La crisi di coppia? Non è la fine. Come funziona la consulenza familiare

Oltre 150mila tra separazioni e divorzi in Italia nel 2024. Ma i conflitti devono portare sempre e per forza a una rottura? Le strade possibili della mediazione (che in pochi utilizzano, e meno ancora conoscono)
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May 25, 2026
Coppie in terapia
Coppie in terapia
Quantificare l’esito finale della fragilità familiare è molto facile. L’Istat ci aggiorna puntualmente sul numero di separazioni e divorzi. Nel 2024, ultimo dato disponibile, sono stati rispettivamente 75.014 e 77.364. Oltre trecentomila persone che hanno scelto di dire basta e ricominciare, oppure che sono state costrette a farlo. In entrambi i casi tanta sofferenza, tensioni, ansie, lacerazioni, senza considerare le ricadute sui figli, coinvolti loro malgrado nel dissidio dei genitori. Anche nel migliore dei casi, quando l’addio avviene in modo soft - ma quando succede? – qualche piccolo o grande trauma va messo in conto. Ma tutto questo, come dicevamo, è solo il conteggio dell’esito finale. Le statistiche non ci dicono nulla di tutto quanto succede all’inizio e nel mezzo della crisi, non ci dicono nulla a proposito dei percorsi accidentati delle coppie che, dopo molteplici momenti di crisi, scelgono di vivere l’una lontano dall’altro, senza ufficializzare la scelta. Non ci dicono nulla delle difficoltà vissute da altre coppie che, dopo essere state sull’orlo del baratro, alla fine riescono bene o male a ricucire lo strappo. Non ci dicono nulla dei motivi che sono alla base di quei silenzi che diventano incomprensioni e poi dissidi e poi rotture da cui è sempre difficilissimo tornare indietro.
Non ci dicono nulla perché, nella maggior parte dei casi, della fase iniziale e mediana delle crisi di coppia non sappiamo nulla. Spesso, troppo spesso, non se ne rendono conto neppure le coppie, che prendono coscienza di quanto sta loro capitando quando ormai è troppo tardi. E allora, solo allora, cominciano a capire che sarebbe opportuno farsi aiutare. Ma da chi? Nel terremoto esistenziale della crisi che sconvolge abitudini e certezze non è mai facile trovare la strada giusta, l’esperto davvero preparato, la realtà accogliente a cui affidarsi. E poi, che tipo di aiuto? Una consulenza familiare, una psicoterapia, una mediazione? Tante domande a cui, troppo spesso, non si è in grado di dare risposte fondate. Talvolta c’è imbarazzo nel doversi raccontare, oppure manca una cultura diffusa delle opportunità esistenti per affrontare e risolvere la crisi. In altre situazioni, purtroppo anche nelle nostre comunità, vince la vulgata della separazione come evento normale, facile quasi, che prima o poi tocca a tutti. Convinzioni sbagliate e conclusioni approssimative.

Le parole degli esperti e il lessico della crisi

Cerchiamo di fare chiarezza, dando voce, nella Giornata nazionale per la consulenza familiare che si è celebrata ieri, a tre specialisti della crisi di coppia come Livia Cadei, docente di pedagogia, presidente della Confederazione nazionale dei consultori di ispirazione cristiana; Raffaello Rossi, presidente Aiccef (Associazione italiana consulenti coniugali e familiari); Alessandra Mammano, specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta, che a proposito delle incertezze con cui le coppie in crisi decidono di rivolgersi a un aiuto specialistico, spiega: «Le famiglie approdano ai consultori oppure ai servizi sociali territoriali quando la crisi è conclamata e insostenibile. Esiste ancora un pregiudizio rispetto alla possibilità di chiedere un supporto ai servizi di prossimità e spesso manca l’indirizzamento ad essi da parte di quelle figure professionali che nel contesto sociosanitario (medici di famiglia, insegnanti, altri operatori del servizio pubblico) possono intercettare bisogni non espressi». Ma sullo sfondo c’è anche una sfiducia diffusa e, soprattutto, una scarsa conoscenza delle tante possibilità esistenti. Perché succede? «L’esperienza maturata all’interno dei consultori – aggiunge Livia Cadei - permette di individuare alcuni fattori ricorrenti: la difficoltà generale a chiedere aiuto; la disattenzione alla sofferenza interiore e relazionale; la tendenza a cercare soluzioni rapide piuttosto che affidarsi pazientemente a un percorso di cambiamento dall’interno; una conoscenza ancora insufficiente di cosa un consultorio possa offrire; e una certa reticenza al passaparola, per pudore, anche da parte di chi ha ricevuto aiuto. Vi è inoltre il rischio che le famiglie si rivolgano a questi servizi solo quando il disagio è già conclamato e richiede un intervento più strutturato». A parere di Raffaello Rossi, l’ideazione della Giornata nazionale, iniziativa lanciata fa proprio dall’Aiccef sei anni fa, con la presidente dell’epoca, Stefania Sinigaglia, «è appunto un momento dedicato alla promozione della nostra professionalità. È necessario compiere altri passi per un riconoscimento giuridico che sono attualmente allo studio. Per questo il nuovo consiglio direttivo ha istituito delle commissioni che curano gli aspetti vitali della professione, cercando spazi e collegamenti che mettano nella giusta luce questa figura ormai storica ed essenziale nel panorama educativo italiano». Importante però avere ben chiara la differenza tra consulenza, psicoterapia e mediazione. La prima ha una natura prevalentemente educativa e preventiva, la seconda riguarda il trattamento clinico dei disturbi psicologici e relazionali, la terza si colloca nella gestione del conflitto e nella costruzione di accordi tra le parti.

Quando la crisi diventa cultura e responsabilità collettiva

Per una coppia in crisi l’approccio iniziale dovrebbe essere quindi quello della consulenza che, riprende Livia Cadei «agisce con buona efficacia nelle difficoltà relazionali e comunicative che non richiedono un intervento clinico, e cioè l’intesa di coppia, la genitorialità, i conflitti tra genitori e figli, le crisi legate alle ordinarie transizioni di vita, il subentrare di eventi improvvisi e pesanti da gestire. Va detto, però – aggiunge la presidente dei Consultori di ispirazione cristiana - che l’obiettivo non è la mera risoluzione del problema: è far acquisire alle persone consapevolezza e strumenti più efficaci per affrontarlo. Il successo dipende, in larga misura, dalla disponibilità dell’utente a mettersi in gioco e ad aprirsi al cambiamento». Secondo Raffaello Rossi la consulenza, secondo l’impostazione Aiceef, offre percorsi di crescita personale, di coppia e familiari che potrebbero essere utili in ogni fase della vita relazionale. «Questi percorsi considerano essenzialmente le dinamiche della comunicazione sia relazionale che interiore e ne migliorano la consapevolezza e l’efficacia». Attenzione però, fa notare Alessandra Mammano: se la consulenza può essere efficace in molte crisi evolutive, non è indicata nei casi di violenza domestica, dipendenze gravi o disturbi psichiatrici, dove è necessario l’invio ai servizi specialistici. Sullo sfondo rimane il nodo dei valori di riferimento del consulente familiare. «La nostra associazione professionale – riprende Rossi - non è confessionale e accoglie qualunque persona o coppia si rivolga presso i centri di consulenza o i consultori. I valori individuali hanno comunque una matrice cristiana e cattolica che resta la base e lo sfondo del nostro impegno». Nei consultori di ispirazione cristiana, come ricorda Cadei, il riferimento all’antropologia personalista convive con l’apertura universale del servizio. Ne deriva una visione in cui la consulenza si fonda su ascolto, non giudizio, riservatezza e valorizzazione delle risorse della famiglia. L’obiettivo finale, come sintetizza Mammano, resta quello di promuovere autonomia, responsabilità e capacità decisionale del nucleo familiare, senza sostituirsi ad esso ma accompagnandolo nel suo possibile cambiamento. Accanto alla gestione delle crisi conclamate, emerge tuttavia un punto che rimane spesso ai margini del dibattito: la prevenzione. Non solo in senso clinico o educativo, ma come vera e propria infrastruttura sociale della relazione. L’assenza di strumenti precoci di ascolto e accompagnamento contribuisce infatti a trasformare le difficoltà ordinarie in fratture irreversibili, mentre una rete più capillare e riconoscibile di supporto potrebbe intercettare il disagio quando è ancora elastico, prima che si irrigidisca in distanza. È in questo spazio intermedio, poco visibile ma decisivo, che si gioca una parte rilevante della qualità delle nostre relazioni familiari.

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