Oltre Modena: cosa non capiamo delle famiglie immigrate

Un viaggio dentro il disagio delle seconde generazioni, tra stereotipi, solitudine e bisogno di comunità
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May 23, 2026
Donne immigrate in manifestazione / ANSA
Donne immigrate in manifestazione / ANSA
Immigrati di seconda generazione. Una definizione che è rimbalzata tante volte in questi giorni su tutti i media, spesso con il tono giudicante dell’etichetta squalificante se non con quello della condanna preventiva. Intendiamoci, quanto capitato a Modena è terribile e angosciante. Quelle immagini, continuamente replicate dalle tv e dal web, hanno fatto urlare di paura e di sdegno. Il responsabile, Salim El Koudri va giudicato – come più volte detto - secondo quanto previsto dalla legge, sulla base delle inchieste subito avviate. Ma qui non vogliamo entrare nel merito di una vicenda di cui ci siamo occupati in altra parte del giornale e che continueremo a seguire con tutta l’attenzione che merita, anche per il rispetto dovuto alle vittime. Vorremmo cercare invece di andare un po’ più in profondità nella condizione delle famiglie immigrate nel nostro Paese, capire i loro disagi, immaginare i loro vissuti e, se possibile, smontare i tanti pregiudizi che ancora troppo spesso fanno di queste persone italiani di serie B. Sì, non immigrati, ma italiani, perché questo dice la loro carta d’identità. Anche se le loro origini sono africane, sudamericane, asiatiche oggi queste persone sono a tutti gli effetti nostri connazionali e chiedono, come noi chiediamo, che si trovi l’equilibrio e la misura per costruire tutti insieme una convivenza pacifica e serena in una società accogliente, capace di andare al di là delle barriere imposte dalle provenienze, dalle lingue, dalla cultura, dalle fedi. Impossibile? Solo chi ignora la storia può pensare che le civiltà siano un blocco monolitico, immutabile e impermeabile. Non è così. Le invasioni, le deportazioni, le migrazioni, anche i normali scambi commerciali hanno più volte rimescolato e ridisegnato nel corso dei secoli il volto delle nostre civiltà, hanno provocato tensioni e scontri, hanno depauperato ma anche arricchito, ci hanno costretto al confronto con le diversità. Lunghe e complesse vicende che qui possiamo soltanto accennare, ricordando però un insegnamento che ci deriva proprio dall’esperienza di una densa storia di contaminazioni umane e culturali. I problemi di convivenza non sono mai stati risolti creando ghetti o alzando muri, ma costruendo ponti, incontri, dialoghi, confronti. Anche utilizzando le parole giuste. In questo caso, per tornare al nostro scopo, l’espressione immigrati di seconda generazione è sbagliata, sia perché, come detto, nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a persone diventate italiane e quindi non più immigrate, sia perché si tratta di una generalizzazione che trascura la complessità della situazione.
Se tutte le famiglie di origine straniera vivono in qualche misura le difficoltà legate ai diversi percorsi di integrazione – lingua, identità, discriminazioni, lavoro, scuola, contatti sociali – è altrettanto vero che il Paese di provenienza non è indifferente. Sulla carta una persona proveniente da un Paese latinoamericano dovrebbe avere, grazie alla lingua, alla tradizione culturale, alla religione, un percorso di integrazione più agevole rispetto a un africano di fede islamica. Così come per una famiglia di origine romena, moldova o albanese, al di là delle difficoltà linguistiche, esistono punti di contatto con la cultura occidentale che non si ritrovano in altre etnie e che rendono meno difficoltoso l’inserimento nella nostra società. Ci sono poi altri fattori, come il livello di istruzione, la situazione economica, l’età di arrivo, le politiche del Paese ospitante, la presenza di reti familiari, l’atteggiamento culturale della società locale, a determinare la percentuale di difficoltà di convivenza e a rendere quindi estremamente variegato il quadro delle “seconde generazioni”. Insomma, per costruire un futuro all’insegna dell’equità e della giustizia – oltreché ispirato a modelli di fraternità, accoglienza, solidarietà, inclusione che, non dimentichiamolo mai, sono valori evangelici – non servono né improvvisate semplificazioni, né facili generalizzazioni. Serve invece un po’ di sforzo per capire meglio e anche per spiegare ai nostri figli il valore della diversità e del rispetto che, naturalmente, dev’essere reciproco. Impegno educativo faticoso, certo, perché è molto più facile stare sulla difensiva, chiudersi, alzare barriere che non tentare di incontrarsi e di capirsi, anche nei momenti come questo, in cui tutto sembra consigliare l’atteggiamento contrario. Come farlo? Innanzi tutto ricordando alcune difficoltà incontrate dalle famiglie con origini straniere di “seconda generazione”. Vediamo insieme quali, senza dimenticare che l’obiettivo di alleggerire quelle difficoltà finisce per tradursi immediatamente anche in un vantaggio per tutti.

Perché in queste famiglie si vive un conflitto identitario?

Molti giovani italiani di “seconda generazione” - continuiamo a definirli così per capirci meglio - vivono una tensione tra la cultura italiana e quella delle loro famiglie. Anche nel caso di famiglie ben integrate, con un lavoro e un’abitazione stabile, si tratta di una dicotomia non semplice da affrontare. Può capitare che a scuola, oppure sul posto di lavoro, questi ragazzi temano di non sentirsi “abbastanza italiani” mentre nei confronti della famiglia di origine o della propria comunità, avvertano il rischio opposto, e cioè quello di apparire “troppo italiani”. Se non vengono aiutati a conciliare questo sentimento contrastante è inevitabile per loro entrare in un cortocircuito che spinge all’isolamento, allo stress psicologico, alla fragilità caratteriale. Questo aiuto può arrivare dalla scuola, da momenti formativi sul lavoro – nelle poche realtà dove esistono imprenditori illuminati – ma anche dalle stesse comunità d’appartenenza, anche quando si tratta di realtà islamiche.
È facile? Tutt’altro. Non abbiamo qui lo spazio per ripercorrere la complessità del rapporto tra le nostre istituzioni civili e le comunità islamiche, ma possiamo almeno ribadire l’importanza di una verifica delle modalità con cui si svolgono i momenti di culto e dei contenuti dei sermoni. Non per il gusto di controllare o censurare, ma per auspicare che dagli iman arrivino parole ispirate alla concordia e inviti a costruire una convivenza pacifica, senza inutili e pericolosi radicalismi. E qui dovremmo aprire il grande capitolo del dialogo interreligioso, un ambito che da troppo tempo attende di essere trasferito dai vertici alla base, dall’ambito delle grandi dichiarazioni delle massime autorità religiose alle buone prassi delle nostre comunità. Anche per dire semplicemente che si può vivere con coerenza la propria fede, si può ricordare la propria lingua e le proprie origini ma abitare al contempo in un altro Paese e rispettarne tradizioni e modi di vivere. Occorre spiegare a questi ragazzi che l’identità si può costruire anche con sollecitazioni e stratificazioni diverse, che è possibile sentirsi allo stesso tempo un po’ maghrebini e un po’ italiani, un po’ egiziani e un po’ italiani, un po’ camerunensi o angolani o congolesi e anche un po’ italiani. Certo, sappiamo che l’integrazione non è mai un’operazione a senso unico. La disponibilità all’ascolto e alla comprensione deve sempre viaggiare su un piano di reciprocità. Ecco perché, fino al momento in cui non ci sarà un atteggiamento diverso, capace di vivere l’antirazzismo come pratica convinta, diffusa e reale, non solo proclamata come avviene adesso in troppe occasioni, fino a che da parte di certa politica non verranno meno le parole di intolleranza, di chiusura e di sospetto troppo spesso ascoltate, non dovremo stupirci se il conflitto identitario continuerà a generare disagio, sofferenza e, purtroppo, anche rigurgiti violenti. Una sconfitta per tutti.

Cosa vuol dire superare discriminazione e stereotipi?

La maggior parte dei ragazzi di “seconda generazione” nati in Italia e che hanno frequentato le nostre scuole, parlano perfettamente italiano. Talvolta anche un italiano con un forte accento regionale. A tutti, in questi anni, sarà capitato di sorridere nell’incontrare ragazzi dalla pelle scura che parlano con una simpatica inflessione bergamasca, bresciana, veneta, romanesca. In tanti negozi della Chinatow milanese, si incontrano ragazzi di origini cinesi con un accento “ambrosiano” da far invidia al Milanese imbruttito. È la tavolozza delle civiltà che si incontrano e si armonizzano, colorandosi di accenti, tradizioni, abitudini di un’altra area geografica. C’è da gridare allo scandalo, da invocare la purezza razziale? Ma niente affatto. Talvolta però questi ragazzi di seconda generazione riferiscono, proprio a causa di una diversa provenienza geografica, di discriminazioni sul lavoro, di pregiudizi a scuola, di profiling etnico, cioè quell’atteggiamento secondo cui una persona viene guardata e spesso trattata in modo diverso per la sua origine etnica, per la sua lingua, per il colore della sua pelle. Di fronte a un italiano di origini africane o asiatiche sono più insistenti i controlli di polizia, le verifiche dei documenti, gli accertamenti aeroportuali ma anche l’atteggiamento di sospetto all’interno dei negozi, degli uffici pubblici, dei bar, in tutti i luoghi della vita sociale.
Due pesi e due misure che, secondo quanto raccontano i protagonisti di queste discriminazioni, non rimandano mai ad esplicite convinzioni razziste – almeno questo è quanto viene dichiarato – ma di fatto costringono le persone di seconda generazione a sentirsi sempre straniere anche nel Paese in cui sono nate, hanno studiato e di cui sono cittadini. Vittime, quindi, di stereotipi costanti che non producono soltanto ingiustizie e sofferenze, che non rallentano solo i processi di integrazione, ma rischiano di emarginare questi ragazzi e di rafforzare in loro la sensazione di essere degli indesiderati. Qualcuno stringe i denti e va avanti. La maggior parte, per fortuna. Qualcuno, più fragile, si immerge nei meandri web del radicalismo estremista dove il dato ricorrente è la rabbia antioccidentale.

Perché si dice che i ragazzi di seconda generazione “educano” i loro genitori?

Molto spesso difficile sul piano sociale, la vita di tanti ragazzi italiani che hanno alle spalle famiglie immigrate, non è mai agevole neppure a casa. Abbiamo già riferito la dicotomia identitaria di cui soffrono sul piano sociale – “poco italiani” o “troppo italiani – ma per rendersi conto di quello che vivono questi ragazzi occorre guardare anche nel microcosmo domestico, dove le tensioni ordinarie tra genitori e figli vengono complicate e spesso portate all’esasperazione, se non alla violenza, dalle fatiche dei processi di integrazione. Per i giovani si tratta spesso di trovare un equilibrio accettabile tra il desiderio di adattarsi alla società occidentale e il dovere di rispettare le paure, le incertezze e le resistenze da parte dei genitori. Queste tensioni domestiche vengono talvolta bollate come scontri di civiltà, se non come prodotto della religione islamica, quando invece si tratta prevalentemente di conflitti familiari legati a tradizioni ataviche radicate nella povertà e nell’isolamento culturale, secondo cui la logica di un patriarcato violento e oppressivo diventa modello relazionale intangibile e insuperabile. Quando i figli tentato di ribellarsi, di dire no alla pesante subordinazione dettata dai padri padroni, può scattare la reazione che diventa talvolta cieca volontà di annientamento in nome di regole non scritte, talvolta più tenaci di una catena. Ricordiamo tutti la tragica vicenda di Saman Abbas, la giovane di origini pakistane uccisa dai familiari nel 2021 perché, dopo aver confessato di amare un ragazzo italiano, aveva rifiutato un matrimonio combinato. Non un caso isolato purtroppo, perché, come Saman, molte altre ragazze di seconda generazione hanno vissuto sulla propria pelle, nell’ultimo decennio, le conseguenze di un processo di integrazione considerato inaccettabile e pericoloso.
Casi limite, certo, anche se non dobbiamo dimenticare che nella maggior parte delle famiglie di seconda generazione, come riferiscono le poche indagini sul tema, le tensioni tra genitori e figli sono all’ordine del giorno. Non potrebbe essere diversamente d’altra parte, quando in questi nuclei familiari si registra una costante inversione dei ruoli. Sono infatti i figli, in tanti casi, ad accompagnare i genitori verso un nuovo modello sociale, tutto da scoprire. Sono i figli a fare da mediatori linguistici, sono ancora i figli a guidare padri e madri nei labirinti di una burocrazia complessa come la nostra. Sono i figli, a differenza dei genitori, che utilizzano con disinvoltura gli strumenti digitali. Tutti elementi che concorrono a consolidare quel pericoloso fenomeno noto in psicologia come parentificazione pratica, quando cioè un figlio assume ruoli e responsabilità da genitore. Una situazione che determina rischiosi cortocircuiti in tutte le famiglie, a qualsiasi latitudine, figurarsi all’interno di nuclei che già devono sopportare forti tensioni sociali, economiche e culturali. Ma nelle famiglie di seconda generazione succede che, costretti ad abdicare al proprio ruolo sul piano della gestione ordinaria, madri, e soprattutto padri, non cedano invece di un millimetro per quanto riguarda libertà personali, stile di vita, scelte di studio e relazioni sentimentali. In molti casi la rigidità nasce dal timore di smarrire la cultura delle origini, dal rifiuto di adeguarsi a modelli occidentali dipinti sempre come negativi, superficiali, immorali, ormai sganciati da qualsiasi riferimento religioso.
Dovrebbe essere la scuola, l’impegno degli insegnanti e i contatti con gli altri genitori a sfumare le posizioni più oltranziste, ad evitare che la situazione diventi ancora più complicata e ingestibile. Purtroppo, soprattutto nelle grandi città, sta succedendo il contrario. Nelle periferie di Milano, Torino, Roma ci sono ormai troppe classi della scuola primaria, ma anche nella secondaria di primo grado, dove i ragazzi immigrati rappresentano l’80-90 per cento delle presenze. Una sorta di segregazione scolastica che rende tutto più difficile e contribuisce a rafforzare nei ragazzi la sensazione di essere sempre, comunque, cittadini di categoria inferiore. Bisogna pensarci.

Come stare accanto agli italiani che arrivano da lontano?

È possibile uscirne? Evidente che strutturare in modo equo, rispettoso, vantaggioso per tutti i processi di integrazione richiede una progettualità allargata che investe decisioni politiche, amministrative, culturali, sociali e tanto altro ancora. Insomma, una complessità di interventi in cui certo non possiamo addentrarci in questi spazi. Noi però non dobbiamo stancarci di segnalare il problema, tenere mente e cuori aperti, senza lasciarci attirare dalle soluzioni facili, tipo quelle proclamate nei salotti televisivi dai profeti che invocano confini con il filo spinato, pugno di ferro, decisioni irrevocabili. Un conto è esigere il rispetto delle regole nel quadro di uno sguardo solidale che non dimentica i doveri di chi accoglie e di chi è accolto. Un altro è invocare un’arcadia irreale, con una società a compartimenti stagni, senza contaminazioni sociali e culturali. Non sarà mai più possibile. Il principio di realtà, grande valore cristiano, ci dice che nel nostro Paese ci sono almeno sei milioni di italiani che vengono da lontano e, anche se la pelle è diversa dalla nostra, hanno i nostri stessi diritti em naturalmente, i nistri stessi doveri. Chi ha cuore il futuro del Paese, il futuro delle nostre piccole o grandi comunità, non può che lavorare perché la convivenza tra italiani di antica e nuova immigrazione sia sempre migliore. Servono, come detto, interventi politici strutturali ma anche piccoli gesti quotidiani, iniziative che arrivano dall’associazionismo, dal volontariato, dal privato sociale e che vanno incoraggiate e sostenute. Invece quasi sempre avviene il contrario.
Un piccolo esempio. Negli ultimi due anni l’Istituto di antropologia per la cura della persona e della famiglia di Milano ha organizzato insieme al Policlinico un progetto di integrazione che ha portato oltre 3mila bambini delle periferie milanesi, nelle due diverse edizioni, a scoprire la storia, le tradizioni, l’identità della città in cui vivono, attraverso un percorso originale fondato sul linguaggio universale dell’arte. La maggior parte di questi piccoli, insieme ai loro genitori – al 90 per cento figli di “seconda generazione” – ha avuto per la prima volta un contatto diretto con il centro di Milano. Quasi nessuno era mai stato in piazza Duomo. L’esperimento ha rappresentato una svolta importante per permettere a quelle famiglie di costruire la loro nuova identità, più consapevole, più attenta al territorio che ha aperto loro le braccia. Una piccola iniziativa, certamente, ma che ha trovato consensi importanti sia in Comune sia in Regione. Non abbastanza però da permettere di essere replicata anche quest’anno. Rimasto senza fondi, l’Istituto di antropologia ha dovuto mettere da parte per il 2026 i suoi lodevoli progetti di integrazione. E chi ne ha fatto le spese? Naturalmente tutti quei piccoli, e i loro genitori, che non saranno aiutati a sentirsi un po’ più milanesi, un po’ più italiani. Un’occasione persa.

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