consideriamo decisive per il loro futuro. Ma, alla fine, quando ci rendiamo conto che quell’obiettivo è davvero importante per loro, che non si tratta di un capriccio ma di una realtà che li coinvolge profondamente e totalmente, non ci resta – anche se non ci piace - che schierarci al loro fianco e accompagnarli per sostenerli e proteggerli. Un esempio? L’annuncio di un figlio che manifesta disagio con la sua identità di genere e chiede aiuto e consiglio per una possibile scelta non binaria, è un fatto che disorienta e preoccupa tutti i genitori per lo stigma che ancora accompagna le persone transgender. Possiamo essere aperti, inclusivi, progressisti ma si tratta di una svolta che, se giunge inattesa – spesso non così – può provocare sconvolgimenti profondi nel quadro delle relazioni familiari. Anche in quel caso però, dopo esserci informati, aver consultato gli esperti, aver raccolto il disagio di un figlio o di una figlia in difficoltà, non possiamo che metterci al loro fianco e sostenerli in una sfida che rimane complessa e delicata per i tanti interrogativi e le tante implicazioni che comporta.

La buona relazione e il rischio dell’imponderabile

Ma l’attenzione, l’ascolto, la prudenza, la vicinanza ci mettono al riparo dalle sorprese negative? Certamente no. Esistono circostanze imponderabili ed eventi che capitano nonostante tutto. Esiste soprattutto la libertà di scelta che va riconosciuta anche e soprattutto ai nostri figli. In particolare quando si tratta di scelte che non corrispondono alle nostre indicazioni e alle nostre caratteristiche. Facile accettarle quando si tratta di possibilità che in qualche modo rientrano tra le ipotesi considerate ordinarie, possibili e plausibili, almeno secondo i nostri punti di vista. Più difficile quando segnano un punto di rottura con le nostre convinzioni e i nostri ideali. Ma nessun genitore può pretendere che un figlio ripercorra in modo esatto le proprie orme e neppure può sperare in una fotocopia di sé stesso. E quindi – sempre che non sfocino in episodi negativi come quelli che abbiamo ricordato all’inizio - benvenute le differenze, le discromie, le parabole non preordinate. Per fortuna, nella maggior parte dei casi quei figli che ci sembra di non riconoscere, rappresentano solo il volto di quell’originalità che rende ciascuno di noi unico ed irripetibile.

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