Vita in Fantacalcio

Le possibili strade per rendere generativo il dibattito con un figlio adolescente maschio sulla formazione delle squadre della domenica
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May 23, 2026
Una scarpa da ragazzo e le figurine del Fantacalcio
“Era l’anno dei Mondiali” (FIFA 2018)
e non lo sai, «Il padre ignoto» è la rubrica familiare che affronta le piccole, grandi sfide della paternità oggi. Puoi leggere le puntate precedenti qui. Se invece vuoi dire la tua, puoi farlo utilizzando questa bacheca online, così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti. Non solo padri.
Il tutto è iniziato una sera, quasi per caso. Edoardo si avvicina con una malcelata trepidazione e mi dice «Pà, ti devo parlare». Pausa, 5 secondi. «Ho bisogno un consiglio». «Caspita – penso subito io - forse il vento sta davvero cambiando». Invece no, la questione era diversa da qualsiasi potessi pensare o sperare, io. Ma ugualmente importante, per lui. «Tra qualche settimana finisce il girone di andata e ho bisogno di un tuo aiuto per la formazione del Fantacalcio di domenica prossima». Ora, che sia noto a tutti: purtroppo, o per fortuna, non sono proprio il modello di padre tutto calcetto, birretta e fatiche in palestra. Che anzi, alle prime cene di classe dei miei figli dove inesorabilmente arriva il momento di dover socializzare con gli altri uomini seduti allo stesso tavolo, mi domando perché non si arrivi mai a conoscersi chiedendo conto, chessò, dell’ultima canzone che ti ha fatto ri-sentire vivo o di quel libro che ti aveva regalato pensieri così profondi che ti verrebbe voglia di rileggerlo l’indomani mattina. E invece tutta la serata gira, di regola, intorno ai soliti temi, quali «Che lavoro fai? Saresti disposto a giocare anche tu a padel con noi in pausa pranzo?». Vabbè, il solito asociale sono, forse vero anche questo. Però, tornando ai problemi di mio figlio, ricordo di averlo guardato dritto negli occhi e avergli risposto: «ma sei proprio sicuro che ti possa davvero dare dei buoni consigli, in tema?». Perché ricordo anche che, quando dopo cinque anni di inesaudite preghiere (il calcio – visto alla tv e praticato su ogni possibile terreno - è sempre stato nelle corde di Edoardo, fin dalle elementari), ho ceduto e siamo per la prima volta andati a vedere insieme allo stadio la sua squadra del cuore, ho pure sbagliato il settore del parcheggio e da lontano, a 5 minuti dal termine dell’incontro, la nostra macchina era giusto al centro dei fumogeni degli ultras.
Edoardo non ha battuto ciglio, perché (questo era il suo reale obiettivo, che tuttavia ho realmente capito solo dopo la quinta domenica) l’importante era una sola cosa: dare poi la colpa ad un altro-da-sè in caso di consiglio sbagliato (anche se formalizzato, per evitare recriminazioni di sorta, in una simpatica “prescrizione medico calcistica” che mi divertivo a fargli controfirmare su un foglio bianco). Però io non mi sono perso d’animo e l’ho affrontato su un diverso campo da gioco. «Pà, vuoi davvero sapere i miei obiettivi? Ne ho due: mantenere la terza posizione in classifica. E comunque arrivare prima di Sommato» (uno dei due suoi migliori amici). «E quali sono invece i tuoi obiettivi, nella vita?» incalzo io, quasi a dribblare ogni residua distanza. «Al momento è il Fantacalcio la cosa più importante nella mia vita!».
Fermo un attimo la palla in campo, respiro forte e provo a fare questo piccolo ragionamento ad alta voce: «Al momento invece io spero che stasera, giusto che ne stiamo parlando io e te, tu possa riconsiderare il valore della competizione sportiva». E racconto ad Edoardo di quell’insegnamento che, il giorno prima, ho ricavato da alcune frasi che avevo sentito pronunciare da Julio Velasco: «Mettere la metafora sportiva come metafora della vita è sbagliato. Assolutamente sbagliato. La vita non è un campionato, è un’altra cosa. Il campionato è una competizione che uno può voler vincere o in cui può cercare di non retrocedere. La vita non è questo: non è una rincorsa a vedere chi è il migliore. La vita è diversa. Si può scegliere un’altra strada nella vita, che non significa necessariamente essere il migliore».
E aggiungo che per me quella è una bellissima riflessione, come sempre del resto quando si tratta di Velasco. Perché di calcio, come anche di pallavolo o di padel, io capisco davvero poco. Però la storia dell’Argentina e dei desaparecidos (tra cui anche il fratello del noto allenatore) la conosco bene. Ed è anche per questo che un mese fa, nella nostra serata-cinema in famiglia del venerdì davanti alla tv, visto che toccava me scegliere il film ho proposto – sia pure dopo alcune resistenze da parte di Giada ed Edoardo – la visione de “Il professore e il pinguino”. Ed è proprio una Sofia, prima di sparire (come tante altre persone in quel periodo), che si rivolge al protagonista con questa frase tagliente: «Nulla mi fa più incaz*** di qualcuno che, pur essendo buono, non fa niente!». Perché, anche scegliendo un’altra strada nella vita rispetto a quella di essere per forza il migliore, occorre davvero imparare a fare delle scelte di campo, assumendosi in prima persona la relativa responsabilità. Senza più paracadute. E quando hai quattordici anni, questo deve essere davvero l’inizio per iniziare a provare a volare con le tue ali.
N.N.
[16 - continua, forse. Qui le puntate precedenti]
Ci sono momenti in cui ci sembra di non sapere più nulla, e il nostro essere padri diventa sconosciuto. Ignoto, prima a noi che ai nostri figli.
E tu che valore dai allo sport e alla competizione sportiva? Come affronti questi temi con i tuoi figli?
Che insegnamenti pensi di poter trarre per la loro (e la tua) educazione?

Se vuoi, puoi scrivere a 
ilpadreignoto@gmail.com e condividere le tue riflessioni ed esperienze. Contiamo di pubblicarle, anche tramite questo padlet (bacheca online), così da costruire uno spazio di confronto a più voci che sia utile a tutti.

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