La bocciatura del congedo paritario e la cura dei figli come “questione femminile”
Affossata la proposta delle opposizioni sull'estensione della misura ai padri, l'argomento è stato archiviato. Perché, invece, andrebbe aperto un cantiere per arrivarci al più presto (a costo di investire fondi pubblici per farlo)

Un dato dovrebbe precedere ogni scontro parlamentare: nel 2024, dell’intero monte di congedo parentale facoltativo, l’84% è stato utilizzato dalle madri e poco più del 15% dai padri. È la fotografia di un assetto culturale e produttivo che, nel nostro Paese, continua a considerare la cura come un destino prevalentemente femminile. La bocciatura alla Camera della proposta unitaria delle opposizioni sul congedo paritario – affossata questa settimana dopo il parere negativo della Ragioneria generale dello Stato per coperture ritenute «inidonee» – si iscrive in questa cornice. Il provvedimento, ricordiamolo, prevedeva l’estensione del congedo obbligatorio ai padri fino a cinque mesi nei primi diciotto mesi di vita del figlio, una copertura retributiva dall’80 al 100% e l’inclusione di lavoratori autonomi e partite Iva. Costo stimato: circa 4–4,5 miliardi.La maggioranza ha parlato di responsabilità contabile. «Non è una questione politica» ha spiegato la ministra del Lavoro Marina Calderone, sottolineando la necessità di tutelare la sostenibilità dei conti e di salvaguardare le donne nella fase più delicata della maternità. Dal primo giorno dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni le risorse per i congedi parentali, è stato ricordato, sono aumentate di circa un miliardo, insieme al rafforzamento dell’assegno unico e alla decontribuzione per le madri lavoratrici. Le opposizioni – da Elly Schlein a Giuseppe Conte – hanno denunciato invece una chiusura politica, chiedendo di riaprire il confronto sulle coperture. Nel dibattito sono intervenute associazioni, federazioni, sindacati, movimenti, parlando tutti di «occasione persa» per l’equità di genere e per il contrasto alla denatalità. Ora, proprio in questi giorni l’Inps ha presentato il suo Rendiconto di parità di genere, che certifica – non è una sorpresa – un divario occupazionale di quasi 18 punti tra uomini e donne (52,5% contro 70,4%), un gap salariale medio attorno al 20% (con punte oltre il 30% in alcuni settori) e una persistente segregazione nei ruoli apicali. Le donne rappresentano il 64% del part-time e sopportano la quota maggiore di lavoro a tempo parziale involontario. Le pensioni femminili risultano inferiori di oltre il 20%, con scarti ancora più ampi nelle prestazioni di vecchiaia.
È evidente come dentro questi numeri il congedo paritario non sia affatto riducibile a un simbolo identitario, quanto piuttosto costituisca uno strumento strutturale: l’esperienza comparata – basti pensare ai Paesi nordici – mostra che la condivisione obbligatoria e non trasferibile dei periodi di cura tra uomini e donne modifica nel tempo le aspettative delle imprese e redistribuisce il rischio del famoso “costo maternità”. L’eventuale interruzione legata alla nascita di un figlio, per intenderci, diventa una variabile che riguarda chiunque in età fertile: non ha più senso penalizzare le donne, perché anche gli uomini si assenteranno. Finché la nascita di un figlio continuerà invece a pesare quasi esclusivamente sulla traiettoria professionale femminile ogni discorso sull’adeguamento dei salari, sulle possibilità di crescita professionale, ma anche sui rinnovi contrattuali e sugli incentivi all’occupazione giovanile rischierà di restare monco. È vero: 4 miliardi non sono una cifra irrilevante, anzi. La prudenza sui conti pubblici non è mai troppa, specie di questi tempi. Tuttavia, la domanda che la politica dovrebbe porsi è un’altra: quanto ci costa non fare nulla? In un Paese segnato da un tasso di fecondità tra i più bassi d’Europa e da una partecipazione femminile al lavoro strutturalmente fragile, rinviare una riforma di sistema significa accettare che la genitorialità resti un fattore di impoverimento e di discontinuità professionale. La ministra Calderone ha dichiarato di credere «molto di più nel congedo paritario che nel salario minimo». È un’affermazione significativa, perché riconosce la centralità del tema. Se così è, la bocciatura non dovrebbe rappresentare la fine del percorso, ma l’inizio di una rielaborazione, magari condivisa: revisione delle coperture, gradualità nell’applicazione, eventuale sperimentazione per fasce di reddito o per settori. La questione non riguarda una vittoria della maggioranza o dell’opposizione: interroga l’idea stessa di famiglia che il Paese intende promuovere. Se la maternità continuerà a essere percepita come un rischio individuale e non come un bene sociale, le politiche per la natalità resteranno incentivi episodici. Se la paternità non diventerà esperienza obbligata di cura e non semplice opzione, la parità resterà un enunciato. Il tempo demografico non è quello della legislatura: ogni rinvio si traduce in possibilità cancellate, carriere interrotte, redditi compressi, pensioni più basse e infine in figli non nati. La responsabilità dei conti pubblici è un dovere esattamente come quella verso il futuro.
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