In Italia ci sono più bambini in comunità che in famiglia: perché serve rilanciare l'affido
di Luciano Moia
Il nodo della fascia 0-5 anni, dove la rapidità dell’intervento è decisiva. Le associazioni chiedono un intervento del governo basato su risorse, rete e valorizzazione delle buone pratiche esistenti

L’affido cambia le storie dei bambini, delle loro famiglie, delle famiglie che li accolgono e delle comunità locali. Ma troppo spesso rimane un auspicio, qualcosa che si evoca ma che, quando servirebbe davvero, rimane un percorso ipotetico. Sono soprattutto i bambini da 0 a cinque anni quelli che, quando la famiglia d’origine per tanti motivi viene meno o non ce la fa più a garantire al bambino cure, sostegno ed educazione, dovrebbero trovare in tempi brevissimi – pochi giorni al massimo – altri genitori pronti ad accoglierli per il tempo necessario, quando possibile, a risolvere il problema. Il tempo dei bambini a quell’età vale il doppio, non si può attendere, non si può viaggiare con il passo lento della burocrazia. Invece è proprio quello del succede. Oggi in Italia i bambini da 0 a cinque anni ospitati nelle strutture residenziali sono più numerosi di quelli in affido familiare. Si tratta soltanto di stime perché, come spiega Valter Martini, coordinatore del Tavolo nazionale Affido, l’ultimo dato ministeriale indica soltanto le percentuali, e cioè che il 25,7 per cento di tutti i minori collocati nelle comunità avrebbero meno di 5 anni, mentre quelli in affido familiare rappresenterebbero il 16 per cento. Un dato che, come più volte rilevato, racconta l’arretramento progressivo dell’affido familiare, il venir meno cioè di famiglie disponibili ad aprire le braccia a un piccolo in difficoltà. Ecco perché il Tavolo nazionale affido – 19 tra le maggiori associazioni che da molti anni si occupano della questione – è tornato nei giorni scorsi a lanciare un appello alle istituzioni. «È un’esperienza che crea legami, fiducia e futuro – riprende Martini - ma che oggi chiede di essere rilanciata con rinnovata forza. Se crediamo in tutto questo allora proponiamo di “ricominciare”». Ma come? Il Tavolo ha indicato una serie di priorità. Innanzi tutto occorre parlare “bene” dell’affidamento familiare ed in modo corretto. Per esempio «individuando i fattori di successo, le buone pratiche che, in tutti questi anni, le associazioni familiari e le reti di associazioni familiari hanno sperimentato promuovendo modelli di corresponsabilità tra pubblico e Terzo Settore». Non si tratta di inventare un nuovo modello di affido ma di riconoscere e diffondere le buone pratiche che già esistono.
Le associazioni hanno le idee chiare: il tema dell’affido non va preso isolatamente, ma va trattato insieme all’accoglienza residenziale e, più in generale, al tema della tutela dei minori fuori famiglia. Una rinnovata cultura dell’affido impone poi di riconoscere che il cuore dell’affido non è la separazione, ma la cura delle relazioni. E questo è particolarmente vero per i bambini più piccoli, per i quali – come detto - il tempo è decisivo. «L’affidamento familiare – riprende Martini – dev’essere valorizzato e rafforzato sempre come intervento preventivo a supporto di una famiglia in difficoltà, e non solo come azione riparativa. Questa è la narrazione che noi vorremmo fosse conosciuta e raccontata». Una svolta importante per mettere la parola fine alle tante leggende alimentate da Bibbiano in poi, secondo cui le famiglie affidatarie sarebbero quelle “che portano via i bambini”. E qui il documento sottoscritto dalle associazioni che fanno parte del Tavolo è quanto mai esplicito: «L’affido funziona quando è costruito insieme. Quando la famiglia di origine è coinvolta, ascoltata, accompagnata e supportata. Quando si costruisce una relazione di fiducia, anche nelle situazioni più difficili, perché l’obiettivo è affiancare, sostenere, ricostruire». Percorso possibile quando attorno alla famiglia affidataria e a quella di origine si costruisce una rete in cui giudici minorili, servizi sociali e sanitari, scuola, associazioni, comunità territoriale intervengono ciascuno secondo il proprio ruolo in modo coordinato, competente, continuativo. Per realizzare tutto ciò il Tavolo nazionale affido indica quattro condizioni: adeguata dotazione di risorse professionali ed economiche ai Centri per l’affido da parte delle amministrazioni locali; risorse stabili e omogenee su tutto il territorio nazionale perché non è accettabile che i diritti dei bambini dipendano dal luogo in cui vivono; riconoscimento pieno del ruolo delle associazioni e delle reti familiari come parte integrante, e non accessoria, del sistema di tutela; diffusione di una cultura che valorizzi la centralità dei diritti dei minorenni, quali soggetti di diritto, anche attraverso il contributo di chi ha vissuto l’esperienza dell’affido e, da adulto, esprime una voce autorevole e indispensabile sul tema. Si può fare davvero? «Certo – conclude l’esperto – con la piena attuazione alle Linee di Indirizzo per l’affidamento familiare e con l’istituzione della Giornata nazionale dell’Affido quale segno concreto di riconoscimento e responsabilità».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






