Il senso di Noura per l'Italia: «Vi racconto la mia famiglia tra Genova, il Giglio e il Marocco»

«Non seconde generazioni, ma nuove generazioni». L'attivista spiega (anche sui social) cosa significa crescere tra identità diverse senza sentirsi divisi
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May 23, 2026
Noura e la sua bella famiglia
Noura e la sua bella famiglia
Noura Ghazoui dice di avere “identità plurali”. Un po’ marocchina, un po’ genovese, ma anche un po’ gigliese. Mamma, moglie, attivista politica. Confinarsi dentro una definizione rigida le sta stretto. Così come il termine “straniera di seconda generazione”: «Non bisognerebbe più parlare di stranieri di seconda, terza, quarta generazione, ma solo di nuove generazioni: perché è questo il futuro», spiega. Il futuro è una famiglia come la sua. Un marito genovese con origini all’isola del Giglio, un bambino di 4 anni nato e cresciuto nel capoluogo ligure, ma al quale viene anche insegnato l’arabo, e poi lei: nata in Italia da genitori marocchini.
I primi ad arrivare in Italia nella famiglia di Noura sono stati i suoi nonni, tra fine anni ’70 e inizio anni ’80. Poi suo papà li ha seguiti e ha iniziato a preparare i documenti per il ricongiungimento familiare proprio mentre la mamma era incinta di lei. E così, nel 1990 è nata ad Albenga, anche se è Borghetto Santo Spirito il posto dove ha passato quasi tutta l’infanzia e l’adolescenza. Durante le elementari, infatti, si sono ritrasferiti cinque anni in Marocco. Una parentesi temporale che le ha poi impedito di ottenere automaticamente la cittadinanza italiana una volta compiuti i 18 anni, a causa dell’interruzione della residenza continuativa. Oggi, dopo aver presentato domanda due anni fa, è ancora in attesa: «Ho vissuto 30 anni della mia vita qui, ma documentalmente non posso ancora definirmi italiana». Eppure, dice, la mancanza della cittadinanza non le ha mai impedito di sentirsi parte del Paese, ne ha mai fermato il suo attivismo politico, che oggi porta avanti anche sui social attraverso il suo profilo noura_ghazoui. «Mi sento italiana e mi sento tantissimo genovese», spiega. «Ma il Marocco fa parte di me. Sono fatta di tanti pezzi insieme».  
Anche per questo nella sua famiglia convivono più lingue e culture. Il figlio frequenta un corso di “arabo giocando”, organizzato dall’associazione CoCIMA di cui fa parte Noura, dove l’apprendimento passa attraverso attività ludiche. «Per lui conoscere la cultura marocchina è una ricchezza», racconta. «Quando sarà grande parlerà una lingua in più, e avrà un paese in più da sentire vicino». Il senso di appartenenza però, non coincide sempre con la geografia. E questo l’ha capito proprio da suo figlio. Durante uno dei loro viaggi in Marocco dice di aver ricevuto da lui un insegnamento importante: «Ogni volta che giravamo qualsiasi angolo lui vedeva Genova e continuava a chiedere se fossimo lì. Allora ho capito una cosa: casa non è uno spazio fisico, è senso di appartenenza. E questo lo fanno soprattutto le persone. Se sei con persone che ti vogliono bene, con cui stai bene, allora ti senti a casa».
Ma non è sempre stato facile sentircisi per Noura. Soprattutto dopo il ritorno dal Marocco, intorno agli 11 anni. «Sentivo di dover fare di più, di dover correre per raggiungere gli altri, di dover dimostrare di avere il diritto di stare qui», racconta. Non è mancato nemmeno qualche episodio di razzismo, «però mio padre ha sempre insegnato a me e ai miei fratelli a fare una “resistenza gentile”», spiega. «Un nostro vicino di casa aveva dei comportamenti razzisti nei nostri confronti. Allora lui, ogni volta che andavamo in Marocco, gli portava un regalo. Diceva che ad essere propositivi, prima o poi il bene prende il sopravvento». «Ai ragazzi di oggi direi di non fermarsi alla domanda “ti senti più italiano o più marocchino?”», conclude Noura. «Prima di tutto siamo persone». Ed è proprio questa, per lei, la fotografia delle nuove generazioni: famiglie in cui convivono lingue, culture e appartenenze diverse, senza che una escluda l’altra.

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