Non solo riposo: la domenica è una risorsa sociale. Ed è ora di liberarla
La perdita della domenica produce nuove disuguaglianze temporali e rende visibili quelle di genere, interrogando la società su come tutelare e rendere più equo il tempo comune. Una riflessione tutt'altro che nostalgica, o confessionale

Per lungo tempo la domenica è stata l’unico vero giorno “altro” rispetto alla settimana lavorativa e scolastica. Poi, progressivamente, a questo tempo protetto si è affiancato il sabato non lavorativo per molti settori, e successivamente anche la scuola ha ridotto la frequenza a cinque giorni. I “giorni diversi” sono così diventati due, segnando un passaggio importante, che ha rafforzato l’idea di un fine settimana come tempo dedicato non solo al riposo individuale, ma alla vita comune, pur caratterizzato da significative differenza tra i due giorni non lavorativi: il sabato restava in larga misura un giorno “ibrido”, segnato dall’apertura dei negozi, mentre la domenica conservava il carattere di tempo collettivamente sospeso, con città più silenziose e un rallentamento condiviso dei ritmi sociali. Oggi l’estensione delle aperture domenicali, la flessibilizzazione degli orari e la società dei servizi aperti sette giorni su sette tendono a cancellare anche questa distinzione. Il rischio è che i giorni “speciali” non siano più due, ma nessuno. Quando non esiste più un tempo collettivamente riconosciuto come diverso, il tempo comune si dissolve in una somma di disponibilità individuali, difficili da far coincidere. Ed è proprio in questo passaggio che la domenica perde progressivamente il suo valore di spazio temporale condiviso. La domenica non è soltanto un giorno di riposo (che può essere sostituito da qualsiasi altro giorno settimanale) o una consuetudine culturale, ma rappresenta uno dei pochi momenti in cui i tempi individuali possono sincronizzarsi e la famiglia può esistere come unità concreta di relazioni, e non solo come somma di agende personali. In questo senso, la domenica rappresenta un bene relazionale pubblico: una risorsa sociale che sostiene la genitorialità, la solidarietà tra le generazioni e la coesione familiare e comunitaria.
Ci sono ricerche che mostrano che il tempo trascorso insieme nel weekend, e in particolare la domenica, è qualitativamente diverso da quello dei giorni feriali. È un tempo meno frammentato, meno assorbito da obblighi e più orientato alla relazione: pasti condivisi, conversazioni, gioco con i figli, visite a parenti e nonni. Non si tratta solo di “avere più tempo”, ma di un altro tipo di tempo, più continuo e simbolicamente carico, in cui si costruisce la memoria familiare e il senso di appartenenza. Per i bambini, è spesso il tempo della “presenza piena” degli adulti, non mediata dalle urgenze del lavoro. Da ciò deriva che lavorare la domenica non significa solo perdere un giorno di riposo, ma perdere l’accesso al tempo comune. Nasce così una nuova forma di disuguaglianza temporale: non tutti hanno la stessa possibilità di condividere il tempo con la propria famiglia. Il lavoro festivo è concentrato in settori come commercio, sanità, assistenza, turismo, logistica, e colpisce più spesso persone con minore autonomia sugli orari e minore potere contrattuale. Questo rompe la sincronizzazione dei tempi familiari, riduce le occasioni di vita condivisa e trasforma la domenica da tempo comune a tempo residuale. Non va trascurato, inoltre, un elemento che complica ulteriormente la riflessione: disporre della domenica “festiva” non è automaticamente un fattore di equità. Le indagini sull’uso del tempo mostrano con chiarezza che per molte donne la domenica resta anche un giorno di lavoro: cucina, cura, organizzazione della vita familiare, gestione delle relazioni parentali. Il tempo comune, dunque, non è neutro. Il suo potenziale relazionale è distribuito in modo asimmetrico e può continuare a riprodurre disuguaglianze di genere, rendendo visibile quanto il lavoro familiare invisibile sia ancora strutturalmente squilibrato
Questo significa che riflettere sulla domenica non vuol dire solo difendere l’esistenza di un tempo comune, ma interrogarsi anche su come questo tempo è abitato, da chi e a quali condizioni. La domenica può essere uno spazio di coesione, ma può diventare anche uno spazio in cui si concentrano carichi di lavoro e responsabilità diseguali. Per questo la riflessione sulla domenica non è nostalgica né confessionale. Non riguarda il rimpianto di un passato idealizzato, ma il riconoscimento che il tempo comune è una risorsa sociale fragile e preziosa, che va tutelata e resa più equa. Dove il tempo comune si indebolisce aumentano la frammentazione delle relazioni e la fatica di coordinamento tra i membri della famiglia; dove resta diseguale, continuano a riprodursi squilibri profondi nei ruoli e nei carichi di vita. Difendere la domenica significa allora difendere non solo la possibilità di stare insieme, ma la possibilità di una vita familiare meno diseguale, meno frammentata e più ricca di relazioni significative.
Professoressa ordinaria di Sociologia della famiglia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
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